A casa sono un parafulmine per lacrime, sofferenze e aspettative deluse. So bene di non essere colpevole, di essere solo la personificazione di una rete di conseguenze, ma tutti attorno a me si disintegrano, la loro felicità viene deviata dalla mia presenza in una stanza, vaga rimbalzando da parete a parete.
Devo essere qualcosa di veramente orribile per causare quell’espressione afflitta sul volto di mia madre, ogni volta che il suo sguardo si posa su di me e il suo corpo inizia ad agitarsi.
Fino a poco tempo fa questo era un pensiero ossessivo, doloroso fino alla paralisi. Adesso sembra avere connotati più razionali e lucidi, ma pur sempre amari. So bene di non avere nulla a che fare con le sindromi dei miei genitori, di essere un prodotto della loro incapacità di far fronte ai loro stessi traumi irrisolti, figuriamoci l'idea di una pretesa di accudimento.
Quasi mi mancano quei lontani tempi in cui, per sopravvivere alla disintegrazione, mi rifugiavo bambina e adolescente in realtà parallele pullulanti di demoni da sconfiggere e formule magiche da pronunciare per salvare il mondo dall’apocalisse inevitabile, che a pensarci bene altro non stava a simboleggiare che un’impetuosa violenza la quale, nel mondo reale, regnava dentro casa e mi travolgeva quotidianamente facendomi a brandelli. Realtà parallele a cui credevo fermamente, rasentando la psicosi. Ma per lo meno, riuscivo a sopravvivere all’ambiente disfunzionale in cui vivevo. Io ero Willow Rosenberg o Buffy Summers e il paletto che tenevo nascosto nella tasca dello zaino mi sarebbe sicuramente servito, da un momento all’altro, per salvare il mio mondo da un attacco imminente. Perché io lo sapevo, sì, di dirigermi giornalmente verso l’implosione.
I loro sguardi, mai accoglienti, erano la mia apocalisse. Le loro braccia, mai protese verso di me, erano la mia fine del mondo.
Quando ritorno in questa casa, tutto lotta per risucchiarmi e riportarmi indietro. Il profumo di chiuso, i mobili rossi e gli occhi spenti di mia madre.
Ma se ci penso meglio, sono davvero diventata l’eroina della mia storia con il passare degli anni, anche se non ho più bisogno di rifugiarmi in mondi fantastici per uscire vittoriosa da uno scontro quotidiano. Ho affrontato i mostri sotto al letto e ovunque, accanto a me, con sempre maggiore sicurezza e determinata alla sopravvivenza. Se ci penso davvero, ho evitato più volte l’apocalisse, traendo forza da ogni combattimento, diventando sempre più abile nello schivare i colpi inferti. La più grande magia sembra essere diventata l’accettazione dei loro e dei miei limiti, seppur ancora un po’ vacillante. Deve pur significare qualcosa.