Prende un bel respiro, Agatha. E poi affaccia il musetto in direzione del quartino, assottiglia lo sguardo. Lascia cadere un silenzio meditabondo, che non sembra intenzionata a riempire parlottando di altro – visto che è troppo impegnata a studiare il visetto altrui, quasi a carpirne quelle emozioni che non sembrano affiorare mai. «Lo sai. Se bisbigli i tuoi problemi alla Foresta, la creatura che ci sta dentro – quella oscura con gli occhi luminosi – si mangia tutto, pure quelli» lo invita con un cenno della testa, ma non prima di un colpetto di tosse, con cui schiarisce una vocetta sempre soffusa. «Inizio io» si china avanti, quasi dovesse raccontare un segreto al nulla, in direzione degli alberi che s’infittiscono nell’intricato labirinto proibito «io odio il mio naso».
«Dici si mangerebbe pure me?» per un secondo sembra starci pensando per davvero, ma desiste. Anche andare a morire richiederebbe troppo sforzo, troppe energie. «Io odio il mio occhio» biascica con qualche problemino di fondo «Non quello cieco, l`altro.» quello sano, ah ok. «Anche se mi terrorizza vorrei sapere come sarebbe non vedere più.» fantastico.
«Certo che ti mangerebbe. Certo che ci mangerebbe» lo dice senza paura alcuna, buttando un’occhiata torva verso la foresta. Lì dove il mostro dovrebbe divorare anche i segreti di Shukri, il suo occhio buono, il naso di Agatha e la sua paura dei giudizi dei compagni. «Ma non è ancora il momento» di farsi mangiare, questo sicuramente. E lo dice senza commentare – prima regola dei posti segreti – i problemi coi quali il quartino ha scelto di nutrire il mostro nella foresta. «Io penso che abbia mangiato abbastanza, per oggi»
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Tre sferette di luce infatti svolazzano intorno alla sagoma dell'egiziano e della sestina, senza infastidirli ma permettendo loro di non inciampare su un terreno già di per sé poco stabile. D'altronde si trovano sulle scale, e queste anche di notte non si fermano dal cambiare la loro posizione secondo uno schema casuale. « Bello, vero? » il castello immerso nell'ombra, il silenzio, l'atmosfera tutta. Avanza un passo alla volta risalendo le rampe, offrendo il proprio avambraccio a supporto qualora la Wharton ne avesse bisogno, non sottraendosi alla galanteria anche quando la cecità parziale non gli rende facile mantenere la giusta stabilità. Eppure prosegue con la schiena dritta e il mento alto, lo sguardo spento e l'espressione incurante stampata in viso. « ... ti è arrivato? » chiede d'un tratto in merito al dipinto fattole consegnare giorni fa, rallentando fino a fermarsi per adocchiare meglio il volto della ragazza, ricercandone eventuali reazioni. Non risulta insistente dal tono di voce, basso per natura e caldo nonostante il forte accento a sporcare ogni suono.
« Sì » quel mormorio è seguito da un altrettanto lieve schiarirsi della voce « Fa anche un po' effetto, in realtà. » Aggiunge, gli occhi che vagano un po' nel buio - ma non troppo, visto dove si trovano. E quindi accetta anche l'aiuto che le viene gentilmente offerto, aggrappandosi al ragazzo con una mano che si avvolge al braccio, non senza un po' di incertezza iniziale. La testa sì abbassa appena, lasciando che i capelli ricadano sul viso mentre nasconde un sorrisetto. Si trova a fermarsi anche lei, quasi inconsciamente, imitando il ragazzo. « È bellissimo » commenta, cercando il suo sguardo mentre l'espressione si addolcisce « Vorrei vedere i tuoi disegni più spesso. »
Vi è solo un leggero irrigidimento del braccio a quel contatto fisico che si viene a creare tra lo stesso e la mano della sestina, per quanto vada ad ammorbidirsi con il passare dei secondi segno di come stia provando ad abbattere il disagio per il contatto fisico. Almeno quando si tratta della Wharton. Il focus si sposta sul volto altrui, su quell'espressione dolce che tanto cozza con quella dell'egiziano, sempre troppo piatta e difficile da decifrare, se non per lo sguardo capace di animarsi d'un bagliore improvviso. E' il suo modo di manifestare la felicità, o perlomeno parrebbe tale a giudicare dalle parole che si appresta a pronunciare di rimando « Sapere che non li trovi angoscianti è bello » ammette attraverso un mormorio « in questi mesi ho pensato di mandartene altri, ma temevo di risultare... » si blocca, lo sguardo scivola verso il pavimento « non so, ossessivo o morboso. » aggiunge con una piccola alzata di spalle, muovendosi di un solo passetto in avanti senza tuttavia riprendere a salire gli scalini. [...] « Avrei dovuto farti un regalo anche stasera...? » domanda infine, mordicchiando un labbro per via del leggero nervosismo.
