seen from United States
seen from Spain
seen from Malaysia
seen from United States
seen from United States
seen from United Kingdom

seen from United States
seen from Russia
seen from United States
seen from Spain
seen from China
seen from Belgium
seen from China
seen from China

seen from United States
seen from Italy
seen from United States
seen from United States

seen from Brazil
seen from United Kingdom

Anya is live and ready to show you everything. Watch her strip, dance, and perform exclusive shows just for you. Interact in real-time and make your fantasies come true.
Free to watch • No registration required • HD streaming
La Congiura: Parte 11 – Altri esponenti di spicco della congiura
La Congiura: Parte 1 Introduzione La Congiura: Parte 2 Sforza, Riario e Medici La Congiura: Parte 3 Stefano Porcari e la terza poco conosciuta congiura La Congiura: Parte 4 I Medici e i Pazzi L’ascesa e le difficoltà di Lorenzo de Medici nell’intricata situazione politica del suo tempo La preparazione e l’assalto Dopo la congiura. Conseguenze, punizioni e condanne. La fine dei Pazzi. Dopo la congiura, ancora ritorsioni La giustizia, la condanna, il supplizio. La marcia della morte Le figure predominanti della congiura Altri esponenti di spicci della congiura
Poggio Bracciolini Jacopo Bracciolini altri non era che il figlio di Poggio, il grande umanista che si era trasferito a Firenze e che da parte di madre discendeva dai Buondelmonti. Jacopo era stato anti mediceo, tanto da venire bandito per venti anni e multato di 2.000 fiorini d’oro. In seguito la sua pena e la multa vennero dimezzate e poté tornare a Firenze dove cominciò a corteggiare Lorenzo al quale dedicò anche uno scritto.
Raffaele Sansoni Riario In seguito venne assunto da Raffaele Sansoni Riario con la carica di segretario del Cardinale, che lo portò inevitabilmente a contatto con l’Arcivescovo di Pisa e Francesco de Pazzi. Queste “compagnie” lo fecero tornare dalla parte degli anti medicei senza che neanche se ne rendesse conto. Jacopo in verità era un convinto ed inveterato repubblicano.
Pierantonio Bandini Baroncelli era invece un banchiere, la sua famiglia venne esiliata in seguito ai contrasti con i Medici, così si trasferirono a Napoli dove ebbero fortuna con il Re di Napoli. Dei due preti uno era Antonio Maffei da Volterra al servizio del Papa e Stefano da Bagnone semplicemente un parroco del villaggio di Montemurlo sito nelle terre dei Pazzi. Loro invece rancorosi aderirono alla congiura muovevano per semplice vendetta personale, furono quelli che sostituirono Montesecco che all'ultimo momento si ritirò dalla questione. Poi c'è il Cardinale Raffaele Sansoni Riario che il Papa aveva investito con la carica di diplomatico. Facilmente grazie alla sua nomina poté entrare a Firenze senza destare sospetti come nella Cattedrale.
Sisto IV anche dopo la fallita congiura rimase comunque una figura temibile. Aveva appoggi in tutta la penisola e anche all’estero. Lorenzo invece non aveva appoggi nella chiesa, tanto che il fratello Giuliano non era riuscito ad ottenere la porpora cardinalizia dal poco propenso Sisto IV. Il Papa però aveva un’ulteriore potere da usare, quello della scomunica. E la usò subito sui Medici e sul Consiglio degli Otto come ritorsione per aver giustiziato i due preti e arrestato un Cardinale. Offrì poi un’indulgenza a tutti coloro che avevano alzato le armi, ma solo quelli che li avevano fatto contro Firenze. Il Re di Napoli e il Duca di Urbino che non si erano ancora pubblicamente esposti, erano ancora particolarmente potenti e rimanevano temibili rivali per Firenze. Tanto che il Re minacciò di guerra la città se i fiorentini non avesse espulso Lorenzo per consegnarlo al Papa. Lorenzo allora riunì le persone più influenti della città dichiarandosi disponibile all’esilio, pur di assicurarsi la pace e salvaguardare la città. La maggior parte di coloro che si erano riuniti dovevano le loro fortune ai Medici e si opposero alla scelta. Anzi, inserirono Lorenzo nel Consiglio di guerra dei Dieci. Nei giorni seguenti truppe napoletane, urbinate e calabresi entrarono nei territori fiorentini. Dopo un piccolo scontro vittorioso a Perugia, i fiorentini furono costretti a chiedere aiuto a Milano. Venezia e Bologna come la Francia si erano indignate per il proclama delle scomuniche e mossero contro il Papa. Lorenzo intanto rilasciava il Cardinale senza però ottenere il ritiro della scomunica. In compenso gli vennero sbloccati i suoi depositi a Roma e a Napoli.
