“Ciò che non può danzare sul bordo delle labbra va a urlare in fondo all’anima.”
— Christian Bobin
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“Ciò che non può danzare sul bordo delle labbra va a urlare in fondo all’anima.”
— Christian Bobin

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Non sempre urlare è rabbia, a volte è solo l’unico modo per farsi sentire.
La rabbia repressa è un temporale intrappolato nel petto, fulmini che non trovano il cielo, un urlo soffocato che si trasforma in silenzio, mentre dentro ogni cosa continua a bruciare.
C'era una volta una giovane donna che urlava alle folle: “Elimineremo le accise, perché quando vado a fare 50€ di benzina, io non voglio darne la metà allo Stato. Io non voglio pagare questo pizzo".
Le folle, a loro volta applaudivano e urlavano:
"Si brava, basta più tasse, è te che vogliamo".
Nella piazza successiva, la giovane urlatrice, aizzava sempre più chi la stava ad ascoltare: "Basta migranti, faremo il blocco navale. Se ne stiano a casa loro e se vogliono, vengano in aereo".
Le folle, ancora una volta applaudivano e urlavano:
"Si brava, basta più migranti, è te che vogliamo".
Oramai l'urlatrice aveva ben compreso che le folle volevano le sue parole, quindi nella piazza dopo continuò urlando: "1000 euro a tutti e subito, con un click. Bisogna aiutare chi ha bisogno".
Le folle, oramai entusiaste applaudivano e urlavano:
"Si brava,1000 euro a tutti, è te che vogliamo".
La giovane urlatrice era oramai inarrestabile (i suoi un po' meno, perché nel frattempo qualcuno finiva ammanettato) e continuava a urlare: "basta con questa Europa, basta con la legge Fornero, basta con l'agenda Draghi..."
Le folle erano in delirio, applaudivano sempre più e urlavano:
"Si brava, basta, basta, basta! E te che vogliamo".
Così la giovane donna fu eletta e divenne il capo.
e le folle, adesso, urlano: “E quindi?"
La giovane donna -che nel frattempo era divenuta IL presidente- urlò alle folle: "Datemi tempo, un conto è fare opposizione e dire e urlare, un altro è fare".
E le folle? Continuano ad applaudire e urlare:
"Si brava, più tempo! Più tempo! È te che vogliamo".
Folle... vero?
Attilio Ela Durante
Sto urlando eppure tu non mi senti.

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Mi sento sola.
Eppure, intorno a me, il mondo brulica. È un alveare impazzito: ronzano, si agitano, si accalcano. Ed è assurdo, perché ovunque mi giri ci sono persone. Una marea infinita, corpi che si muovono, occhi che si posano su di me come se fossi una calamita, una luce accesa in mezzo al buio. Mi fissano, mi scrutano, mi desiderano. Tutti mi guardano, tutti mi vogliono… ma nessuno riesce davvero a toccarmi. Le loro pupille mi trapassano come spilli sottili, mi feriscono senza ferirmi, mi spogliano senza conoscermi. E io… io non riesco a respirare.
Io non sento nulla.
È come essere al centro esatto di un palcoscenico immenso, con tutti i riflettori puntati addosso. Il pubblico freme, acclama, chiama il mio nome… ma le mie orecchie non colgono nulla, solo un brusio distante, confuso, ovattato. Sono lì, in mezzo a una folla affamata, eppure mi sento vuota, muta, trasparente. Intorno a me non ci sono volti, solo sagome evanescenti.
Ombre.
Tante.
Troppe.
È come camminare in mezzo a un dipinto in bianco e nero, dove i contorni delle persone si dissolvono prima ancora che io possa guardarli davvero.
Cammino.
I miei passi affondano su un terreno che non sento, come se fossi sospesa a pochi centimetri da terra. Tutti mi circondano, tutti vogliono qualcosa da me: un sorriso, uno sguardo, una parola, una parte del mio tempo, del mio corpo, del mio cuore. Ma io non riesco a dare nulla, perché ogni mia parte è congelata.
Mi cercano come si cerca l’acqua nel deserto. Come se bastasse la mia presenza a colmare le loro mancanze. Ma non lo capiscono… che io, in realtà, sono un miraggio. Rifletto luce, sì, ma dentro di me è notte.
Ogni occhiata che incrocio sembra pesare tonnellate. Mi sento come un'opera d'arte esposta in una galleria, ammirata da tutti ma compresa da nessuno.
Li vedo.
Tanti, tantissimi. Ma nessuno ha un volto. Sagome sfocate, ombre che si muovono come burattini in uno spettacolo a cui non voglio partecipare. I loro occhi mi scavano, mi accarezzano, mi divorano, ma io non provo nulla. Niente. Neppure un brivido. Sono desiderata da tutti, ed è proprio questo il paradosso: tutti mi vogliono, ma io non voglio nessuno di loro.
Perché io voglio solo te.
L’unico che non c’è.
L’unico che non mi guarda.
Non mi sento abbastanza.
Nonostante tutto questo desiderio attorno a me, continuo a sgretolarmi dentro come sabbia stretta tra le dita
In mezzo a mille sguardi che mi bruciano la pelle, io cerco solo il tuo. Ogni volto che mi passa accanto è una delusione, ogni parola che mi viene sussurrata è solo un’eco inutile. Mi sento come un pianoforte suonato da mani che non conoscono la musica, mentre l’unico musicista capace di farmi vibrare… non c’è. Non ci sei mai.
E allora mi pietrifico.
Ogni sguardo che non è il tuo mi congela un po’ di più. Ogni voce che non è la tua è rumore di fondo. Ogni tocco che non è il tuo è gelo.
Io non voglio essere amata da tutti. Voglio essere vista da te. Solo da te.
Ma tu sei cieco a me. È come se non esistessi. E questa è la solitudine più crudele: essere tutto per tanti, e niente per chi è tutto per me.
Il mondo può gridare il mio nome.
Può volermi, desiderarmi, sognarmi.
Ma io voglio solo te.
Te che non ci sei mai.
Te che non mi vedi.
scappare, andare via, dove nessuno sa chi sei, dove pure il tuo nome è diverso. Andare via, lasciando qui quello che di pesante ti tiene per terra; andare via più leggeri, volare oltre tutto, oltre tutti, restare soli, tu con i tuoi pensieri nuovi, tu con i tuoi pensieri vuoti, pronti per essere scritti con la penna di uno scrittore che sa quel che vuole. Andare, senza una metà decisa dall'inizio, che poi diventa un obbligo, una missione che non senti nemmeno più tua. Andare via, dove non ti conoscono ma dove inizi a conoscerti, a capirti, a guardarti nel profondo come nessuno ha fatto mai.
Andare via, dove non avrai più bisogno di andare via nuovamente, in un posto che non ti dice niente, perché stavolta a parlare sarai tu.
zoe,,,
invidio chi sa urlare, io li ho ancora tutti in gola i miei perché