Stringe le labbra in apprensione, per un attimo tentata di lasciar andare la presa, pronta a ritrarsi da quel contatto, e solo quando la tensione del ragazzo sembra dissiparsi, la mano si stabilizza, delicata ma non priva di decisione. « L'angoscia non mi è sembrato quello che volevi trasmettere. » Onesta e diretta come sempre, così come lo è in ciò che ha da dire dopo « Hai uno strano concetto di ossessivo e morboso. » L'osservazione è pacata, e certamente non vuole offenderlo. [...] Le sopracciglia si aggrottano a quella domanda, e dopo una breve considerazione, la sestina scuote la testa, facendo ondeggiare i capelli pregni di quel profumo di lime e vaniglia, « Questo è un regalo, se ci pensi. » Dice mentre gli angoli della bocca di sollevano in un sorrisetto « Visto che tu saresti qui a prescindere, no? » Cercando il suo sguardo, anche se un po' incerta.
« Questo perché tu sei peggio di me, sotto sotto » spiega in risposta alla sua onestà circa il dipinto e l'angoscia inesistente, rifilandole un'occhiata complice « Perché non sai quanto io possa diventarlo... » e se sembra voler aggiungere qualcosa, si blocca, preferendo lasciar perdere e proseguire verso le scale. Questa volta inizia a risalire qualche gradino avendo comunque cura di non tirare di peso la sestina, facendo attenzione ad eventuali spostamenti del pavimento così da fermarsi in caso di cambi di direzione non voluti. « vedi che se poi te ne trovi tanti, non puoi più dirmi stop eh. » la mette in guardia con tanto di dito indice puntato verso il corpo [...] « Mh » prende in considerazione l'idea del regalo, di quel momento passato insieme, confermando con un cenno del capo il dire a successivo. Si volta appena per non offrire più alla propria interlocutrice il fianco soltanto, ponendosi frontalmente rispetto a lei e provando persino a dimezzare ulteriormente le distanze che separano i loro corpi - non tanto da toccarla direttamente, ma abbastanza da limitarle eventuali spostamenti futuri. « Perché c'è una cosa che vorrei darti, Blythe » rivela fissandola dritta negli occhi « ma sarebbe come saltare giù da qui, almeno per me. » indica oltre le scale, il vuoto.
« Non so proprio di che parli. » A quell'essere peggio di lui, detto con finto tono altezzoso. Ma perde quello sprazzo di ilarità poco dopo per farsi più seria « Non ho paura. » Detto con nonchalance, quasi non ci credesse davvero alle parole del ragazzo, e per questo non fosse preoccupata. C'è un sorrisetto appena accennato, che sparisce in fretta come è arrivato, mentre continuano a salire le scale « Come se avessi intenzione di provare a fermarti, poi tu fai sempre quello che vuoi, comunque, o sbaglio? » Gli fa presente con uno sfarfallio di ciglia. [...] Prova a fare un passo avanti appena titubante, contribuendo ad accorciare le distanze tra di loro, accertandosi con lo sguardo che il ragazzo non dia segni di disagio prima di muoversi. Inclina un po' la testa di lato mentre il naso si storce inevitabilmente « Che cosa vuol dire? » Chiede in un sussurro, senza dissimulare la sua stessa perplessità « Perché sarebbe come saltare giù da qui? » A voce leggermente più alta, anche se sempre molto misurata.