La confessione di Montesecco in cui dichiarava la collusione del Papa nella vicenda dei Pazzi venne diffusa in tutta Italia ed Europa, dando vita ad uno schieramento tra i Principi cristiani che si opposero al Papa svilendone la figura spirituale. Grazie alla stampa da poco inventata, furono pubblicati chiari resoconti sui fatti e dei libelli contro il Papa che si diffusero in maniera capillare in ogni corte mettendo in crisi il capo della chiesa. Intanto, nonostante la scomunica, Lorenzo esercitò forti pressioni sul Clero fiorentino che continuò a fornire i suoi servigi spirituali a tutti gli scomunicati. Ma il sopraggiungere di nuove guerre e l’arrivo della peste, fecero credere che Dio fosse particolarmente adirato con i Medici e i fiorentini. Di questo ne approfittò immediatamente Sisto IV insistendo che Lorenzo venisse a Roma per chiedere il perdono papale. Lorenzo intanto finiva per indebitarsi per gli eccessivi esborsi dovuti alle spese militari. D’altronde le città a lui alleate erano impegnate su altri fronti e non potevano certo sguarnirsi di soldati per mandargli aiuti. Così Firenze veniva sempre più circondata da truppe avversarie che depredavano le campagne fiorentine mettendo in ginocchio l’economia della città e dei piccoli centri circostanti. La crisi finì per colpire duramente Firenze e con essa i suoi cittadini, le sue banche, il commercio, mettendo con le spalle al muro Lorenzo che fortemente stressato fu colpito da una febbre persistente. Serviva dunque una svolta.
Riccardo Massaro Read the full article
La Congiura: Parte 10 – Le figure predominanti della congiura
La Congiura: Parte 9 – La giustizia, la condanna, il supplizio. La marcia della morte
La Congiura: Parte 1 Introduzione La Congiura: Parte 2 Sforza, Riario e Medici La Congiura: Parte 3 Stefano Porcari e la terza poco conosciuta congiura La Congiura: Parte 4 I Medici e i Pazzi L’ascesa e le difficoltà di Lorenzo de Medici nell’intricata situazione politica del suo tempo La preparazione e l’assalto Dopo la congiura. Conseguenze, punizioni e condanne. La fine dei Pazzi. Dopo la congiura, ancora ritorsioni La giustizia, la condanna, il supplizio. La marcia della morte.
Perché nel Medioevo, nel Rinascimento fino a oltre il Seicento avvenivano punizioni così cruente come smembramenti, amputazioni, impiccagioni e squartamenti? Perché la legge voleva essere severa e lasciare il segno attraverso i colpevoli, intimidire chi potesse credere di commettere reati impunemente e rassicurare gli onesti. Il versamento del sangue durante il supplizio era un atto che voleva emulare la sofferenza e la morte di Gesù. Così la giustizia degli uomini si giustificava davanti all'Onnipotente e all'uomo attraverso un'azione purificatrice nei riguardi di chi aveva compiuto un crimine. Spesso la condanna veniva inflitta sullo stesso luogo in cui era stata perpetrata l'azione criminale, a meno che non si trattasse di un luogo sacro. Il condannato, a seconda del reato commesso, poteva essere trascinato nudo portato su un carro affinché tutti lo vedessero, magari con gli arti amputati se la condanna lo avesse previsto. Era d’uopo che facesse un ampio giro della città; nel caso di Firenze; sarebbe partito dal Bargello, luogo preposto ai servizi di polizia. Partiva sul citato carro, o a anche a piedi, percorrendo la sua lugubre marcia della morte passando davanti a tutto il popolo schierato.
Si imboccava quella che oggi è via del Proconsolo (nel medioevo non esistevano i nomi delle vie, tantomeno i numeri civici), procedeva verso la Cattedrale per entrare in una piazza posta fra la stessa Cattedrale e il Battistero; proseguiva poi per via Calimala, al mercato vecchio e quello nuovo. La processione si dirigeva poi verso via Vacchereccia per sbucare a Piazza della Signoria dove aveva sede il Governo. Condannato e processione con accodati gli spettatori giravano intorno al Palazzo della Signoria, così che la marcia attraversasse i punti chiave dei centri del potere, sia quello spirituale che temporale, ovvero la Chiesa e lo Stato da cui era stato giudicato e il popolo ne era testimone. Poi ci si dirigeva verso Borgo dei Greci, davanti alla Chiesa di Santa Croce dove prendevano solitamente vita le giostre o altre manifestazioni, per proseguire su una strada che costeggiava il fiume, ovvero via dei Malcontenti e arrivare a quella che è nota come Porta della Giustizia. Oltrepassata la porta, nell'attuale piazza Piave vi erano i cosiddetti prati della giustizia dove avveniva, finalmente, l'esecuzione.
