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"Il paziente è un individuo che soffre di ricordi, produce e riproduce nel qui ed ora gli stessi schemi propri di quelle condizioni relazionali che hanno prodotto la sua sofferenza"
"Appena mezzo secolo fa c'era la convinzione che i pazienti come quelli che abbiamo in cura dovessero, nella migliore delle ipotesi, essere costretti in catene, abbandonati a se stessi e alla sporcizia. Venivano sistematicamente picchiati, come se ciò servisse a scacciare le psicosi. Noi li demonizzavamo. Li torturavamo. Li legavamo alle ruote, è vero. Gli piantavamo viti nel cervello. A volte li affogavamo.»
«E adesso?» chiese Chuck.
«Adesso ci occupiamo di loro. Moralmente. Cerchiamo di guarirli, di curarli. E se falliamo, almeno avremo portato un senso di calma nella loro vita.»"
— Dennis Lehane, "L'isola della paura"
Il ruolo dell’infermiere è insostituibile. Quando entra nel reparto, porta una ventata di gioia e cose buone, parla ai malati come fossero figli, li rimprovera con voce di mamma, li incoraggia, racconta frammenti di vita ai degenti che si contendono le sue attenzioni, ha lo sguardo attento e sensibile, se ne va promettendo di tornare. ❤️

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Ospedale Sacco, pazienti con l’ossigeno nei corridoi del pronto soccorso e personale contagiato Anche l'ospedale Sacco di Milano sta andando in sofferenza di fronte all'incremento di casi di Coronavirus nel capoluogo lombardo.
Psicologia: soldi facili, denaro sporco e avidità
Sono uno psicologo ufficialmente iscritto all’albo degli psicologi del Veneto ed esercito la mia professione da circa 4 anni più o meno. A breve conseguirò a soli 31 anni il titolo di psicoterapeuta e di ciò ne sono molto orgoglioso.
Mi preme parlare di una esperienza che mi è successa tra l’ottobre del 2018 e il gennaio del 2020. In questo lasso di tempo ho fatto parte di uno studio psicologico che si trova nella provincia di Verona. Tale studio in una sola settimana raccoglie qualcosa come ottanta pazienti tra bambini, adolescenti, adulti e anziani. Ognuno con le proprie difficoltà, ognuno col proprio dolore, ognuno con la propria storia e sopratutto coi propri soldi. Il modo in cui la responsabile di questo studio attira a sé i futuri e ipotetici pazienti sono i più disparati, ingegnosi, subdoli e incredibili. Ognuna delle tecniche utilizzate ha come obbiettivo finale quello di far rimanere nelle sue tela, e nei suoi piani, il più a lungo possibile il povero malcapitato. Così la signora, iscritta all’albo degli psicologi come me e e rappresentante come me l’intera categoria, diagnostica ad ognuno delle persone che varca la soglia del suo studio, una depressione, un disturbo post traumatico da stress, un disturbo dell’apprendimento, un ritardo cognitivo, un abuso sessuale, un disturbo dissociativo ...e chi ne ha più ne metta perché più malattie ci sono meglio è...
Non esci dal quella porta senza una etichetta diagnostica.
Poi se il paziente - già immaginato come tale al ciglio della sua porta - viene accompagnato da qualcuno, la signora cerca di coinvolgere nella sua tela anche la persona con cui è stato accompagnato.
Così se il “paziente” è un bambino sicuramente sarà necessario prima di tutto fargli fare dei test cognitivi (solo con questi la signora potrebbe farsi un weekendino fuori porta) a cui poi seguiranno delle cosiddette riabilitazioni cognitive accompagnate da una terapia supportiva per i genitori “incapaci” di far fronte alle “difficoltà” che i test hanno sorprendentemente rilevato e che nessuno degli insegnati che ha modo di vedere il bambino tutti i giorni è stato capace di cogliere.
Se invece il paziente il questione è un adolescente, le possibilità di lucrare diventano spaventosamente più alte. Anzitutto perché per la signora ogni adolescente ai problemi scolastici (quindi di apprendimento a cui PER FORZA deve esserci una diagnosi di adhd o dsa) segue altrettanto forzatamente una terapia sul “lavoro delle emozioni” e sulle difficoltà che l’adolescente ha nel ralazionarsi col sesso opposto, coi genitori, i gruppi sportivi di cui fa parte ecc.