Lascia cadere la questione di lì a breve, alleggerendo il momento con quella ricerca di complicità pronta ad andare in porto, per quanto fugace. « Bene, allora. » sancisce con sicurezza, guardandola ancora una volta in viso senza distogliere l'attenzione altrove, se non per spostarsi sullo scalino successivo senza cadere come un sacco di patate. « Mi prendi in giro? » la rimbecca senza cattiveria, scuotendo il capo in un cenno di diniego in tutta risposta allo sfarfallamento di ciglia. [...] Richiama a sé tutto il proprio autocontrollo, guardando a destra e poi a sinistra per studiare di sottecchi le possibili vie di fuga, ma i piedi sono ben piantati al suolo e niente sembra voler far presagire una corsa lontana. Come potrebbe, è lui stesso ad andare verso il corpo di Blythe, a dimezzare le distanze mentre all'interno della scatola cranica vi è un groviglio di pensieri. Sensazioni ed emozioni che portano il cuore ad aumentare nei battiti, il sangue a risalire sul viso per scaldarne l'epidermide. « Perché non so se sia necessario dare una sorta di senso a certe cose » e non sembra neanche sicuro di averne dato alla frase. Trattiene il respiro per qualche secondo, la mano sinistra intanto si alza per provare a posare i polpastrelli sulla linea della mandibola altrui, per carezzarla in una salita lenta fino alla guancia dove si fermerebbe. Solo allora, se concesso, le spalle si piegherebbero leggermente in avanti in modo da far venir meno la differenza di altezza, portando il volto dell'egiziano fino a quello dell'inglese - a quelle labbra a cui avvicinerebbe le proprie per sfiorarle leggermente, prima di osare in un bacio casto e rispettoso, ma non per questo meno voluto.
La sestina fa spallucce, lo prende in giro? « Solo un po'. » È la sua risposta, pronunciata candidamente, trattenendo a stento un sorrisetto. La vicinanza con Shukri le fa andare le guance in fiamme, colorandole di rosso, mentre è lei stessa a ricercarla, quasi se ne vergognasse, i respiri che si fanno impercettibilmente più corti mentre cerca di processare quelle parole, non senza una certa difficoltà - un po' per il rumore del suo stesso battito cardiaco, che al momento le sembra assordante, un po' per la natura delle stesse. Batte le palpebre un paio di volte, apre la bocca come se fosse in procinto di dire qualcosa ma non esce niente, trovandosi a stringere le labbra, la frustrazione dipinta sul volto. Quando sente sul volto la sensazione della mano altrui ne cerca immediatamente gli occhi, sollevando la testa come per andargli incontro. Una mano si muove lenta ed incerta per provare a poggiarsi contro il petto del ragazzo, delicatamente e senza fare pressione, gli occhi che si chiudono, lasciando che le loro labbra si incontrino in quel bacio che le dà la sensazione delle farfalle nello stomaco, senza ritrarsi neanche quando quello sfiorarsi verrà meno, aprendo gli occhi per poter guardare in quelli dell'egiziano.
Non che duri a lungo, di lì a breve subentra infatti la confusione, l'incapacità di esprimersi a voce e la necessità di farlo a gesti; in quel tocco di labbra non appena le distanze tra i loro corpi si azzerano. Proprio su quella mano di Blythe, poggiatagli sul petto, l'egiziano adagia la sua morbidamente nonostante il leggero tremore di cui è preda. Per quanto possa sembrare paura, è perlopiù il disagio esistenziale di chi è sempre convinto di fare le cose in modo sbagliato; di essere fuori posto. Eppure una volta tuffatosi non gli resta che godersi il momento, le palpebre si chiudono e la mente si annebbia, i sensi si ovattano, il cuore aumenta il ritmo dei suoi battiti dandogli quasi l'impressione di star uscendo dal petto. Quel bacio lo ricerca per diversi secondi, e solo alla fine, quando si allontana semplicemente con il capo, sono gli occhi della ragazza quelli in cui si specchia con i propri. Tace a lungo, ci prova persino a dire qualcosa, ma ogni volta che apre bocca il caos riempie la mente e lo porta semplicemente a desistere. Ingoia la saliva e prende un respiro profondo, il corpo ancora vicino a quello di Blythe, le labbra a pochi centimetri dalle sue « è un regalo per noi. » è tutto ciò che riesce a partorire alla fine, alludendo alla loro relazione e agli ultimi sviluppi, a quel legame stretto sempre di più durante gli ultimi mesi. Arretra ora, tentando di intrecciare le dita della della mano a quelle della sestina, non per guidarla altrove, quanto per tirarla a sé in modo da scoccare sul dorso un nuovo bacio. « questo era il mio salto nel vuoto. Tu lo sei. » prende una piccola pausa « e mi sento bene. » glielo fa sapere con un sussurro neanche fosse un segreto tra loro: finalmente l'egiziano dalla poca voglia di vivere e il mood di un condannato a morte, in realtà si sente felice. E sulla scia di questo mix di emozioni andrebbe pian piano a discostarsi dalla sagoma di lei, indicandole infine le scale con un gesto galante. Il coprifuoco è ancora lungo e c'è un castello da esplorare.
