Lascia ch’io pianga - Non è un romanzo d’amore. È la sua autopsia.
• Gian Marco Verucchi
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Lascia ch’io pianga - Non è un romanzo d’amore. È la sua autopsia.
• Gian Marco Verucchi

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Ci sara' sempre una pagina fra le pagine,
che racchiude qualcosa di speciale;
Per chi la scrive,
non sa dove si potra' collocare,
per chi la legge non sa quando la potra' trovare.
Una pagina fra le pagine,
sapra' raccontare qualcosa di te,
come non avresti mai potuto immaginare,
dove la tua mente riesce ad esprimersi liberamente,
senza schemi e senza regole.
Quella pagina sa' di essere differente,
non si pone al di sopra o al di sotto delle altre,
ma sa perfettamente,
che risalta il suo essere spontaneamente,
e la sua spontanieta' dara' a lei nuova luce.
Quella pagina racchiude in se' passato, futuro e presente,
e nella fantasia di quell' istante,
puo' vivere il tempo come vuole,
perche' ad ogni parola sapra' collocare,
la sua inedita forma in ogni dove.
La sua identita' era perfettamente cosciente,
e non si illudeva di poter essere uguale per sempre,
al punto di accettare che il suo splendore,
poteva rivivere, solo, in poche parole,
ma di certo irripetibili e proprie.
Che la Vostra vita sia per tutti e per tutte,
come quella pagina, unica fra le tante;
Seppur rinchiusa un giorno tra scaffali di biblioteche,
un giorno, senza preavviso, qualcuno potra' leggere chi eravate,
e solo se sarete stati voi stessi potrete affascinare e stimolare,
chi di se' non sa cosa scrivere perche' in se non sa credere.
Scritta e ideata da black-wolf-84
✍️ 🪟🌬️🏡💕🌿💐
Aria
La mattina in cui decise di aprire le finestre, non accadde nulla di straordinario. Nessuna rivelazione improvvisa, nessuna musica in sottofondo, nessun cielo più azzurro del solito.
Eppure, quando le imposte si spalancarono, l’aria entrò nella stanza come un’ospite attesa da tempo. Scivolò tra le tende, sfiorò i libri impilati sul comodino, portò con sé l’odore dell’erba ancora umida e quello dei fiori che crescevano nel giardino del vicino. Lei rimase immobile per qualche istante. Non si era accorta di quanto l’aria fosse diventata pesante lì dentro.
Per mesi aveva tenuto chiuse quelle finestre. Un po’ per abitudine, un po’ per paura. Perché quando si tengono le finestre aperte può entrare il sole, ma anche la pioggia. Possono arrivare profumi meravigliosi, ma anche vento e polvere.
Così aveva scelto di proteggersi. Ma la protezione, a volte, assomiglia troppo a una prigione.
Il suo sguardo si posò sul piccolo giardino davanti a casa. Non era incolto, ma nemmeno vivo. C’erano rami secchi rimasti attaccati alle piante, foglie ingiallite che nessuno aveva raccolto, erbacce cresciute silenziosamente negli angoli più nascosti. Scese lentamente. Iniziò a lavorare senza fretta. Tagliò ciò che era morto. Liberò la terra da ciò che soffocava le radici. Lasciò andare. Una foglia alla volta. Un ramo alla volta. Un ricordo alla volta. Fu allora che capì che il giardino le stava insegnando qualcosa.
Non tutto ciò che cresce merita di restare. Alcune presenze occupano spazio senza portare vita. Alcune parole continuano a fare rumore anche quando chi le ha pronunciate se n’è andato. Alcuni legami diventano ombre che rubano luce ai fiori.
E allora bisogna avere il coraggio di potare. Non per cattiveria. Per amore. Perché un giardino non fiorisce lasciando entrare tutto indistintamente. Fiorisce perché viene curato. Perché qualcuno sceglie cosa nutrire e cosa lasciare andare. Perché viene custodito lo spazio in cui possono crescere serenità, rispetto e autenticità. Passarono i giorni. Le finestre rimasero aperte. Ogni mattina entrava qualcosa di nuovo: il canto degli uccelli, il profumo dell’erba appena tagliata, una brezza leggera, la risata lontana di qualcuno che stava vivendo una giornata semplice e felice. E, quasi senza accorgersene, qualcosa cambiò anche dentro di lei. Tornò a vedere la bellezza. La luce dorata che si posava sui tavoli al tramonto. Le pagine di un libro lette lentamente. Il sapore dolce di una pesca matura. La carezza del vento sui capelli. Piccoli piaceri. Piccole meraviglie. Piccoli miracoli quotidiani che il dolore, per troppo tempo, le aveva nascosto.
Con loro tornò anche il desiderio di riempire la vita di colori, consistenze, profumi, incontri ed emozioni. Di smettere di guardare il mondo come un elenco di problemi da risolvere e ricominciare ad abitarlo davvero, con stupore e presenza.
Una sera, mentre innaffiava le rose appena rifiorite, si rese conto che non stava più aspettando di essere salvata da qualcuno. Stava imparando a fiorire da sola. Ed era proprio lì, in quella nuova consapevolezza, che il suo cuore ricominciò a desiderare. Non per riempire un vuoto. Ma per condividere una pienezza. Tornò ad avere voglia di amare e di essere amata. Non come chi tende le mani per chiedere qualcosa che gli manca, ma come chi apre una porta per accogliere ciò che è pronto ad arrivare. Sapeva che amare significava accettare una certa dose di vulnerabilità. Che essere amati significava permettere a qualcuno di vederti davvero, senza maschere, senza difese.
Dopo le delusioni, le paure e la stanchezza emotiva che aveva attraversato, quel desiderio non aveva nulla di ingenuo. Era un atto di coraggio. Un atto di fiducia verso il futuro. Alzò lo sguardo verso la casa. Le finestre erano spalancate. La luce della sera usciva dalle stanze e si mescolava ai colori del giardino.
Sorrise. Capì che la felicità non era arrivata tutta insieme. Non aveva bussato alla porta facendo rumore. Era entrata piano. Con il vento. Attraverso una finestra aperta. E aveva trovato posto in una casa che, finalmente, aveva ricominciato a respirare.
Vi spiego la vita di noi coglioni ansiosi:
Hai una speranza? Ansia.
Il tempo passa? Ansia e paranoia.
Va male? Ansia e tristezza.
Va bene? Ansia di perdere tutto e non ti godi comunque un cazzo.

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“I sogni non sempre svaniscono. A volte si nascondono tra le pagine di un libro, tra le parole non dette o rimaste intrappolate nel tempo.”
Certe cose non ti scivolano addosso.
Certe cose ti si appiccicano alla pelle, ti si infilano sotto le unghie, ti si depositano nel sangue, fin dentro le ossa. Le senti tremare con te, nel cuore della notte, percuoterti il corpo con violenti singhiozzi, macchiarti le guance con lacrime bollenti. Certe cose ti si aggrappano al cuore, rendendolo pesante come un blocco di catrame, un lastrone di marmo con sopra inciso il suo nome.
Certe cose non ti scivolano addosso; ti trascinano con loro. In luoghi umidi e oscuri, dove non splende mai il sole e non brillano le stelle. Dove non c’è posto per sognare e in cui nessuna musica riesce ad arrivare. Dove tutto quello che puoi fare è cercare di continuare a respirare
respirare
respirare
mentre lentamente continui ad annegare.
-Alessia Alpi, scritta da me. 8.34 di una mattina iniziata piangendo.