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C. SBARBARO
Era da un sacco che volevo dedicare qualche riga a Sbarbaro. Tipo qualche mese. E mi dispiaceva non riuscire mai a farlo per davvero. Presa dai sensi di colpa, come per scusarmi, ogni tanto ho cercato di inserirlo nella mia vita in circostanze casuali: su di un articolo di poesia ci butto là uno "Sbarbaro" decontestualizzato e un po' preso alla sprovvista, quando aspetto alla stazione o mentre il mio ragazzo studia e allora nel mentre io apro google, "Sbarbaro" e vai di 5 minuti di zapping per siti.
Ormai è un pensiero familiare, a tratti simpatico.
Che poi in realtà io nemmeno lo conoscevo prima dell'università. Poi ho seguito un corso sulla poesia del '900 ed eccolo là inserito nel programma insieme ad altri tre autori minori, "Camillo Sbarbaro". Forse più spaesato e preso alla sprovvista di quando si è ritrovato nominato nel mio articolo.
Piccolo preambolo: i poeti del primo '900 se ne fregavano dei sublimi ideali che nobilitano la vita. Il loro era più un versificare i suoi avanzi, i residui.
Per essere chiari, non abbiamo l'Achille di turno ma un Totò Merumeni. Non abbiamo i trionfi ma gli ossi di seppia.
Un po' tutta la mentalità in quegli anni era per sommi capi questa. Basti pensare a Freud che descrive la psicoanalisi, praticamente sua figlia, come lo studio dei "rimasugli del mondo dei fenomeni".
Beh ecco, per me il grunge e compagnia bella nasce da questa roba qui, dalla celebrazione della marginalità.
Sbarbaro è così. È marginale. Se ne sta nell'angolo della sua Liguria e da lì non si smuove: metafisica regionale. La stessa di Montale, che non a caso è il diretto erede della sua bella poetica.
A lui interessa il perimetro del continente dell'esistenza, le sue rive e derive. Non le sue amazzonie, non le sue aurore boreali.
Fin dall'inizio la cosa che mi ha divorata di curiosità è che oltre ad essere poeta era il più famoso lichenologo d'Italia.
Adesso, i licheni. A me fa ridere.
Figuratevi un omino che dedica una vita intera a poesie, funghi e alghe. Da prenderci un caffè insieme, farci quattro chiacchiere per forza. E badate che ci faceva sul serio. Si è messo a descrivere più di cento specie diverse di licheni: le più felici portano ancora il suo nome, quasi come pegno per essere state messe finalmente alla luce da un tale gentiluomo.
“Sui licheni scrissi fin troppo, sempre cercando una spiegazione a questo hobby; nessuna conoscenza specifica, solo curiosità, piacere visivo, simpatia: la stessa che mi fa avvicinare tutto quello che non è vistoso, per gli altri senza importanza, misero”.
Secoli fa Beccaria scrisse qualcosa come "a stili diversi corrispondono idee diverse". Ancora non vi ho raccontato tutto di Camillo, ma non serve una laurea per capire che uno così non poteva scrivere come d'Annunzio.
La sua poesia approda sulle rive dell'anti-retorica. E nemmeno ci fa apposta, la sua non è alcuna ribellione alla tradizione letteraria. Non vi salti in mente che uno così faccia delle guerre; il suo stile petroso non è altro che l'estensione naturale di uno stile di vita ridotto ai minimi termini. Vi faccio un esempio.
La sua raccolta si chiama "Pianissimo". Già il nome, vabè cosa ve lo dico a fare: poesia discreta e sussurrata a voce bassa, non fa promesse, è solo singhiozza piano -pianissimo- nel vuoto. Le edizioni successive alla prima furono ritoccate e ritoccate per rimuovere elementi stilistici che al poeta sembravano eccessivi, barocchi. Era come se attuasse di volta in volta una sorta di chirurgia antiestetica volta all'avvilimento dell'armonia.
L'eccesso, gli sbalzi verso l'alto, il sublime e in generale la verticalità erano aboliti nei suoi versi che erano tesi come l'orizzonte netto del deserto, come quando gli venne in mente di scrivere: “Nel deserto io guardo con asciutti occhi me stesso", e palesa elementarmente il il suo disagio esistenziale, l'impossibilità di creare rapporti, con l'esterno e con sè stessi.
E infine, ma di nuovo, i licheni: fonte di ispirazione, forme biologiche adattabili ovunque (“una muffa più un fungo, due debolezze che fanno una forza")
tranne che in prossimità degli umani.