B. « Ho rotto con Lionel. » ammette in un sussurro, seguito da un altro. « E anche con Cheryl. » sollevando poi lo sguardo stanco sull’amico. « Sono stanca dei Purosangue, Shu. Della loro società di merda che rovina pure gli altri. E sono stanca… di tutto. » persino del cibo a quanto pare, vista l’esitazione con cui porta un boccone alle labbra per poi masticarlo piano.
S. La adocchia di sbieco al fine di non voler risultare eccessivamente invadente, ritrovandosi a flettere un sopracciglio nell'istante in cui viene a sapere della rottura tra Blythe e Lio. « Meglio ora che poi. Tanto sarebbe avvenuto per forza. » [...] « Bisogna solo scendere a patti con il fatto che non possiamo rimanere il primo posto di qualcuno per sempre, niente lo è mai davvero. » e se torna ad premere su determinati aspetti, consapevole di quanto possano essere dolorosi, è solo per portare avanti una terapia d'urto poco ortodossa.
B. « E come si fa a scenderci a patti, Shu? Come ti abitui? » gli domanda, alzando lo sguardo per cercare quello dell’amico che, ahimè, ci è già passato. « Okay che io sono qua e lui là, ma… al momento mi sembra di non riuscire in nulla. » sospira lievemente, poggiando i gomiti sul tavolo per fornire un supporto alla propria fronte. [...] « Mi sento un sacco patetica » rivela, le parole in contrasto col tono più leggero che sta usando.
S. « Con il fuoco. » in che senso? « recupera tutte le sue cose e bruciale. Ricomincia da zero, Lionel è morto. » avanza di qualche passo con l'intento di aggirare il tavolo per guadagnare la stessa panca su cui è seduta la settimina, provando a sedersi al suo fianco senza tuttavia toccarla in qualche modo. « B, mi dispiace vederti così e non so come si faccia a far star bene una persona... » si guarda intorno neanche potessero gli elfi domestici dargli qualche indicazione « però, si insomma, dai vieni qua. » allarga ambedue le braccia invitandola a stringerglisi addosso per trovare un pelo di conforto. Qualora ciò dovesse avvenire, sarebbe un abbraccio rigido, tipico di chi con il contatto fisico non imparerà mai a farci i conti davvero. « Patetica è la situazione, non tu. » precisa con un sussurro basso.
Sta reggendo una di quelle tazze di plastica, piena per metà di cioccolata fumante, gli occhi rivolti al cielo, « Allora! Quali sono i tuoi buoni propositi per il nuovo anno? » Spostando lo sguardo plumbeo dal cielo a quello del ragazzo, ha stampato sulla faccia un sorriso perenne merito dell'alcol che ha ingerito e questo non scompare mentre pronuncia quelle parole con voce squillante.
« Mh, è una domanda difficile » conviene con un tono di voce funereo nonostante il clima di festa, una cioccolata calda stretta tra le mani e gli occhi pronti a rivolgersi alla serpeverde « Non morire? Essere felice? Assicurarmi che tu sia felice? » non sono vere e proprie risposte le sue a giudicare dal tono, ma le propone comunque neanche dovesse ricevere delle conferme per convincersene.
Lascia andare una risatina senza alcuna ragione quando la sua domanda viene ritenuta difficile, aspettando però che il ragazzo prima di commentare « È carino che la mia felicità sia tra i tuoi buoni propositi » cinguetta per poi mandare giù un lungo sorso dalla sua tazza « Sei molto realistico come sempre. » Commentando sugli altri, quelli che non la riguardano, lo sguardo catturato dal movimento circostante per un attimo.
« Tu hai pensato alla mia fino ad ora. » di felicità, dunque gli sembra il minimo. Tace diversi istanti perdendosi dietro chissà quale pensiero, senza rispondere al commento sull'essere realistico o meno, preferendo di gran lunga sbuffare aria bollente dalle narici. [...] Torna ad adocchiare la cioccolata calda rigirandosela tra le dita, incerto, voltandosi successivamente verso Blythe « cosa si prova ad essere ubriachi? » domanda dal nulla, sondando un po' il terreno. « Non ti fa paura non avere pieno controllo di te? »
Sbatte le palpebre un paio di volte, per poi fare spallucce con nonchalance « Già, perché sono un'amica fantastica, anche se non si direbbe. » Ribatte compiaciuta, mettendo anche il petto in fuori come a volersi dare improvvisamente delle arie con fare teatrale. [...] Le domande dell'arabo la spiazzano e glielo si legge in faccia, ma recupera in fretta quel sorriso dato dal suo stato « Ti senti la testa leggera, e tutto è così divertente, senti il vuoto allo stomaco... » Descrive la sensazione chiudendo gli occhi per qualche istante « A volte non lo voglio il controllo. Voglio solo ridere come se mi avessero lanciato un Exhìlaro e non pensare a nulla. » Spiega, facendo ondeggiare il liquido dentro la sua tazza di plastica, gli occhi catturati da quel movimento.
