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La mia famiglia [Dramma/Animali]
È affascinante come degli esseri viventi così diversi da noi possano entrare nei nostri cuori e divenire a tutti gli effetti parte della famiglia. A me accadde proprio questo, perché mi ero affezionato molto a loro. Voglio condividere la mia storia, ma andiamo con ordine, prima mi presento.
Io sono Vaniglia e sono un porcellino d’India (maschio, anche se non si direbbe dal nome, ma questo è un altro racconto). Avevo due animali domestici, due umani di razza mediterranea, mi pare, anche se non me ne intendo molto; avevo un maschio e una femmina. Sì è vero, per una cavia come me forse erano un po’ grandi e impegnativi da accudire, ma me ne sono sempre occupato in maniera impeccabile.
Tutte le mattine ero abituato a vedere l'uomo dal tetto della mia casettina: si alzava e mi porgeva delle belle foglie di insalata, in particolare il radicchio che mi piace tanto. Poi usciva e lo rivedevo più tardi. La donna era un po’ sedentaria, infatti mi pareva più in carne. Lei mi coccolava spesso. A turno poi mi pulivano la casa e in quel frangente ne approfittavo per ispezionare l’ambiente in cui li facevo vivere. In casa scorrazzavano anche due gatti abbastanza dispettosi, ma tutto sommato eravamo amici.
Non voglio tediarvi oltre con questi preamboli e arrivo al nocciolo della storia. Era un ferragosto più fresco del solito. Erano giorni frenetici per i miei umani perché alla mattina mi mettevano da mangiare e poi uscivano, per rincasare solo alle 17 circa. Quel dì avevano aggiunto anche le carote. Erano stati parecchio gentili con me, tuttavia non mi sentivo in vena di mangiare. Il mio cuore mi dava noia, batteva a un ritmo tutto suo e io avevo molta paura. I gatti, per quanto fossero sempre prodighi di consigli, non avevano soluzioni a quell’impiccio. Continuai a cambiare posizione tutto il giorno ma niente, il dolore non passava e il respiro si riempiva di affanni. Inizialmente nemmeno i miei umani, una volta tornati, se ne accorsero; o meglio, pensavano avessi caldo e accesero un marchingegno per rinfrescare l’aria. Nonostante fosse ormai notte sembravano ancora belli arzilli.
Il maschio si avvicinò alla mia dimora per allungarmi una razione di cibo ma notò che non avevo nemmeno toccato la colazione. Provò a imboccarmi ma niente. Non riuscivo a farmi capire. La femmina, però, intuì qualcosa perché era più sensibile ed emotiva e si preoccupò molto. Mi accarezzò più del consueto mentre l’uomo si adoperava per cercare un dottore.
Nel frattempo mi misero un po’ a terra. Mi resi conto di essere molto debole in quell’istante. Il brio che mi caratterizzava, andava affievolendosi. Mi sentivo fiacco e stremato pur essendo sazio di riposo. Capii che qualcosa in me era cambiato, peggiorato per dirla meglio. Decisi allora di godermi la libertà di quel momento usando gli ultimi brandelli del mio spirito per correre e provare a giocare. Mi sentii emotivamente appagato.
La notte era ormai inoltrata quando i miei umani trovarono un pronto soccorso adatto a me. Entrai nel trasportino e senza quasi rendermene conto giungemmo all’ospedale. Ad accogliermi c’erano un vecchio gatto e un’umana col camice bianco. Non sapevano come curarmi. Non potevo essere curato. Il mio cuore era molto debole. Potrà sembrare un segno di follia, ma ero contento: i miei umani erano lì con me. L'altra faccia della medaglia era che in quella maniera potevo percepire la loro tristezza. Ci fu un maldestro tentativo da parte della tizia in bianco di misurarmi la temperatura (avrei preferito evitare un’umiliazione del genere). Intanto il mio maschietto mi coccolava e mi consolava e nel contempo lo vedevo combattuto perché cercava di nascondere la sua inquietudine per sollevare l’anima affranta della femmina.
Terminato il supplizio del termometro mi resi conto di essere ormai agli sgoccioli. Caddi sul lato e mi mancò il respiro. Fu quasi come essere torturato, mi sentivo il cuore esplodere e non vedevo vie d’uscita. A quel punto, entrambi i miei umani non riuscirono a trattenere le lacrime. Quello che ricordo si va poi frammentando. Ripresi conoscenza su un altro tavolo con indosso una maschera che alleviava il mio dolore. Smisi infine di respirare verso le tre di notte.