La processione era seguita dalla Compagnia dei Neri, della Confraternita di Santa Maria della Croce al Tempio, che contava cinquanta membri tra cui anche Lorenzo de Medici, che però non risulta abbia mai preso parte a queste processioni. Gli adepti accompagnavano il condannato e cercavano di confortarlo raccontandogli la Passione di Gesù, cercando così di farlo pentire del suo reato per poter arrivare al momento della morte con il cuore leggero e l'anima purificata. Spesso il popolo doveva essere tenuto a bada perché istintivamente si lanciava contro il condannato per insultarlo, sputargli addosso e tirargli oggetti. Ma non era raro che qualcuno cercasse di liberarlo. Accadeva anche che però che invece della confusione, la processione fosse seguita da un rigoroso funereo silenzio. Vorrei aprire una piccola parentesi sulla Compagnia dei Neri fiorentina. Questi venivano chiamati “neri”, perché indossavano una sorta di saio nero con un cappuccio (Buffa) che ne celava l'identità. L’anonimato era una caratteristica peculiare sempre rispettata da tutte le Compagnie e Confraternite che si dedicassero al volontariato, che era e andava considerato esclusivamente devozionale. Chi si impegnava in questo tipo di attività se riconosciuto poteva rischiare di peccare di vanità, insuperbirsi, esaltarsi, vantarsi del suo ruolo; arrivare a chiedere o accettare ricompense o semplici ringraziamenti. Tutto questo era considerato controproducente, perché poteva scatenare il suo egocentrismo. Questo servizio invece andava prestato in piena umiltà. Annullando la propria personalità ci si poteva dedicare espressamente al condannato e alla sua anima, facendo poi un'opera di bene.
Il cappuccio gli copriva interamente il viso e aveva solo dei fori per gli occhi, da qui nasce erroneamente l’idea, riproposta maliziosamente dal cinema per donare un ombra misteriosa al boia, che anche questi avesse un cappuccio dello stesso tipo. È invece esattamente il contrario, il boia aveva sempre il volto scoperto perché rappresentava la legge, sia temporale che spirituale e tutti dovevano riconoscerlo essendo il rappresentante della Giustizia e il suo braccio esecutore. Il boia indossava un mantello e un cappuccio rosso come quello di Mastro Titta (1779/1869), il boia di Roma, ancora conservato nella capitale nel Museo del crimine, purtroppo chiuso ormai da anni. Rosso, perché questo colore era associato alla giustizia. Non a caso quando ancora non esistevano le divise, i tutori dell'ordine, (quelli che oggi chiameremmo poliziotti), erano riconoscibili proprio dal mantello rosso. Il nome sbirro infatti è la corruzione del termine “birro”, dal latino “birrus”, che significa appunto rosso.
A Firenze vi erano generalmente un paio di esecuzioni l'anno. Dopo i fatti della congiura dei Pazzi queste salirono vertiginosamente. Se ne contano tra le ottanta e le cento. Dopo l’esecuzione per rabbia o per vendetta, si assisteva a fenomeni di cannibalismo sul cadavere. Un atto che deve essere interpretato come simbolico ereditato in maniera distorta dalla religione. Atto che viene associato al supplizio dei santi. Nella carne che veniva straziata si vedeva un’analogia con il martirio. Questa pratica così cruenta che nascondeva la rabbia di chi la praticava, era giustificata come un altro modo per far espiare il peccato commesso, martirizzando il corpo si credeva che venisse salvata l’anima. Anche la pratica della flagellazione viene ereditata dalla fede; un’altra forma di espiazione che si compie attraverso il dolore e la perdita del sangue che accomuna il praticante alla Passione di Cristo sulla croce. Ci si flagellava per punirsi dei propri peccati o delle proprie tentazioni, si auto procurava un dolore così intenso da voler emulare le sofferenze del martirio. Si riteneva che questo atto cruento potesse mondare e redimere da ogni peccato.
