«Si sparava anche in mezzo alla folla,» ricorderà Joe J. [Heydecker], senza fare sconti ai crimini e alle complicità dei suoi connazionali, anzi: «Succedeva che ragazzi che tentavano di nascondere una pagnotta venissero abbattuti a colpi di pistola. Uomini e anche vegliardi degni di profondo rispetto erano pestati a sangue dai poliziotti tedeschi. Dinanzi a quelle scene spesso dalla folla dei curiosi si levavano grida di incitamento. I curiosi. Militari di ogni grado soprattutto, anche ufficiali, e spesso anche personale civile tedesco dell'amministrazione del Governatorato generale: segretarie, impiegati in uniforme, operai, ferrovieri, crocerossine. Credo di avervi visto le uniformi di tutte le unità e organizzazioni. I più sostavano a lungo, in silenzio e con espressione impenetrabile osservavano il movimento di entrata e uscita, i controlli e gli atti di brutalità. Alcuni si allontanavano, altri si abbandonavano agli incitamenti. I più indugiavano in silenzio e senza dare a vedere quali fossero i loro pensieri e sentimenti. Difficile dare una valutazione di tutto questo. Ma una cosa può essere data come certa: noi tutti ne siamo venuti a conoscenza. Gli episodi che avvenivano agli ingressi del ghetto di Varsavia nel corso del lungo periodo compreso fra il 1941 e il 1943 furono osservati da centomila o più persone, certamente quasi da chiunque fosse anche una sola volta andato a Varsavia — e si sa che furono milioni.»
Carlo Greppi, L'età dei muri, Feltrinelli (collana Varia), 2019; p. 65.