Non so cosa accadde dopo, ma ho una certezza: non ero triste. Avevo con me la mia famiglia e l’unica cosa di cui avevo bisogno era il loro amore.
Malinconico girasole [Introspettivo/Amore]
Sono affezionato a questo bar. Ci vengo quasi tutti i giorni. Mi dà la sensazione di essere negli anni Cinquanta, d'altronde l'arredamento richiama proprio quel periodo storico. Se il posto è libero, mi accomodo a fianco del jukebox a sorseggiare un crodino. Resto al tavolino rigorosamente in solitudine. È un momento tutto mio, quasi sacro e non voglio condividerlo con nessuno.
Un rituale che adoro ripetere è squadrare le persone che transitano dal locale. La posizione da cui osservo mi permette di non essere notato e quindi posso sbirciare nell'andirivieni dei clienti in tutta tranquillità.
Oggi è entrata la persona che meno avrei voluto vedere: la mia ex. Guardandola sento ancora la ferita aprirsi. Stavamo così bene insieme agli inizi. C'erano complicità e sintonia di pensiero, conditi da semplicità, affetto e amore. Col tempo tuttavia le cose sono entrate in un vortice di normalità. Quello che prima faceva sobbalzare il cuore, a poco a poco perdeva la sua importanza. Meno tenerezza, meno sorprese, meno emozioni. Alla fine la quotidianità ha stroncato tutto ciò che credevamo essere indistruttibile.
Ammetto di essere ancora legato a lei nonostante la rottura. In fondo non è per volontà mia che è finita la storia. Ero attaccato alle nostre abitudini. Lei sentiva invece il bisogno di cambiamento, di rinnovamento e l'ha trovato. Ora frequenta un tizio più grande. Spero le stia dando ciò che non sono riuscito a regalarle.
È davvero uno schianto, il suo ampio sorriso illumina la stanza. Non me la sento di scrutarla oltre perché vengo assalito dalla malinconia che dolorosamente riempie il mio cuore. Il pensiero che quella donna aveva deciso di intrecciare la sua vita con la mia per poi ritrarsi, senza troppi rimpianti, mi lacera ogni volta.
Come il bocciolo di un girasole, ho sempre cercato la luce del suo sole. L'ho seguita fedelmente mentre mi ammaliava coi suoi raggi. Oggi però sono fiorito e, al pari di un girasole maturo, proseguo per la mia strada noncurante della sua posizione, della sua vita.
E mentre sto lì a ingannarmi con ragionamenti filosofici, lei esce dal locale ignara di tutto, pronta a risplendere per un altro fiore che non sono io.
La scalata [Introspettivo/Motivazionale]
Il respiro inizia a farsi affannoso, mi manca l'aria. Il torace comincia a gonfiarsi e svuotarsi sempre più velocemente. Percepisco un mix di fatica e ansia crescente, eppure devo continuare. Manca poco alla fine di questa scalata. La vetta fa capolino tra le rocce.
Devo però trovare la motivazione per battere il freddo che mi viene sparato in faccia da questo vento gelido. Il ghiaccio rende tutto più scivoloso, ma devo andare avanti.
Con la piccozza continuo a battere sulle pareti conficcando la punta nella roccia. Procedo verticalmente, issando il peso del mio corpo sfruttando la presa solida data dagli appigli che a mano a mano trovo, o mi creo.
Non ce la puoi fare a scalare una montagna se oltre ad aver allenato il fisico non hai allenato anche la mente. Ne sono cosciente, ma non ho ancora metabolizzato questa nozione.
Paradossalmente più salgo, più l'aria si fa rarefatta; dovrei percepire meno peso, ma in realtà mi sembra di trovarmi a centinaia di metri sotto il livello del mare con una colonna d'acqua che grava sulla testa. Lo so, non esiste fisicamente la pressione che sto sentendo, mi sto solo lasciando suggestionare.
La respirazione però diventa sempre più faticosa e inizio anche a tremare, mentre mi si lucidano gli occhi. Mi sono bloccato e mi sta pervadendo il panico.