Riccardo Massaro Read the full article
La Congiura: Parte 8 – Dopo la congiura, ancora ritorsioni
La Congiura: Parte 1 Introduzione La Congiura: Parte 2 Sforza, Riario e Medici La Congiura: Parte 3 Stefano Porcari e la terza poco conosciuta congiura La Congiura: Parte 4 I Medici e i Pazzi L’ascesa e le difficoltà di Lorenzo de Medici nell’intricata situazione politica del suo tempo La preparazione e l’assalto Dopo la congiura. Conseguenze, punizioni e condanne. La fine dei Pazzi. Dopo la congiura, ancora ritorsioni
Quel giorno vennero giustiziati e poi macellati tra i sessanta e gli ottanta prigionieri, molti dei quali impiccati alle finestre del Bargello. Lorenzo non volle ordinare che quella sera vi fossero guardie ad impedire altri omicidi. Il giorno dopo, otto fanti del Conte di Montesecco ed alcuni suoi cavalieri, furono impiccati alle finestre del Palazzo della Signoria. Lo stesso giorno le corde furono tagliate e i corpi precipitarono sulla piazza dove rimasero per tutta la notte. Solo il giorno dopo i corpi vennero sistemati negli uffici dei notai presso il Palazzo del Podestà in posizione eretta e completamente denudati. Guglielmo dei Pazzi, il fratello di Francesco, quello che aveva urlato a Lorenzo di essere all'oscuro di tutto, si salvò rifugiandosi nel Palazzo dei Medici protetto dalla moglie Bianca, che supplicò Lorenzo di salvargli la vita. L’uomo venne comunque bandito da Firenze così come i due fratelli di Jacopo Bracciolini. Il Cardinale di San Giorgio Raffaele Sansoni Riario, venne accompagnato al Consiglio degli Otto da guardie armate, per evitare che fosse linciato dalla folla. I suoi uomini furono catturati e tutti brutalmente assassinati e poi sfigurati dopo essere stati spogliati e lasciati nudi.
Il Cardinale fu tenuto in ostaggio per sei settimane, importante moneta di scambio per evitare rappresaglie da parte dei sostenitori stranieri dei congiurati. Nei quattro giorni successivi tutti i fratelli Pazzi furono arrestati, l'unico che si salvò fu Antonio Vescovo di Sarno e Mileto e consigliere del Re di Napoli, che continuò a vivere a Roma o nel Regno di Napoli lontano dalle vendette fiorentine Ma la colpa collettiva avrebbe fatto il suo corso. Ormai bastava avere il cognome Pazzi per essere automaticamente colluso con la congiura. Se anche questi non avesse avuto parte attiva sarebbe stato comunque accusato di non avere rivelato i criminosi piani e condannato per tradimento. I fratelli del Vescovo Antonio, furono arrestati e poi portati nella torre fortificata di Volterra riuscendo così a salvarsi la vita dalla furia omicida in atto, altri furono esiliati, soprattutto gli esponenti della famiglia in tenera età. La sera del 26 sulla Via Larga fuori il palazzo di Lorenzo, si avvicinarono alcuni uomini che trascinavano un paio di gambe e una testa conficcata in una lancia. Erano i resti di un attendente dell’ Arcivescovo di Pisa, un prete catturato in Piazza della Signoria dove era stato poi decapitato e squartato. Ancora nei giorni a seguire vi furono altre uccisioni. Anche il Conte di Montesecco fu catturato, confessò, e la sera stessa fu decapitato al Bargello. I due preti che avevano circuito Lorenzo, si erano rifugiati presso i Monaci benedettini della Badia fiorentina. Anche loro vennero catturati, percossi e poi mutilati. Giunsero davanti ai Priori e al Consiglio degli Otto, privi di orecchie e naso per poi venire impiccati.
Jacopo fu invece catturato da dei contadini di un piccolo villaggio, poi consegnato al Consiglio degli Otto non più in grado di camminare. A Jacopo fu consentito di confessarsi, ricevere l'estrema unzione e poi dopo giustiziato di venire sepolto a Santa Croce, nella cripta di famiglia. A seguito di questa decisione, le campagne di Firenze furono martoriate da una pioggia persistente che sembrava non voler finire mai. I contadini credettero che si trattasse della contrarietà divina che si accaniva sui fiorentini per punirli di aver sepolto Jacopo all'interno di Santa Croce. Tant'è che gli Otto e i Priori fecero riesumare il corpo per seppellirlo in terra sconsacrata. Da quel momento cominciò a splendere il sole. Ma anche qui il corpo non ebbe pace. Circolarono voci che dove era sepolto questo corpo senza pace, si aggirassero demoni e si sentissero rumori raccapriccianti. Per l’ennesima volta il corpo venne disseppellito per essere trascinato ormai putrefatto per le strade della città, mentre ciò che rimaneva veniva bastonato. L'uomo era morto ormai da tre settimane. Finalmente il cadavere trascinato al ponte Rubaconte (ora conosciuto come Ponte delle Grazie) fu gettato nell'Arno, ma recuperato vicino a Brozzi, venne appeso ad un salice e ancora percosso, poi di nuovo buttato nell’Arno che lo trascinò fino a Pisa e poi finalmente in mare aperto.