Ascolta quanto ha da dire la serpeverde con la fronte pronta ad aggrottarsi, le mani intente ad avvicinare la tazza al viso per permettere alle narici di snasare il profumo della cioccolata. « ... quindi ubriacarsi è un po' come essere innamorati, no? Provi le stesse cose prima, e stai male dopo. » almeno secondo la visione dell'arabo, sempre un po' troppo cinico per certi aspetti « Vorrei farlo anche io, ma temo sempre fregature dietro l'angolo » abbassare la guardia non lo fa stare tranquillo, è evidente « l'assaggio. » la bevanda, la stessa portata alle labbra e sorseggiata di lì a poco. « Brindiamo a noi? » a scoppio ritardato.
Lo osserva con attenzione mentre annusa la cioccolata corretta, in cui chiaramente si può percepire l'odore di alcol non meglio specificato. Per qualche ragione, il paragone la fa scoppiare in una risata fragorosa « Se vuoi metterla così. Ma non devi per forza stare male dopo, se stai attento a cosa bevi e quanto, poi stai bene. » Un po' si sta parlando di sbronze e un po' si sta parlando di amore, poetico. « Dovresti provare! » Lo incita subito, gesticolando con la mano libera verso la tazza del ragazzo « E poi io sono qui, non devi preoccuparti di niente. » Scrolla un po' le spalle, come se fosse una cosa ovvia e scontata, sollevando quindi la sua tazza « A noi! » Trilla contenta, facendo sì che le due tazze si scontrino in un breve brindisi prima di trangugiare tutto d'un fiato l'intero contenuto.
La risata fragorosa di Blythe ha il potere di riportarlo con i piedi per terra, un sopracciglio si inarca verso l'alto e il naso si arriccia in una smorfia « Mh, non sono mica tanto convinto. » spiega titubante, nonostante la ragazza riesca poi a convincerlo con quelle rassicurazioni - tanto da spingerlo ad impugnare con maggior fermezza la tazza, guidandola verso quella di lei per cozzarci contro dando vita al brindisi. « A noi! » sfiata prima di buttare giù la bevanda di riflesso ai gesti dell'amica, assaporandola con tanto di occhi socchiusi e di calore pronto a farsi sentire; capace di donare all'arabo una sensazione piacevole soprattutto considerato il clima. « Credo sia ora, vuoi avvicinarti agli altri o...? » per la mezzanotte e i relativi festeggiamenti che verranno. Lascia a lei la possibilità di decidere per entrambi, troppo occupato a guardarla in volto per ricercarne nuovamente lo sguardo. « Il 2081 sarà il nostro anno. » mormora piano, sporgendosi di poco in avanti per tentare di avvicinare il viso a quello altrui, ciò nella speranza di riuscire ad adagiarvi sulla fronte un bacio delicato; inaspettato soprattutto da uno come lui. Non vi sarebbe altro, solo un contatto destinato a venir meno per non risultare troppo invadente o inopportuno per la strega.
Quel tentennare iniziale le fa arricciare il naso arrossato, ma è veloce a sciogliersi in un sorriso appena decreta che proverà la cioccolata calda corretta - non il migliore dei primi approcci all’alcol, ma per dei ragazzini troppo giovani per bere negli States va benissimo. Il ragazzo menziona il resto del gruppo e B sembra uscire da una bolla formatasi attorno a loro, spostando lo sguardo verso i fratelli e i cugini, « Sì, meglio… Non ci hanno ancora accusati di volerci appartare per pomiciare, meglio evitare finché siamo in tempo. » Una piccola smorfia di disappunto le storce la bocca, anche se sparisce in fretta, sostituita dal lieve stupore per il gesto di Shu. Gli occhi si chiudono, lasciando che le baci la fronte e ricambiando con una fugace carezza sul braccio all’altezza del gomito. Riapre gli occhi non appena l’arabo si ritrae « Adoro che adesso siamo diventati ottimisti » dice scherzosamente, infilando la mano che non regge la tazza di plastica in una delle tasche del parka per poi fargli un lieve cenno con la testa in direzione del gruppetto, invitandolo ad affiancarla per raggiungerli prima che scatti la mezzanotte.