Proprio adesso?
Sono appeso alla parete, sono solo e se mi volto ci sono centinaia di metri che mi separano dal suolo.
Proprio adesso? Blackout.
Vorrei solo tenere gli occhi chiusi e dormire. Lentamente le palpebre calano la saracinesca e la mia presa diventa meno salda fino a che…
«Signor Locatelli! Signor Locatelli! Prego, tocca a lei.» dice una donna in tailleur con aria supponente guardandomi negli occhi.
Tocca a me.
Ci metto un attimo a riprendermi dal sogno a occhi aperti che stavo facendo, poi prendo lo zaino e mi siedo, pronto ad affrontare l'esame per il quale ho profuso davvero tanti sforzi. Mi stavo facendo prendere dall'ansia perché mi sembrava un'impresa titanica. A dire il vero tremo ancora, ma non sono caduto dalla montagna, sono ancora lì appeso alla corda perché l'obiettivo è alla mia portata.
Ci vediamo in cima.
Il carrellino d’agàpe [Introspettivo/Slice of life]
“Che caldo! Non vedo l’ora di arrivare a casa!” pensava Saadia mentre trascinava il carrellino della spesa sotto il sole cocente. Rientrava dopo aver fatto compere al mercato. Procurare il necessario per vivere era un suo compito. Rachid, il marito, partiva presto per lavoro e tornava verso sera, lasciando che lei si occupasse dell’appartamento e dei parenti. Non era semplice: la loro era una famiglia numerosa, affollata da quattro bambine in età prescolare.
Le sfide maggiori le creava tuttavia Ahmed, fratello di Rachid, che faceva il mantenuto poltrendo tutto il giorno, guardando la televisione, bevendo e dormendo; la sua costante irascibilità e i maltrattamenti verso i familiari in assenza del fratello costituivano la cornice perfetta.
Malgrado lo stress, Saadia riusciva a essere ugualmente una persona forte, nonostante non se ne rendesse conto. Aveva una visione distorta di sé, si considerava una nullità, non si sentiva mai all’altezza della situazione. Avrebbe avuto bisogno di incoraggiamento e di tenerezza, ma suo marito, pur essendo un uomo buono e un gran lavoratore, non ci sapeva fare con le carinerie. Verrebbe da chiedersi perché Saadia si fosse presa un compagno così distante dalle proprie necessità; la verità è che non sempre si può scegliere…
Per anni aveva maledetto il giorno in cui il padre le aveva fatto conoscere Rachid, il figlio del proprietario di uno stabilimento tessile della zona. Le era stato presentato come un buon partito, un’occasione più unica che rara. Per Saadia fu invece un colpo al cuore. Eterna sognatrice, era cresciuta nell’illusione di potersi innamorare di un uomo gentile di cui prendersi cura a propria volta. Tutti progetti che il padre non aveva voluto ascoltare, etichettando la figlia come un’ingrata. Sì, Rachid era un uomo buono, ma non era l’amore della sua vita.
La realtà la metteva di fronte alle frasi denigratorie del cognato: le entravano in testa come erbacce, infestandone i pensieri. Insulti taglienti, vili, che giorno dopo giorno andavano a sgretolare le fondamenta dell’autostima della donna. Razionalmente, l’opinione di Ahmed non doveva avere importanza, ma per lei che soffriva emotivamente, diventava un macigno. A ciò si aggiungevano le insicurezze legate al fisico: quando toglieva l'hijab e rimaneva sola davanti allo specchio, Saadia non faceva altro che trovare difetti. Era molto attraente, viso delicato e iridi castane, ma il tutto era offuscato dalle preoccupazioni riguardanti i cambiamenti che aveva affrontato il proprio fisico in seguito alle gravidanze. Non aveva mai badato troppo ai canoni estetici occidentali, ma forse la lunga permanenza in Italia l’aveva influenzata. Indugiando sulla propria immagine, notava poi quanto fossero spenti i suoi occhi.
Le mancava il Marocco. Quando ripensava alla vita laggiù, alla spensieratezza e ai primi anni di matrimonio, veniva presa dalla nostalgia. Al mercato andava con le sorelle. Ridevano, scherzavano, preparavano ogni genere di pietanze insieme; c’era un clima disteso e caloroso. Ogni volta che tornava con la mente a quei giorni sentiva di nuovo il profumo delle spezie che si respirava tra le bancarelle.