Lo scempio del capofamiglia dei Pazzi finiva per annientare non solo tutta la famiglia, ma il suo stesso nome. In seguito Lorenzo si appropriò di tutto quanto possedevano i condannati e lì dannò alla damnatio memoriae. Il nome dei Pazzi fu cancellato da tutti i documenti ed ogni loro proprietà sequestrata: mobili, lenzuola, quadri e abiti furono messi all'asta così come quelli dei loro associati i Bracciolini e i Salviati. Lorenzo fece poi promulgare una legge che imponeva ai sopravvissuti della famiglia Pazzi, fossero, anche i più lontani parenti, di cambiare cognome e lo stemma di famiglia entro sei mesi, e poi registrare il cambiamento presso il governo. Chi non l’avesse fatto sarebbe stato dichiarato un ribelle. Ogni stemma e toponimo che riguardava i Pazzi venne rimosso immediatamente dalla città, chi avesse ritratto o riproposto artisticamente il loro simbolo sarebbe stato multato, chi avesse sposato un Pazzi, avrebbe perso il diritto di ricoprire cariche pubbliche. Vennero poi annullati tutti i matrimoni delle tre generazioni precedenti che risalivano fino al fondatore della ricchezza dei Pazzi. Le donne dei Pazzi non avrebbero più avuto modo di avere una dote, ne di sposarsi e dovettero optare per il convento. Furono anche fusi tutti i fiorini che riportavano inciso il loro stemma. Il Botticelli, un favorito dai Medici, fu incaricato di raffigurare come ulteriore umiliazione i ritratti dei traditori sul Palazzo della Signoria e sul Bargello accompagnando i ritratti con scritte ingiuriose. Dopo due anni, le raffigurazioni ancora erano presenti, provocando una grande offesa ai parenti vivi. Dopo qualche anno però queste severe restrizioni si affievolirono e i più lontani parenti cominciarono ad avere qualche speranza di migliorare le loro esistenze.
Riccardo Massaro Read the full article

Anya is live and ready to show you everything. Watch her strip, dance, and perform exclusive shows just for you. Interact in real-time and make your fantasies come true.
Free to watch • No registration required • HD streaming
La Congiura: Parte 7 – Dopo la congiura. Conseguenze, punizioni e condanne. La fine dei Pazzi.
La Congiura: Parte 1 Introduzione La Congiura: Parte 2 Sforza, Riario e Medici La Congiura: Parte 3 Stefano Porcari e la terza poco conosciuta congiura La Congiura: Parte 4 I Medici e i Pazzi L’ascesa e le difficoltà di Lorenzo de Medici nell’intricata situazione politica del suo tempo La preparazione e l’assalto Dopo la congiura. Conseguenze, punizioni e condanne. La fine dei Pazzi.
Nella confusione e a causa della mancanza di notizie certe, ognuno si mosse come meglio credette. Alcuni rimasero in attesa degli eventi, altri si schierarono chi coi Medici, chi con i Pazzi tradendo spesso lo schieramento a cui appartenevano senza farsi troppe remore, comunque timorosi delle eventuali conseguenze. Jacopo dei Pazzi guidò una truppa di cinquanta uomini per incrementare il numero degli occupanti del palazzo e poi incitare la popolazione a rivoltarsi contro i Medici. Ma Salviati non era riuscito a prendere lo stabile e anche gli aiuti finirono per rimanere intrappolati all'interno delle porte di sicurezza, risultando completamente inermi. Per le prime tre ore dall'attentato non vi furono sostenitori armati medicei nelle strade ad affrontare i rivoltosi. Al suono delle campane d’allarme, il Podestà avrebbe dovuto raggiungere velocemente il Palazzo della Signoria con la sua guarnigione, così come era previsto dalle regole, ma non si hanno testimonianze di scontri nelle strade. I Priori e i guardiani del palazzo lanciavano però pietre dalle finestre nella piazza contro i facinorosi aspettando rinforzi, ma soprattutto l'esito del colpo di stato. Spesso questi governanti che avevano preso l’incarico non erano fiorentini e venivano da fuori. La loro carica durava sei mesi, dunque perché rischiare?
Intanto si avvicinavano alla città le truppe comandate da Giovan Francesco da Tolentino e da Lorenzo Gustini inviate dal Papa. Francesco e Jacopo avrebbero dovuto attraversare la piazza incoraggiando la rivolta contro i Medici.
Ma Francesco tornò a casa per medicare la grave ferita ricevuta, mentre Jacopo fuggì insieme al cognato Giovanni Serristori uscendo da Porta della Croce. Dei due capitani non si seppe più nulla, forse furono respinti da contadini armati o più saggiamente si fermarono sapendo del fallimento della congiura. Oltre alle campane della città suonarono anche quelle delle campagne che così agendo estendessero l’allarme anche alle frazioni più lontane. Cercando di riprendere in mano la situazione, Lorenzo spedì un dispaccio urgente a Milano per chiedere assistenza militare. I Priori avvertirono Alberto Villani, un capitano fiorentino che si trovava al largo della Costa Toscana, di recarsi a Pisa e lasciare il carico che trasportava per conto dei Pazzi nel porto dove sarebbe stato sequestrato. Dopodiché i Medici cominciarono la loro vendetta attraverso rappresaglie e cercando di scoprire i nomi di tutti quelli che avevano partecipato alla congiura. L'appoggio a Lorenzo crebbe lentamente, ma divenne decisivo quando i fiorentini si accorsero che i mercenari di Piero de Pazzi erano una soldataglia che si sarebbe fatta pochi scrupoli a mettere a ferro e fuoco la città dopo averla depredata.