Se questi è invece un adulto le cose potrebbero complicarsi dal momento che gli adulti, salvo quelli che fortunatamente per lei sono meno sani, godono di più decisionalità sulla propria vita riuscendo così a capire meglio se hanno ancora bisogno di farsi aiutare o proseguire il loro cammino da soli. Tuttavia quest’ultimo caso cerca tristemente di non considerarlo nemmeno lontanamente in quanto non tollererebbe che qualcuno le impedisse di rinunciare all’agiatezza di cui lui e tanti altri la fanno stare.
La signora però paradossalmente lucra sopratutto sui suoi collaboratori, circa una decina. Attenzione. Collaboratori. Non colleghi. Non psicologi. Collaboratori.
Se entri nella sua ragnatela perdi la tua individualità, diventi un SUO collaboratore, una SUA proprietà. Una mezzo che serve per lei, i suoi affari, i suoi bisogni, le sue tasche, le sue vacanze. Ogni collaboratore deve infatti pagare una cifra approssimativa a partire da centocinquanta euro per poter risiedere nei suoi sei studi..fino a trecentocinquanta euro al mese.
Più pazienti hai, più paghi.
Più paziente hai più devi versare contribuiti a lei.
Più soldi fai più soldi devi dare lei.
Non solo. Ogni paziente, ha fatto sapere ai collaboratori in un dialetto veronese accompagnato da bestemmie, è SUO dacchè questi è venuto in quello studio solo per la SUA fama, per il SUO talento e che per tali motivi il cinquanta percento della terapia va a lei che a malapena conosce il nome della persona di cui prende la “miseria” del cinquanta percento.
Quando però il SUO collaboratore capisce il gioco della signora e i compromessi a cui obbliga questi, il collaboratore prova ad andare via perché sa che a capo della psicologia vi è il rispetto della dignità del dolore e che su questo non si può scherzare, non si può lucrare, non si possono fare piani alcuni. Così la signora comincia a manifestare tutto il suo dissenso, la sua bruttezza interiore, la sua malignità, un passato da cui non è riuscita trarci niente se non miseria, povertà d’animo e di cuore. La signora comincia una battaglia legale per mezzo di un avvocato che agli psicologi...ops collaboratori....si trova a dover scrivere sempre le stesse identiche cose: scarsa professionalità, abbandono dei pazienti, violazione del codice deontologico.
Chissà se il sig. Avvocato si sia mai chiesto come mai tutti andavano via dopo circa un’annetto di collaborazione con la signora.
Chissà se il sig. Avvocato si sia mai annoiato a dover riscrivere sempre le stesse cose.
Chissà cosa ci guadagna a chiudere gli occhi e le orecchie davanti alle lettere che scrive sempre identiche, sempre per gli stessi motivi.
Chissà se un dubbio l’abbia mai avuto a riguardo.
La battaglia non esclude niente e si caratterizza da una parte (quella della signora) di minacce, insulti, ricatti, volgarità e dall’altra (quella del collaboratore) di paura e timore circa le conseguenze delle millanterie della signora.
Tuttavia è anche la signora che si spaurisce. E non di certo perché sa di mentire circa le minacce che fa ai collaboratori che vogliono andare via. E non di certo perché teme di essere finalmente smascherata, radiata, messa in scacco, scoperta. La sua paura nasce dal timore che il SUO collaboratore andandosene non le paghi anzitutto l’affitto e che chiaramente le porti via i pazienti che si sono affezionati, secondo lei sotto minaccia e manipolazione del collaboratore, a lui. La signora chiaramente non sa che farsene dello psicologo in questione come del paziente. Loro non valgono niente. A valere sono chiaramente il luccichio dei loro soldi. Tutto è pensato, vissuto, respirato, annusato, defecato, mangiato con a mente dove poter lucrare e speculare al meglio. Per tali ragioni e non altre che lei convince il sig. Avvocato a scrivere quelle minacce. Non per amore della professione, non per avere l’equipe migliore che possa esserci, non per il rispetto del dolore. Solo. Per. Amore. Della. Pecunia. Nient’altro.
Quando poi il collaboratore va via non finisce mica la partita, il gioco, il tormento. Si va ai supplementari, ai rigori e se andasse male di andrebbe avanti con una partita di ritorno ecc ecc ecc ecc e ancora ecc ecc ecc.