Col tempo, però, l’unione con Rachid si rivelò un buco nell’acqua perché nel giro di poco la situazione dell’azienda del suocero peggiorò a causa di una crisi finanziaria. Risultava difficile tirare avanti con le poche entrate che si riuscivano a raggranellare, così l’Italia divenne l’unica meta possibile per guadagnare qualche spicciolo in più e aiutare i propri cari. Il Bel Paese era la patria delle sue bimbe, ma spesso anche tormento e timore per il loro futuro.
Si scontrava con la cattiveria delle persone: sguardi accusatori, disgustati, che talvolta sfociavano in frasi razziste. Non tutta la gente era cattiva, ma Saadia, a furia di incassare colpi, era diventata diffidente verso chiunque. In quei frangenti sentiva maggiormente la mancanza di casa, del Marocco.
Aveva trentacinque anni, ma se ne sentiva almeno quindici in più. Non trovava il tempo per divertirsi, per fare ciò che le piaceva e, forse, aveva persino dimenticato i suoi passatempi preferiti. Si annullava per aiutare gli altri. Lei era questo: amore disinteressato. E alle sue bambine non sfuggiva, come a Soraya: cinque anni, un piccolo genio. Aiutava in casa a fare le faccende a modo suo, si occupava delle sorelline e abbracciava la madre quando la vedeva un po’ giù. Aveva già imparato a scrivere e lasciava sempre dei bigliettini per i suoi familiari. Frasi semplici che su Saadia avevano grande effetto; le regalavano gioia e il sostegno a perseverare.
Insomma, era un giorno in cui le preoccupazioni della donna si facevano più dense intrappolandola in una bolla. La sua mente si trovava a ripercorrere i rimpianti di una vita.
Nella sua testa facevano baccano tristi pensieri ma all’esterno si udiva solo il carrellino che correva sull’asfalto. Era vicina al palazzo dove viveva; si potevano scorgere i gradini che la separavano dal piano sopraelevato presso cui si trovava l’ingresso del condominio. Notò che al citofono dell’edificio un postino stava suonando in cerca di qualcuno che aprisse; lei arrivò alla scalinata e cominciò a trascinare con fatica il trabiccolo. Qualsiasi osservatore esterno avrebbe colto la difficoltà della donna: dava dei forti strattoni con entrambe le mani aiutandosi con l’intero corpo perché la spesa era parecchio pesante. Il portalettere, intenerito, si chinò e si offrì di aiutarla sollevando un’estremità del telaio per raggiungere l’entrata. Notarono che il portone era stato aperto da qualcuno dei condomini, così lui tenne l’uscio spalancato per facilitarle l’accesso e le domandò: «Abita al piano terra o deve salire?» accorgendosi della mancanza di un ascensore.
«La ringrazio, abito qua al piano terra» rispose Saadia indicando la porta di fronte. Il postino sorrise, le chiese il nome per verificare se avesse della corrispondenza per lei e poi la salutò.
La donna ricambiò con gentilezza, si diresse verso il proprio appartamento inserendo la chiave nella serratura e sparì all’interno. Richiuso l’uscio alle sue spalle, Saadia si appoggiò alla porta reclinando il capo e tirando un grosso sospiro di sollievo. Si sentiva in imbarazzo e, scossa dal turbinio di emozioni, si commosse.
In quei semplici gesti aveva potuto leggere un sentimento sincero e disinteressato; non era stata né un fantasma né la marocchina di turno, nessuno l’aveva fatta sentire un peso, nessuno l’aveva denigrata.
Avrebbe voluto ringraziare ancora quel postino, ma non era possibile. Pensò che fosse un semplice sostituto perché di solito era una donna a portarle le lettere e che, con ogni probabilità, non l’avrebbe più rivisto.
Tornò alla realtà avanzando nel corridoio per recarsi in cucina a riporre il cibo nella dispensa. Per una persona qualunque quella gentilezza poteva apparire come una semplice formalità. Per Saadia non fu così. La percepì come una carezza al cuore. I problemi della sua vita permanevano, ma sentì una determinazione diversa.