« Non devi preoccuparti di ferirmi, comunque, non fa niente. » nel dirlo la mancina, sua mano dominante, prova a tendersi verso il polso altrui per guidarlo con un movimento leggero a posarsi sul pianoforte. [ ... ] Le rifila un cenno, l'ennesimo, per invitarla a suonare insieme a lui ora che si appresta a riprendere.
« A me interessa, in ogni caso » se lo ferisce o meno « non voglio diventare quel tipo di persona » che trasforma i problemi in una giustificazione « e non lo dico perché sei tu, non mi va e basta. Non con chi non se lo merita. » Non aggiunge altro, proverebbe solo a seguirlo nell’esecuzione, lanciando occhiate occasionali alle mani altrui, magari alla ricerca di un indizio sul ritmo o le note. La speranza è una: quella di non combinare un disastro.
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« Anche l'oggetto più piccolo ha un'ombra gigantesca, messo sotto la luce giusta »
« Nel deserto piove pochissimo, a volte è la stessa sabbia a venire giù dal cielo » la mette al corrente del fenomeno atmosferico che si manifesta nel Sahara. Lo fa tramite pochi e semplici movimenti delle mani neanche volesse spiegargli a gesti il ciclo naturale che coinvolge il luogo. Fa spallucce. « Siamo giovani, no? Magari tra quattro anni riusciremo a far smettere di piovere. » del resto, se tutti fossero in grado di riuscirci subito che senso avrebbe Hogwarts in sé e lo studio a lui annesso.
«Non lo so. Se qualcuno avesse il potere di far smettere la sabbia nel tuo deserto..» come se l’aggettivo possessivo potesse essere accostato ad un luogo del genere. Ma è un modo sottile di riferirsi ai posti, attribuirli a qualcuno. « .. pensi sarebbe giusto?»
Le domande di Abilene hanno il potere di lasciarlo senza parole, almeno inizialmente. « No, sicuramente. Creerebbe non pochi problemi. » si rende conto come l`uso della magia non sia sempre privo di rischi. « Ma da saperlo fare a farlo c`è un mondo. » . « Sai, a volte sei lì e pensi di saper già fare tutto e di poter già andare oltre » sfiata cercando di non mescolare le lingue, attingendo unicamente all`inglese seppur il suono sia poco limpido a causa dell`accento. « Poi però quando lo fai è più quello che perdi rispetto a quello che guadagni. » piega il capo su di un lato, le iridi tornano a scrutarla attentamente in viso. « E ti ritrovi cieco. »
« A te è successo questo?» non riesce a trattenersi dal domandare « non devi dirmelo, se non vuoi» si affretta ad aggiungere, voltandosi a guardare un punto indefinito di fronte a loro. I piedi non dondolano più.
Fa cenno di sì. « Non lo sa nessuno oltre te, sai mantenere i segreti? » chiede per quanto il suo sia ancora privo di particolari. Ma è pur sempre qualcosa. Si alza dal davanzale ora, un balzo ed eccolo in piedi in una postura perfettamente eretta, questa volta non dalla parte riparata bensì direttamente sotto la pioggia che scroscia. Avanza al centro del giardino incurante di essere un bersaglio per gli ipotetici fulmini, sta lì a godere dell`acqua con il volto rivolto al cielo e le braccia staccate dal corpo, aperte in una linea orizzontale a mezz`aria. « Vieni qui con me. »
Scivola cauta dal porticato, poggiando le piante dei piedi a terra e passando il palmo della mancina sull’impermeabile verde, avanti e dietro. [...] «Adesso però dovresti farcela tu» anche le mani sono in tasca ora e gli occhi sembrano farsi ancora più grandi: uno sguardo carico di curiosità che, con qualche esitazione, indugia infine sull’argomento di discussione.
Pochi sono i secondi che si prende per tornare a darsi un tono, lo fa attraverso uno sbuffo caldo. « Cosa vuoi sapere esattamente? Fammi una domanda e io ti risponderò. » perché non è ancora pronto a rivelare tutto ciò che lo ha portato a diventare il ragazzino che è ora. « Pensaci bene. »
Anche le spalle sono più basse e il respiro è tornato talmente regolare da essere a malapena udibile. «Ciò che voglio sapere esattamente è..» un’esitazione appena percepibile che si risolve dopo pochissimo tempo «..ti va di parlarne?».