26/04 - 22:53
C'è stato un momento, un po' lungo, di panico.
Prima per un motivo, poi un altro.
Ogni cosa che succedeva confermava che avessi ragione a stare sempre in allerta, sempre pronta alla catastrofe.
Prima le cose, poi le persone.
Poi è stato il turno del lavoro e lì è stato devastante. La famosa goccia che fa traboccare il vaso e allagare un paese intero.
Perché hai faticato così tanto, sudato e pianto e bevuto mille caffè e discusso e lottato.
E poi.
Ti balla nella testa e su carta quell'etichetta.
Burnout.
Che sembra una battuta, un modo per sdrammatizzare, qualcosa che non esiste e che si usa per dire che sei stanco e un po' stressato.
E invece non vuoi alzarti la mattina per andare a lavoro. E invece quei cuccioli per i quali hai tanto versato lacrime e sangue non li vuoi nemmeno sentir nominare. E le famiglie poi. E vuoi solo piangere e dormire e urlare e ricominciare da capo e scappare a Bali per aprire un chiosco di supplì sulla spiaggia e cambiare tutto.
E allora cambi tutto. La disposizione dei mobili, delle cose nei cassetti, del colore di capelli, dei file nella tua testa. Non basta. Ti senti male, come quando da bambino ti veniva il mal di pancia perché non volevi andare a scuola: e stavi male davvero eh, mica te lo inventavi. Allora hai cambiato il resto. Hai detto no. Hai detto basta. Togli un pezzo, ne aggiungi un altro. E tra i mille pianti, le mille sedute di psicoterapia, i mille modi per dar vita a idee che da sole non bastano. E tra i mille-uno "hai sbagliato tutto".
Hai ricominciato.
Per aprire un'altra porta? Per avere nuovi stimoli? Per sentirti ancora un po' studentessa e meno lavoratrice?
Importa davvero il perché?
Insieme a tutti i tasselli ha funzionato, sta funzionando.
E allora continuiamo, e vediamo dove arriviamo.
#hatemesuavely.