Nel tardo pomeriggio si ebbe finalmente chiara la situazione. Giuliano e Francesco Nori erano morti assassinati brutalmente in un luogo sacro. Vennero allora chiamati dai Priori gli otto funzionari preposti alla lotta contro i crimini politici che interrogarono subito i prigionieri tra cui l’umanista Jacopo Bracciolini. In quel momento vigeva la legge marziale e ogni legge ordinaria o qualsiasi statuto venne sospeso vista la gravità della situazione.
Quando la porta della Cancelleria venne riaperta, gli esiliati intrappolati che avevano preso parte alla congiura furono tutti uccisi o gettati dalle finestre. Poi i loro corpi furono spogliati e gli abiti che indossavano fatti a pezzi dalla folla. Bracciolini fu appeso ad una delle finestre, Francesco ancora sanguinante fu denudato, ma si rifiutò di confessare pur subendo violenze e minacce. Poi anche lui venne impiccato sulla terza finestra della loggia dei Lanzi. L'Arcivescovo di Pisa confessò subito e anche lui venne impiccato, Diego e Jacopo Salviati invece vennero impiccati alla seconda finestra insieme ad un chierico colluso. Il gruppo degli Otto voleva mostrare in maniera umiliante ognuno dei congiurati al popolo per dimostrare il potere della giustizia. È giunta una testimonianza di Poliziano che scrive che il corpo dell'Arcivescovo Salviati venne appeso accanto a quello nudo di Francesco che pendeva dalla stessa finestra. Nonostante sarebbe dovuto essere già morto, sembra che per o rabbia, o per disperazione o chissà per quale altro motivo, l'Arcivescovo mordesse con ferocia il petto di Francesco… se questa è accaduto davvero, sicuramente si è trattato di uno spasmo involontario, che la coscienza popolare ha voluto interpretare in modo inquietante.
Riccardo Massaro Read the full article
La Congiura: Parte 6 - La preparazione e l’assalto
La Congiura: Parte 1 Introduzione La Congiura: Parte 2 Sforza, Riario e Medici La Congiura: Parte 3 Stefano Porcari e la terza poco conosciuta congiura La Congiura: Parte 4 I Medici e i Pazzi L’ascesa e le difficoltà di Lorenzo de Medici nell’intricata situazione politica del suo tempo La preparazione e l’assalto
Era il 26 aprile, cinque domeniche dopo Pasqua. Nelle oltre sessanta parrocchie si avvertiva ancora il clima di festa. Firenze aveva all'epoca 42.000 abitanti, veniva attraversata e divisa in due dall’Arno e racchiusa in buone mura difensive in cui si aprivano dodici porte. Quella domenica per le strade di Firenze c'era anche Sandro Botticelli che passeggiava, insieme forse anche a Machiavelli appena decenne, Angelo Poliziano e Leonardo da Vinci. Qualcuno di loro sarebbe passato davanti allo stupendo Palazzo di Lorenzo che il nonno Cosimo aveva costruito e che era situato a due passi dalla Cattedrale. Mentre trascorreva una tranquilla domenica come tante altre, un gruppo di uomini armati si preparava segretamente a sovvertire il Governo repubblicano, ormai divenuto e ritenuto una tirannia medicea. Lorenzo e Giuliano andavano uccisi per garantire il cambiamento. I cospiratori appartenevano alla cerchia del Cardinale di San Giorgio e dall’Arcivescovo di Pisa. Nella notte precedente avevano preso posto tra famiglie fiorentine colluse presso le locande nel quartiere dei lupanari, strategicamente vicino alla Cattedrale dove avrebbero agito. La mattina giunse in città il Conte di Montesecco seguito da trenta arcieri a cavallo e cinquanta fanti sgargianti nelle loro armature e con le loro colorate insegne. Ufficialmente accompagnavano dal viaggio di ritorno da Roma il Cardinale di San Giorgio nipote di Sisto V. I cospiratori preparavano da ben tre mesi l’azione, erano pronti ad eseguirla anche a Roma se Lorenzo, come aveva pensato, si fosse lì recato per la Pasqua per riappacificarsi con Sisto IV. Si erano poi preparati ad agire il 19 aprile nella Villa di Lorenzo vicino Fiesole, dove aveva organizzato un pranzo per il nipote del Papa. Ma Giuliano non era andato per un malore e l’azione era stata rimandata. Nessuno dei due doveva sopravvivere