In questi giorni stavo pensando a quella cosa che si dice sempre per cui si tende a scrivere quando si è tristi, e a vivere quando si è felici. L’ho sempre considerato un pessimo cliché, un modo come tanti per inconsciamente avvalorare l’idea che il dolore e la tristezza rappresentino qualche forma di superiorità morale, quell’ideale romantico di cui lo struggimento è misura di valore. Ci sono cascata così tante volte, ho perso il conto.
Tuttavia, essere la feroce giudice di me stessa che sono credo mi abbia infine salvata dal cadere vittima inconsapevole dell’autocommiserazione tipica della maggior parte delle persone tendenzialmente malinconiche. Ho vissuto per molti anni nell’immagine di me riflessa dagli occhi di altri. Quell’immagine era una cosa nera e triste. Era un’immagine che detestavo, ma per la quale ammetto, quasi con vergogna, di aver provato a lungo uno strano senso di orgoglio, quasi come se sentire la sofferenza in punti dove gli altri non la sentivano, o percepire a volte così tangibilmente quello che nella mia testa era lo struggimento dell’esistenza e quello che mi sembrava gli altri non vedessero, mi rendesse in qualche modo migliore. Fino a quando non ho capito che la sensibilità alla sofferenza non è un valore in sé, che lasciata lì, così, è qualcosa che distrugge invece di costruire, che toglie invece che dare, finché tutto diventa sempre meno, sempre meno. Non serve, se non puoi metterla al servizio di un fine altro, se non riesci ad esaltare ciò che di essa ti rende sensibile a quello che vi sta dietro, che ti permette di vedere la gioia dietro il dolore, i successi dietro le fatiche, le conquiste dietro le perdite, il perfetto bilanciamento di questi opposti necessari. E quindi un giorno mi è sembrato così chiaro, che tutto questo magnifico dolore non serve assolutamente a niente se non ti permette di vedere attraverso i giochi d’ombre tutti gli altri famosi colori dell’arcobaleno. E prima di allora non avrei mai pensato di arrivare a contarne così tanti. C’è anche un’altra cosa, che non avrei mai pensato, e cioè che tutto ciò potesse avvenire in gran parte grazie ad una consapevole, mirata, faticosa scelta. Certo, c’è stato un lungo percorso precedente per costruire una strada che mi permettesse anche solo di contemplarla, questa scelta. Ma alla fine, in ultimo, è stata una scelta. Ed è la scelta più faticosa da portare avanti, e cerco di spiegarla a chi mi sta intorno ma non sempre è facile, non lo è quasi mai, perché poi le parole non sono all’altezza mai e quando hai deluso te stessa così tante volte come fai a non pensare che anche stavolta in fondo lo rifarai, deluderai te stessa e gli altri e sarai sempre “la solita Marta”, per te e per loro. Solo che poi, ora, in genere mi fermo. Faccio qualche respiro. E scelgo. Scelgo di accettare, l’ignoto, l’eventualità del fallimento, il fatto che magari mi deluderò, ma magari no. Scelgo di comprendere, me stessa, gli altri, le mie sofferenze e le loro.
Scelgo di dar risalto alla luce, di guardarla, ogni tanto, ché altrimenti qualcuno me lo spiega, che senso abbia avuto tutta quell’oscurità?