Le lamentele del cognato non la scalfirono quel giorno e rimase di buonumore. Continuò a riproporre nella mente l’episodio appena vissuto e aprì gli occhi: amore agàpe. Sì, era questa la sua miglior qualità, quella che i greci chiamavano agàpe. Un sentimento nobile che trascende l’affetto o l’ostilità altrui e si fonda su ragioni di principio, volto alla ricerca del bene degli altri. Saadia comprese quanto fosse un pregio inestimabile. Avere sulle spalle il giogo delle sue responsabilità non era semplice, ma l’atteggiamento gentile di quell’uomo le ricordò che chi vive praticando l’amore verso le persone ha bisogno di cibarsi di tale amore a propria volta.

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El tango de la muerte [Thriller/Noir]
Fei ansimava soddisfatta mentre scrutava la propria figura allo specchio sostenuta dalle braccia del maestro di tango. Ormai era qualche mese che si era iscritta al corso serale di danza mettendoci molto impegno. Anche il suo istruttore, Diego, l’aveva notato usandolo come pretesto per attaccare bottone. Per ora erano semplici amici, ma a Fei si circondava il viso di cuoricini ogni volta che lo ammirava.
Terminata la lezione rientrò al suo appartamento, in un condominio di periferia. Salite le scale, recandosi verso la porta di casa, scorse un piccolo pacchettino rettangolare sul proprio zerbino. Incuriosita lo sollevò interrogandosi sulla sua provenienza, in quanto riportava solo la scritta “Per Fei”; nel frattempo entrò, chiudendo poi l’uscio a doppia mandata per la notte.
Scartò il regalo e trovò una lettera chiusa con un adesivo a cuore e una videocassetta. Nella missiva era presente una semplice scritta: “Ti ho trovata”. Il messaggio le fece raggelare il sangue. Prese la VHS e la inserì nel videoregistratore. Le immagini erano tutte riprese di Fei mentre svolgeva le sue attività quotidiane in diversi luoghi.
Prese a tremare, mentre un sudore glaciale le inumidiva la pelle e le lacrime le inondavano il viso. Terrorizzata, chiamò i genitori, ma essendo essi all'estero in vacanza, le dissero di rivolgersi alle autorità mentre si sarebbero organizzati per il rientro.
Fei era certa che l’artefice di tutto ciò poteva essere esclusivamente Constantine, il suo ex. Un uomo, se tale si poteva definire, molto possessivo e che le aveva fatto passare anni intrisi di abusi, insulti e percosse. Aveva trovato la forza di lasciarlo in seguito all'ennesimo litigio, quando si rese conto che la sua esistenza si stava limitando a una semplice sopravvivenza. Reagì e lo denunciò con l'appoggio dei propri cari, cogliendo l'occasione per cambiare città e vita.
Decise di rimanere sigillata in casa per quella notte, riuscendo a stento a riposare. Il mattino seguente si recò presso la caserma e riportò tutta la vicenda agli ufficiali, tra i quali vi era anche Diego, suo insegnante di tango, in quel momento in servizio.
«Grazie signorina, abbiamo preso la sua deposizione e le faremo sapere» disse sbrigativamente il carabiniere più anziano. Diego, visibilmente scosso e affranto, si offrì invece di scortare la sua allieva a casa. I due ebbero modo di chiacchierare e questo fu molto d’aiuto a Fei. Giunti sotto al palazzo, Diego propose di accompagnarla fin sul pianerottolo, ma la donna insistette che non ce ne fosse bisogno. I due si accomiatarono promettendosi un appuntamento.
Fei si guardò intorno circospetta per tutto il tragitto, dall’androne comune fino alla porta di casa, ma non notò nulla. Aprì la serratura e si intrufolò rapidamente. Non riuscì tuttavia a richiuderla, perché sentì una forza spingere dall’altro lato: era Constantine, il quale con uno spintone fu in grado di entrare.
«Tesoro mi manchi così tanto… Ti prometto che cambierò, dammi un’altra possibilità» si mise a pregare l’uomo con un’aria da cane bastonato. Fei respinse quelle menzogne sapendo che era un individuo bugiardo e pericoloso. Questo lo indispettì molto, così la afferrò per un braccio strattonandola. Lei cercò di ritrarsi ma, vista la differenza di forza fisica, lui riuscì a tenerla attaccata a sé sussurrandole di essere deciso ad averla di nuovo nella sua vita.