per evitare che il partito filo mediceo si stringesse intorno a chi fosse sopravvissuto. Serviva una scusa per avvicinare Lorenzo senza che sospettasse nulla, allora si pensò di far credere che l’Arcivescovo volesse visitare il Palazzo di Lorenzo ed ammirare la sua collezione di opere, sapendo che vanitoso non si sarebbe rifiutato di mostrargliela. Inoltre, vista la situazione con il Papa, essere gentile con l’Arcivescovo sarebbe stata un’ottima occasione per ingraziarselo. Tutto venne preparato per il 26 aprile, gli attentatori si sarebbero incontrati prima della messa a Santa Maria del Fiore, per poi recarsi al Palazzo di Lorenzo a fine messa e lì pranzare. Lorenzo lasciò la chiesa inaspettatamente, avendo saputo che l’Arcivescovo che attendeva in chiesa si era invece recato al suo palazzo per cambiarsi. Arrivato trovò il prelato pronto che già stava uscendo, dunque si affiancò a lui per recarsi alla Cattedrale dove la messa tardava a cominciare aspettando che arrivassero. I congiurati seppero che anche stavolta Giuliano non avrebbe partecipato al banchetto e decisero nervosamente di agire durante la messa. Ma il conte di Montesecco si tirò indietro rifiutandosi di compiere un gesto cruento in un luogo sacro. Vennero allora armati due preti per sostituirlo, intanto l’Arcivescovo Jacopo de Pazzi e Bernardo Baroncelli tornarono al palazzo per convincere Giuliano ancora indisposto a partecipare almeno alla messa. Mentre tornavano nuovamente alla chiesa, i ribaldi controllarono che Giuliano non indossasse armature o protezioni.
Il segnale per agire sarebbe stato il momento culminante della funzione, la sollevazione del calice o durante la comunione, le fonti non sono in accordo. Baroncelli uomo dei Pazzi appartenente ad un importante famiglia di banchieri avrebbe gridato: “Ecco traditore!” affondando la lama, mentre Giuliano barcollante indietreggiava confuso. Sarebbe poi intervenuto Francesco de Pazzi colpendolo di nuovo con un pugnale. Giuliano cadde trafitto da dodici o diciannove colpi sul pavimento vicino all’uscita della Cattedrale che si affaccia su via dei Servi. Lorenzo non si accorse di nulla perché era distante almeno trenta metri dal fratello, finché la chiesa non si riempì di urla e la gente cominciò a fuggire in ogni direzione senza capire cosa stesse succedendo, anzi, qualcuno temette che la confusione in atto dipendesse dall’imminente crollo della cupola del Brunelleschi. I due preti che avevano preso il posto del Conte di Montesecco giravano intorno a Lorenzo con le armi nascoste. Uno dei due lo prese alle spalle per bloccarlo e nella colluttazione lo ferì al collo sotto l’orecchio destro. Capito cosa stesse accadendo, Lorenzo avvolse il mantello sul braccio sinistro per difendersi dalle lame ed estrasse con la destra la sua spada.
Intervennero a proteggerlo alcuni amici, così che lui poté scavalcare una piccola balaustra del coro ottagonale per mettersi in salvo passando davanti all’altare maggiore. Baroncelli riuscì solo ad uccidere un funzionario della banca di Lorenzo colpendolo alla bocca e allo stomaco. Anche un giovane della famiglia Cavalcanti amico di Lorenzo venne ferito seriamente ad un braccio nella confusione della mischia. Francesco Pazzi riportava invece una ferita alla gamba che lo faceva vistosamente zoppicare, uno dei preti armato di spada e di brocchiero intanto veniva allontanato a forza da uno scudiero. Francesco Nori anche lui colpito venne trascinato nella sacrestia dove morì poco dopo. Nella confusione Guglielmo dei Pazzi si avvicinò a Lorenzo terrorizzato dichiarandosi all'oscuro di quanto stava accadendo. Raffaele Sansoni Riario che era studente di diritto all'Università di Pisa appena diciassettenne si nascose terrorizzato vicino all’altare continuando a pregare in ginocchio, ma circondato venne trascinato nella sacrestia. Nel caos Baronchelli, Francesco dei Pazzi e i due preti così come molti altri riuscirono a fuggire per le strade della città andandosi a rifugiare nelle case dei Pazzi.
