Le cicatrici dell’Appennino
Gli eccidi nazifascisti rimasti nell’oblio della Giustizia
Tutto era partito da un ordine del maresciallo Albert Kesserling, ferreo comandante a capo delle forze tedesche in Italia. Di fronte all’avanzata dell’esercito alleato i tedeschi si erano asserragliati nelle fortificazioni appenniniche della linea Gotica, ma erano funestati dai frequenti attacchi dei partigiani. Si decise, allora, di fare terra bruciata, sia davanti all’esercito avanzante, sia attorno alle posizioni tedesche, dove si potevano annidare i combattenti della Resistenza. Ciò voleva dire che all’esercito in avanzata non si doveva far trovare nulla, dai depositi di munizioni alle singole fattorie. Nel caso più brutale, nella lotta alla guerriglia diffusa, significava anche radere al suolo interi villaggi. Le responsabilità di tali azioni sono da imputarsi ai militari tedeschi, spesso supportati dai collaborazionisti della Repubblica Sociale di Salò e solo in parte alle temute SS. È studiando questi avvenimenti che gli storici hanno coniato definizioni come “guerra ai civili” (P. Pezzino), ribadendo quell’atteggiamento di sospetto dei tedeschi verso ogni italiano, visto dopo l’8 settembre come un traditore o sostenitore di quei “briganti” che costringevano l’esercito nazista ad una guerra su due fronti. Kesserling poteva comunque contare su reparti induriti da anni di guerra, soprattutto contro i Russi sul fronte orientale, la cui esperienza risultò tristemente efficacie nel contesto italiano.
Questa brutale opera di rastrellamento ebbe inizio il 13 Aprile 1944. Partina, Moscaio, Badia Prataglia e Vallucciole furono date alle fiamme e distrutte, seguite da Forno (13 Giugno), dove si erano asserragliati i partigiani della brigata "Aldo Mulargia" e Miniera di Niccioleta, fino a Castelnuovo Val di Cecina (14 Giugno). Il 17 giugno 1944 Kesselring inasprì ancora di più la lotta alle bande, assolvendo di fatto da ogni responsabilità ogni ufficiale tedesco che, nella lotta contro i partigiani, avesse assunto metodi anche non conformi all’onore militare. Ne seguì un’escalation che devastò la Toscana Orientale e Nord Occidentale: Bucine, Guardistallo e Civitella della Chiana (29 Giugno), Castelnuovo dei Sabbioni, Massa dei Sabbioni, Meleto e Castelnuovo Berardenga (4 Luglio). In queste azioni furono attivi i tedeschi della Divisione Goering, ma anche reparti italiani della Guardia nazionale repubblicana e della X Mas.
Alle centinaia di morti precedenti se ne aggiunsero molte altre durante l’estate: ad Empoli il 24 Luglio e a Pisa il 1 Agosto furono attuate delle rappresaglie contro altri civili e contro la rimanente comunità ebraica, ma il fatto più sanguinoso doveva avvenire a S. Anna di Stazzema il 12 Agosto 1944. Il piano iniziale era forse quello di far sgomberare i civili presenti in zona, ma qualche reazione degli abitanti avrebbe fatto scattare la feroce rappresaglia. Altri storici propendono per un’azione terroristica premeditata da tempo. In ogni caso, il villaggio fu raso al suolo e gli abitanti sterminati con l’uso di lanciafiamme, mitra e bombe a mano. Il Comune di Stazzema ha ricevuto la Medaglia d’Oro al Valor Militare con questa motivazione:
"Vittima degli orrori dell’occupazione nazista, insigne, per tributo di sofferenze, fra i Comuni della Regione, riassume, nella strage di 560 fra i suoi cittadini e rifugiati di Sant’Anna, il partigiano valor militare e il sacrificio di sangue della gente di Versilia che, in 20 mesi di asperrima resistenza all’oppressore, trasse alla guerra di Liberazione il fiore dei suoi figli, donando alle patrie libertà la generosa dedizione di 2.500 partigiani e patrioti, il sacrificio di 200 feriti ed invalidi, la vita di 118 caduti in armi, l’olocausto di 850 trucidati. Tanta virtù di popolo assurge a luminosa dignità di simbolo, nobile sintesi di valore e di martirio di tutta la Versilia, a perenne ricordo e monito. Versilia, settembre 1943 -–aprile 1945"
Oggi, a Sant’Anna, le vittime del massacro sono ricordate dal Mausoleo- Ossario e da un museo.
Al 28 Settembre si era arrivati al conto di 3622 persone uccise, cifra ovviamente approssimativa e frutto di laboriose ricerche di parenti, storici e studiosi nell’arco degli anni a venire, ma dall’altra parte dell’arco alpino vi era un ufficiale che rivaleggiava con i suoi colleghi del versante toscano. Walter Reder, maggiore delle SS soprannominato “il monco” perché aveva perso l'avambraccio sinistro a Karkov, sul fronte orientale. Considerato da Kesserling uno “specialista” in materia, al comando del 16° Panzergrenadier «Reichsfuhrer», rastrellò e distrusse dal 12 agosto numerosi villaggi tra la Versilia, la Lunigiana e il Bolognese, lasciando dietro di sé più di tremila morti (Gragnola, Monzone, Santa Lucia, Vinca) . In Lunigiana si erano uniti elementi delle Brigate nere di Carrara, fondamentali per la loro opera di guida e coordinazione delle colonne tedesche. Nella zona non c'erano partigiani: lo dirà anche la sentenza di condanna di Reder: «Non c'erano combattenti. Nei dirupi intorno al paese c'era soltanto povera gente terrorizzata...».