Fei cercò in tutti i modi di divincolarsi. Constantine nel frattempo le strinse sempre di più il braccio e la prese anche per i capelli. Lei fece un ultimo tentativo di fuga tirandosi indietro con forza. Il vile la lasciò e la donna scivolò battendo violentemente la nuca contro lo spigolo di una mensola di marmo. Pian piano il pavimento cominciò a tingersi di rosso. La vittima rimase immobile a terra mentre l’uomo vigliaccamente si dileguò.
I pensieri di Fei si facevano via via più confusi. Iniziò a non percepire più i confini con la propria immaginazione; le sembrò di danzare insieme a Diego con un abito rosso fuoco. Un mondo fatto di musica e tango in cui esistevano solo pace e passi di ballo senza problemi o ansie. Si sentiva sempre più leggera e serena mentre il vestito che indossava tingeva tutti i suoi pensieri inondandoli di sangue, fino a che quella divenne l'unica visione, sia nel sogno che nella realtà.
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Questo racconto l'ho scritto traendo ispirazione dalle emoji suggerite dai miei follower:
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La piuma nera [Dramma/Introspettivo]
Vicino ai lampioni si abbatteva un miscuglio di pioggerellina e foschia che rendeva l'atmosfera autunnale tetra e malinconica. O almeno questo era il pensiero di Anita che, seduta con le gambe incrociate sul letto, contemplava il buio oltre il vetro della finestra. Le palpebre sostavano pesanti a mezz'occhio, mentre le labbra rimanevano ermetiche senza disegnare emozioni sul suo viso.
Da tempo mangiava pericolosamente poco perché si sentiva sazia di afflizione e tristezza. Non era passato poi così tanto dalla perdita di sua madre. Era terrificante la distanza che percepiva. Gli abbracci, fare la spesa, mangiare insieme, persino le sgridate: le mancava tutto.
Tra la nostalgia di quei ricordi, qualcosa si insinuò, catturando la sua attenzione: una piuma, che con delicatezza si era posata sul davanzale. Sostando con lo sguardo, le parve che il colore della penna straripasse dai contorni per mescolarsi ai suoi oscuri pensieri.
Era di un nero intenso. Nero come il lutto che le lacerava il cuore. Nero come l'abisso da cui non riusciva a risalire. Nero come i cieli del suo universo.
Nel turbinio di sentimenti avvilenti che si annidavano nel suo cuore ferito ci fu, tuttavia, un barlume di genuina curiosità. Un particolare la attrasse: tante piccole gocce ornavano la piuma, quasi come fosse tempestata di diamanti. Di getto, pensò a quanto fosse bella, elegante. Senza quelle stille sarebbe stata solo un semplice ciuffetto scuro su un davanzale. In quella riflessione tanto poetica, trovò un nesso con le copiose lacrime che stava versando.
Iniziò a ragionare che anche se stava vivendo un autunno tutt'altro che sereno, i suoi pianti la stavano aiutando a sfogarsi, a esorcizzare i suoi demoni interiori. Per quanto ci fosse disperazione nelle sue vene, quelle ferite l'avrebbero fatta crescere. L'avrebbero resa, col tempo, anche più forte e forse pronta ad aiutare qualcuno nella medesima condizione. Era arrivato il momento di cominciare a far volare via parte del dolore, di reagire con la leggerezza di un uccellino.
Certo, Anita non poteva guarire in una sola notte. Non pretendeva nemmeno che ciò accadesse. Si rese però conto che un batuffolo di speranza si era depositato candidamente nel suo animo.
Chiuse così le tende e andò a dormire. Tutte le sue vulnerabilità erano ancora lì ad avvolgerla, ma per una sera si concesse il lusso di far nascere un accenno di sorriso mentre abbracciava il cuscino, sognando di dare la buonanotte alla madre.
Pietra [Mitologia/Dramma]
“Sento i suoi passi; dev’essere vicino. Non ho più la forza di combattere. L’unico risultato che ho ottenuto negli anni è stato vagare per le stanze di questa villa in totale solitudine. Ho dovuto simulare acredine e malvagità comportandomi come un mostro per scacciare chiunque si avvicinasse alla prigione che chiamo casa. Giornate vuote trascorse a rimpinzarmi di ambrosia, rimpianti e nostalgia.
