La mia famiglia [Dramma/Animali]
È affascinante come degli esseri viventi così diversi da noi possano entrare nei nostri cuori e divenire a tutti gli effetti parte della famiglia. A me accadde proprio questo, perché mi ero affezionato molto a loro. Voglio condividere la mia storia, ma andiamo con ordine, prima mi presento.
Io sono Vaniglia e sono un porcellino d’India (maschio, anche se non si direbbe dal nome, ma questo è un altro racconto). Avevo due animali domestici, due umani di razza mediterranea, mi pare, anche se non me ne intendo molto; avevo un maschio e una femmina. Sì è vero, per una cavia come me forse erano un po’ grandi e impegnativi da accudire, ma me ne sono sempre occupato in maniera impeccabile.
Tutte le mattine ero abituato a vedere l'uomo dal tetto della mia casettina: si alzava e mi porgeva delle belle foglie di insalata, in particolare il radicchio che mi piace tanto. Poi usciva e lo rivedevo più tardi. La donna era un po’ sedentaria, infatti mi pareva più in carne. Lei mi coccolava spesso. A turno poi mi pulivano la casa e in quel frangente ne approfittavo per ispezionare l’ambiente in cui li facevo vivere. In casa scorrazzavano anche due gatti abbastanza dispettosi, ma tutto sommato eravamo amici.
Non voglio tediarvi oltre con questi preamboli e arrivo al nocciolo della storia. Era un ferragosto più fresco del solito. Erano giorni frenetici per i miei umani perché alla mattina mi mettevano da mangiare e poi uscivano, per rincasare solo alle 17 circa. Quel dì avevano aggiunto anche le carote. Erano stati parecchio gentili con me, tuttavia non mi sentivo in vena di mangiare. Il mio cuore mi dava noia, batteva a un ritmo tutto suo e io avevo molta paura. I gatti, per quanto fossero sempre prodighi di consigli, non avevano soluzioni a quell’impiccio. Continuai a cambiare posizione tutto il giorno ma niente, il dolore non passava e il respiro si riempiva di affanni. Inizialmente nemmeno i miei umani, una volta tornati, se ne accorsero; o meglio, pensavano avessi caldo e accesero un marchingegno per rinfrescare l’aria. Nonostante fosse ormai notte sembravano ancora belli arzilli.
Il maschio si avvicinò alla mia dimora per allungarmi una razione di cibo ma notò che non avevo nemmeno toccato la colazione. Provò a imboccarmi ma niente. Non riuscivo a farmi capire. La femmina, però, intuì qualcosa perché era più sensibile ed emotiva e si preoccupò molto. Mi accarezzò più del consueto mentre l’uomo si adoperava per cercare un dottore.
Nel frattempo mi misero un po’ a terra. Mi resi conto di essere molto debole in quell’istante. Il brio che mi caratterizzava, andava affievolendosi. Mi sentivo fiacco e stremato pur essendo sazio di riposo. Capii che qualcosa in me era cambiato, peggiorato per dirla meglio. Decisi allora di godermi la libertà di quel momento usando gli ultimi brandelli del mio spirito per correre e provare a giocare. Mi sentii emotivamente appagato.
La notte era ormai inoltrata quando i miei umani trovarono un pronto soccorso adatto a me. Entrai nel trasportino e senza quasi rendermene conto giungemmo all’ospedale. Ad accogliermi c’erano un vecchio gatto e un’umana col camice bianco. Non sapevano come curarmi. Non potevo essere curato. Il mio cuore era molto debole. Potrà sembrare un segno di follia, ma ero contento: i miei umani erano lì con me. L'altra faccia della medaglia era che in quella maniera potevo percepire la loro tristezza. Ci fu un maldestro tentativo da parte della tizia in bianco di misurarmi la temperatura (avrei preferito evitare un’umiliazione del genere). Intanto il mio maschietto mi coccolava e mi consolava e nel contempo lo vedevo combattuto perché cercava di nascondere la sua inquietudine per sollevare l’anima affranta della femmina.
Terminato il supplizio del termometro mi resi conto di essere ormai agli sgoccioli. Caddi sul lato e mi mancò il respiro. Fu quasi come essere torturato, mi sentivo il cuore esplodere e non vedevo vie d’uscita. A quel punto, entrambi i miei umani non riuscirono a trattenere le lacrime. Quello che ricordo si va poi frammentando. Ripresi conoscenza su un altro tavolo con indosso una maschera che alleviava il mio dolore. Smisi infine di respirare verso le tre di notte.
Non so cosa accadde dopo, ma ho una certezza: non ero triste. Avevo con me la mia famiglia e l’unica cosa di cui avevo bisogno era il loro amore.