Queste sono le parole di Arrigo Petacco: “A fine settembre il «monco» si spinse in Emilia ai piedi del monte Sole dove si trovava la brigata partigiana «Stella Rossa». Per tre giorni, a Marzabotto, Grizzana e Vado di Monzuno, Reder compì la più tremenda delle sue rappresaglie. In località Caviglia i nazisti irruppero nella chiesa dove don Ubaldo Marchioni aveva radunato i fedeli per recitare il rosario. Furono tutti sterminati a colpi di mitraglia e bombe a mano. Nella frazione di Castellano fu uccisa una donna coi suoi sette figli, a Tagliadazza furono fucilati undici donne e otto bambini, a Caprara vennero rastrellati e uccisi 108 abitanti compresa l'intera famiglia di Antonio Tonelli (15 componenti di cui 10 bambini). A Marzabotto furono anche distrutti 800 appartamenti, una cartiera, un risificio, quindici strade, sette ponti, cinque scuole, undici cimiteri, nove chiese e cinque oratori. Infine, la morte nascosta: prima di andarsene Reder fece disseminare il territorio di mine che continuarono a uccidere fino al 1966 altre 55 persone. Complessivamente, le vittime di Marzabotto, Grizzano e Vado di Monzuno furono 1.830. Fra i caduti, 95 avevano meno di sedici anni, 110 ne avevano meno di dieci, 22 meno di due anni, 8 di un anno e quindici meno di un anno. Il più giovane si chiamava Walter Cardi: era nato da due settimane. Dopo la liberazione Reder, che era riuscito a raggiungere la Baviera, fu catturato dagli americani. Estradato in Italia fu processato dal Tribunale militare di Bologna nel 1951 e condannato all'ergastolo. Dopo molti anni trascorsi nel penitenziario di Gaeta fu graziato per intercessione del governo austriaco. Morì pochi anni dopo in Austria senza mai essere sfiorato dall'ombra del rimorso.(in il Resto del Carlino, 12 aprile 2002)”.
Non serve ricordare che solo in pochi casi (come per Reder e Kesserling, il quale fu condannato al carcere a vita) si riuscì effettivamente a processare e condannare gli autori delle stragi, sia tedeschi, sia collaborazionisti, sia per le oggettive difficoltà nel perseguire la giustizia in tempo di guerra, sia per volontà di alcuni di dimenticare e insabbiare. Vi era un tacito accordo tra gli ex paesi belligeranti, soprattutto con la Germania (non mancano, comunque, atti terribili anche da parte alleata), per non processare i rispettivi criminali di guerra. I documenti dei processi e i fascicoli raccolti dagli alleati e dagli addetti ai lavori sulle stragi nazifasciste furono chiusi in un armadio, un armadio “fantasma”. Le ante girate verso il muro, in una stanza del Palazzo Cesi Gaddi, a Roma, sede della Procura Generale Militare. Venne scoperto e aperto solo nel 1994 per mano di Antonino Intelisano, magistrato militare che stava indagando sull’autore dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, Erich Priebke . Il giornalista dell’Espresso, Franco Giusolisi, lo ribattezzerà l’“armadio della vergogna”, termine che utilizzerà per il suo omonimo libro. In esso vengono ritrovati 695 fascicoli, 2274 voci di reato e fatti che coinvolgono oltre 15 mila vittime rimaste senza giustizia. Giusolisi sarà il primo, assieme a Alessandro De Feo, a parlarne in un articolo sull’Espresso nel 1996. al suo interno vi erano cinquanta condannati all’ergastolo, tra cui i responsabili delle stragi di Cefalonia, Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, Fivizzano, Civitella in val di Chiana.
È necessario, oggi più che mai, preservare la memoria sia degli eventi tragici, sia dei nomi delle persone che sono ad essi indissolubilmente legati, perché non si dimentichi né il volto dei carnefici, né la sorte delle loro vittime. Che siano, quindi, le parole del presidente tedesco Rau a Marzabotto nel 2002 a concludere questo saggio:
“La colpa personale ricade solamente su chi ha commesso quei crimini. Le conseguenze di una tale colpa, invece, devono affrontarle anche le generazioni successive”.
Questo articolo è stato pubblicato sul Cimone, il notiziario del CAI di Modena.
Per scaricarlo Cliccate Qui
Bibliografia
E. Droandi, Le stragi del 1944 nella Toscana orientale, Edizioni Calosci, 2006
http://www.storiaxxisecolo.it/index.htm
P. Pezzino, Guerra ai civili. Le stragi tra storia e memoria, in Passato e Presente 58 (2003)
http://espresso.repubblica.it/attualita/2015/08/04/news/stragi-nazifasciste-quei-fascicoli-archiviati-dell-armadio-della-vergogna-1.223928
http://espresso.repubblica.it/attualita/2016/02/15/news/stragi-nazifasciste-l-armadio-della-vergogna-adesso-consultabile-online-1.250535