In un esistenza talvolta amara talvolta crudele che trascorreva con l'idea che "nella vita come in trincea alzi la testa e fischiano le pallottole", la contemplazione dei licheni era la costante delle giornate:
"In due casi il mio amore per i licheni soffre eclissi: quando sono innamorato e quando scrivo. Vide giusto allora chi senza conoscermi lo diagnosticò una forma di disperazione".
Gira e rigira, è sempre l'amore a salvarci, a suggerirci l'autenticità tra i surrogati, a rendere inutili tutti quei disperati tentativi che ripetiamo giorno dopo giorno per salvarci le penne. Che poi "salvarci", altro non vuol dire che trovarci un senso, per non finire ad essere pellegrini alla mercè della casualità.
E, che ne dite, magari Sbarbaro voleva trovarsi un senso attraverso il ridurre all'osso tutto ciò che non comprendeva, compreso sè stesso.
Dentro di sè vedeva solo il vuoto:
"Io son come uno specchio rassegnato
che riflette ogni cosa per la via.
In me stesso non guardo perché nulla
vi troverei.."
E così con profonda umiltà si proiettava nei licheni per studirsi meglio e infine riconoscersi
"Magra dagli occhi lustri (...) la mia anima torbida che cerca chi le somigli".
Ora che non dici niente, Camillo Sbarbaro da Pianissimo
transcription and rough translation under the cut
È un cielo rispecchiato nel buio d’una vasca, un firmamento capovolto.
Dalla ringhiera mi spenzolo a figgere gli occhi in basso dove accampano le masse cubiche delle case, stilettate dai fanali verdognoli. E a momenti mi capita, per la commozione, di giungere le mani quasi a render grazia d’esser nato.
Così anche dalla strada di casa cavo un poco di gioia – come dalla vita, a forza di strizzare
Camillo Sbarbaro, Trucioli 1941
Ascolto e non mi giunge una tua voce.
Camillo Sbarbaro, Taci anima stanca di godere

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Ora che sei venuta
Ora che sei venuta, che con passo di danza sei entrata nella mia vita quasi folata in una stanza chiusa - a festeggiarti, bene tanto atteso, le parole mi mancano e la voce e tacerti vicino già mi basta. Il pigolìo così che assorda il bosco al nascere dell'alba, ammutolisce, quando sull'orizzonte balza il sole. Ma te la mia inquietudine cercava quando ragazzo nella notte d'estate mi facevo alla finestra come soffocato: che non sapevo, m'affannava il cuore. E tutte tue son le parole che, come l 'acqua all'orlo che trabocca, alla bocca venivano da sole, l'ore deserte, quando s'avanzavan puerilmente le mie labbra d'uomo da sè, per desiderio di baciare...
Ora che sei venuta, che con passo di danza sei entrata nella mia vita quasi folata in una stanza chiusa a festeggiarti, bene tanto atteso, le parole mi mancano e la voce e tacerti vicino già mi basta. Il pigolìo così che assorda il bosco al nascere dell’alba, ammutolisce quando sull’orizzonte balza il sole. Ma te la mia inquietudine cercava quando ragazzo nella notte d’estate mi facevo alla finestra come soffocato: che non sapevo, m’affannava il cuore. E tutte tue sono le parole che, come l’acqua all’orlo che trabocca, alla bocca venivano da sole, l’ore deserte, quando s’avanzavan puerilmente le mie labbra d’uomo da sé,per desiderio di baciare...
Camillo Sbarbaro, Ora che sei venuta
Era color del mare e dell’estate
la strada fra le case e i muri d’orto
dove la prima volta ti cercai.
All’incredulo sguardo ti staccasti
un po’ incerta dall’altro marciapiede.
Nemmeno mi guardasti. Mi stringesti,
con la forza di chi s’attacca, il polso.
A fianco procedemmo un tratto zitti.
Una macchina adesso mi portava,
procella appena dominata, verso
il luogo di quel primo appuntamento.
Già la svolta il mio cuore riconosce
e, raffica, la macchina imbocca,
ed ecco tu ti stacchi
un po’ incerta dall’altro marciapiede.
(Non era che un crudele immaginare:
paralitico tenta con quest’ansia
la parte, se già il male guadagni).
Il tempo di pensarti; ma nell’attimo
che dolcissima spina mi trafisse!
Acuta come questa non mi desti
altra gioia, non mi potevi dare.
T’amavo. Amavo. Anche per me nel mondo
c’era qualcuno.
O strada tra le case, benedetta,
dove la prima volta nella vita
pietà d’altri che me mi strinse il cuore.
Camillo Sbarbaro, Era color del mare