Meglio non avere a che fare con gli dèi; l’ho imparato a caro prezzo. È passato così tanto tempo che fatico a ricordare la vita prima di questo tormento. Sì, rimembro gli avvenimenti, ma le emozioni sembrano sbiadite e impolverate. Vivevo con le mie sorelle Euriale e Steno. Ci eravamo mescolate tra i mortali conducendo esistenze tranquille.
Un giorno contrattavo alla bancarella di un mercato quando un furfante mi rubò il cestino in cui avevo riposto le vivande appena acquistate. Un uomo venne subito in mio soccorso, catturando il malvivente e restituendomi il maltolto.
Era un gran bel fusto: alto, muscoloso, carnagione olivastra, fluenti capelli neri e una folta barba incolta. Lo ringraziai sentitamente e senza nemmeno accorgermene, tra una chiacchiera e l’altra, mi ritrovai a passeggiare con lui nel brulichio delle persone.
Fu solo il primo di una serie di incontri via via più romantici. L’eros tra noi cresceva man mano che ci conoscevamo, ma l'idillio non fu eterno…
Una notte di mezza estate segnò il crocevia della nostra relazione. Avevamo trascorso una serata fantastica: avevamo cenato, ci eravamo divertiti a osservare gli astri celesti e camminavamo in un prato per ammirare i fiori al chiaro di luna. Lui mi sorprese poi proponendomi di seguirlo in un “posto speciale”.
«Medusa continua a tenermi la mano e resta con gli occhi chiusi, mi raccomando!» disse con tono entusiasta.
Io ubbidii facendomi guidare dai suoi passi mentre i rumori mi rivelavano di essere entrati in un ambiente chiuso e pavimentato.
«Eccoci arrivati, ora puoi aprirli» concluse, al termine di una scalinata. Ci trovavamo nella stanza superiore di un edificio e la vista era incantevole. Il mare spumeggiava in lontananza agghindato dal brillare dei raggi lunari; davanti a noi si estendeva la foresta le cui fronde erano agitate dalla brezza.
Mentre mi lasciavo suggestionare dal paesaggio, egli cominciò a sussurrare al mio orecchio dolci ma insistenti parole e, prima che me ne rendessi conto, aveva iniziato ad allungare le mani mettendomi in imbarazzo. Ovvio, ero innamorata, ma non mi sentivo ancora pronta a lasciarmi trasportare dalla passione, anche se in quel frangente non percepii di avere scelta e così giacqui, mio malgrado, con lui.
E il peggio doveva ancora arrivare: entrò di soprassalto una donna che iniziò a inveire contro di noi e quello che sentii mi fece inorridire. Quell’uomo era Poseidone, dio dei mari, e ci trovavamo nel tempio di sua nipote Atena. Era comprensibile come quella profanazione non andasse a genio alla dea. Ciò che mi demolì furono le scuse del divino essere che mi aveva sedotta, che scaricò la colpa su di me. La dea della ragione in quella situazione lasciò il passo alla sua indole guerriera, riversandomi addosso tutta la propria ira.
Da quel giorno vivo come un’eremita in questa deserta dimora. La mia unica compagnia sono i serpenti che mi ritrovo sul capo, vessillo della mia ingenuità e di un malriposto sentimento verso un dio mascalzone.
Ora sono qua, stesa sul mio divanetto. Sento Perseo avvicinarsi intenzionato a porre fine alla mia esistenza.
E così sia.
Il mio cuore si è tramutato in pietra da tempo ormai. Forse questo sarà l’unico sollievo dall'afflizione e dalla malinconia.“
Con un colpo netto l’eroe decollò la testa di Medusa e la infilò rapidamente in un sacco per evitarsi conseguenze spiacevoli. Il corpo rimase esanime e lentamente il sangue e la carne emisero una fitta coltre di vapore dalla quale emersero due creature: Pegaso, il cavallo alato per antonomasia, e Crisaore, che crescendo divenne un gigante e che si distinse per la sua rettitudine grazie alla quale divenne il portatore del tridente di Poseidone suo padre, di cui non seppe mai la vera identità.
Medusa divenne pertanto madre di due figli; non poté mai conoscerli, ma di sicuro le avrebbero ammorbidito il triste cuore di pietra.