A volte succede che la signora dimenandosi nella disperata ricerca di nuovi adepti-collaboratori si metta a raccontare a quest’ultimi che i vecchi collaboratori fossero andati via perché "scopavano" sulle sue scrivanie o che avessero una relazione che lei non accettava. Altre volte invece succede che i collaboratori uscenti portandosi il materiale con cui avevano adibito il SUO studio con oggettistica pagata di propria tasca si trovino ad essere insultati perché le lasciano una stanza vuota e ovviamente una stanza che è spoglia non porta pazienti...scusate soldi... . Il collaboratore andando via riceve in cambio non di certo un diplomatico e simbolico “grazie” ma solo l’umiliazioni date dalle grida e dalle offese della signora nel bel mezzo delle terapie in corso, nel bel mezzo di due o più terapie in corso di minori.
Il collaboratore si trova poi fuori dallo studio della signora riempito di insulti, minacce (e sulla testa una possibile radiazione dall’albo) e con la beffa di avere anche le tasche vuote, senza i soldi che gli spetterebbero. La signora gioca d’attacco e in attacco. Gioca sul fatto che non ci sono contratti, vincoli a cui rispondere. La signora gioca col nero..ops scusate...gioca la sua partita vestita tutta di nero...”alla diabolik” con acceni di Lupin. Allo stesso modo la signora è abilissima ed espertissima di porte blindate, password, lucchetti ecc. In un misto di Diabolik e Lupin accusa i collaboratori di aver avuto accesso a questi e di aver rubato i SUOI soldi e che in conseguenza di questo “mistero dei soldi scoparsi” obbliga tutti a versare una somma per riparare il danno subito. Allo stesso modo alle prestazioni portate in fattura da un SUO collaboratore, lei per non pagare la fattura, risponde, come se fosse anche un pò pistolero, con un’altra fattura.
La signora è un genio. Non si può fermare. E’ inarrestabile. Io però sto provando a farlo. Ho provato a chiamare l’ordine degli psicologi per informarlo di quanto so ma questo non sa cosa farsene delle mie parole. La giustizia la puoi avere se sei ricco. Se sei come lei. Capite che, così intesa, la giustizia a cui penso è inesistente se non hai la pecunia che dispone la signora.
Avere giustizia significa fare i conti con la frustrazione, con il dover tollerare che al potere ci sia non solo l’incompetenza ma anche l’avidità, la smania di denaro che straborda anche dalla bava, come i cani. Avere giustizia significa avere a che fare con un sistema che vuole azzittirti, farti diventare sporco, corrotto, schifoso come lui.
Cosa deve poter fare questa donna per poter essere radiata dall’ordine degli psicologi? Cosa deve pensare di poter infrangere oltre a quello che ha già infranto: ha fatto denaro in nero, ha minacciato pazienti e collaboratori, gridato sul posto di lavoro (con bestemmie e insulti), non ha versato i compensi ai propri colleghi, ha vessato i propri colleghi, ha più volte infanto la privacy e i dati sensibili dei pazienti, fatto e sputato diagnosi senza appurarle e - non ultimo - ha denigrato più volte i suoi collaboratori direttamente ai pazienti.
Per essere radiati cosa bisogna fare? ....scusate eh. Scopare con un minore in studio? Offrirgli della cocaina o magari fumarla insieme per poi far passare il tutto come se fosse parte della terapia. Cosa bisogna fare? Aiutatemi. Io sto impazzendo. Io un senso non lo trovo.
L'altro giorno parlavo con un paziente di ferie e posti da visitare. Si sente che ha viaggiato nella sua vita, e in ogni tappa dei suoi viaggi si parla di letteratura, filosofia o storia. Mi dice che adesso si sono fermati, che sua moglie ha dei problemi di salute e che appena possibile ripartiranno. Insieme, perché lui non va da nessuna parte senza di lei, "con tutti i difetti che ha, lei rimane sempre la mia stella polare". Mi parla di lei, la prende in giro per i suoi modi di fare a casa (che rispecchiano quelli di ogni donna) e lo fa con una dolcezza unica. Dice che é stato fortunato, che ha trovato una donna d'oro, disordinata, disastrosa, isterica, ma rara.
Mi chiede di me, se ho dei progetti per l'estate. Gli parlo del nostro viaggio, dei tuo parenti, di te.
"Parli di lui come io parlo di mia moglie, come se foste insieme da una vita... Ti auguro di trovare in lui quello che io ho trovato in lei"
Mi sorride il cuore.