Gli aggrediti si misero al sicuro nella sacrestia e chiusero a chiave le grandi porte di bronzo impauriti per quanto ancora poteva accadere. Si accorsero della ferita di Lorenzo e che questa poteva essere stata contaminata con del veleno, allora Antonio Ridolfi si gettò sulla sua gamba del ferito e cominciò a succhiare il taglio Lorenzo chiedeva del fratello che non si sapeva che fine avesse fatto, quando qualcuno bussò alle porte dichiarandosi amico. Sigismondo della Stufa allora salì attraverso una scala a chiocciola che portava all'organo della Cattedrale per guardare all'interno della chiesa cercando di capire cosa stesse succedendo e si accorse del corpo di Giuliano era in terra esanime. Vide anche che quelli che bussavano erano davvero degli amici, tra cui i Tornabuoni e i Martelli che armati una volta aperte le porte entrarono nella sacrestia per proteggerli
Poi, tutti insieme decisero di raggiungere il Palazzo dei Medici dove c'era una grande sala d'armi per armarsi. Per non far vedere il corpo di Giuliano a Lorenzo, gli uomini attraversarono la navata centrale e girarono sul lato opposto. Ma Angelo Poliziano che si era spostato dal gruppo vide e riconobbe il corpo riverso in una pozza di sangue. Delle persone presenti la mattina alla messa avevano notato che Jacopo dei Pazzi era stranamente accompagnato da un gruppo che aveva formato una sorta di rete di protezione intorno al Cardinale Sansoni Riario. La maggioranza dei servitori al seguito poi, erano tutti stranamente armati. Un dignitario dell'Arcivescovo di Pisa aveva lasciato con una scusa il luogo nonostante fosse uno dei protagonisti dirigendosi verso il Palazzo della Signoria accompagnato da circa trenta uomini armati e che nessuno in città conosceva. Sicuramente si trattava di esiliati. L'Arcivescovo entrò nel palazzo mentre i suoi uomini rimasero fuori per cercare di neutralizzare le guardie. Il prelato salì per le scale dove incontrò Cesare Petrucci il Gonfaloniere di giustizia per dirgli che aveva un messaggio per lui dal Papa, e che questo conteneva la promessa di favorire il figlio per la carica di Gonfaloniere. Era sicuramente uno stratagemma per guadagnare tempo, ma quando l'uomo cominciò a balbettare e a manifestare sempre di più il suo nervosismo guardando ansiosamente la porta d'ingresso, il Gonfaloniere capì che c'era qualcosa di insolito, e si allontanò da lui, ma Petrucci lo seguì trovandosi davanti Jacopo Bracciolini. Il Gonfaloniere allora lo prese per i capelli e lo sbattè a terra chiamando le guardie per farlo arrestare. Nessuno intervenne a sua difesa, perché la maggior parte dei suoi uomini erano rimasti intrappolati nella cancelleria dotata di serrature automatiche proprio per evitare situazioni di pericolo come questa. Il Gonfaloniere, i Priori e i servitori insieme alle guardie catturarono tutti coloro che si erano intrufolati nel palazzo. Quando improvvisamente le campane suonarono, tutti nella città capirono che era successo qualcosa di grave. Ma ci vollero comunque ancora alcune ore per conoscere l'esito della congiura. Non furono pochi i fiorentini che cambiarono schieramento convinti di schierarsi dalla parte dei vincitori, altri più saggiamente attesero.
Riccardo Massaro Read the full article
La Congiura: Parte 3 Stefano Porcari e la terza poco conosciuta congiura
La Congiura: Parte 1 Introduzione La Congiura: Parte 2 Sforza, Riario e Medici Parte 3 Stefano Porcari e la terza poco conosciuta congiura. L’importanza dei matrimoni e delle alleanze familiari
Dopo aver accennato alla congiura dei Medici e a quella degli Sforza, c’è n’è una meno conosciuta: la congiura romana di Stefano Porcari del 1453. L'uomo era nato a Roma da una famiglia nobile romana, venne in gioventù affidato a un mercante fiorentino di nome Matteo De Bardi. Con il tempo divenne un eccezionale oratore, arrivò addirittura ad essere eletto Capitano del Popolo a Firenze. In seguito entrò in contatto con un circolo di umanisti che apprezzavano la libertà dell'antica Repubblica Romana, quella che Stefano avrebbe voluto veder rivivere a Firenze. L'uomo si appassionò a queste teorie e già quando era Capitano del Popolo, si dedicò a scritti che sottolineavano questo suo pensiero. In seguito svolse funzioni pubbliche importanti anche a Bologna, Siena, Orvieto, Venezia e Trani. Visitò l'Inghilterra e l'Europa del Nord sempre accompagnato dai suoi ideali di repubblicani.
Porcari non amava le ingerenze del papato negli affari di Stato così nel 1447, dopo la morte di Papa Eugenio IV, diffuse pubblicamente le sue idee anche a Roma. In quel momento ascendeva al trono papale Niccolò V, molto più tollerante del suo predecessore e che assunse il promettente e capace Stefano alla sua corte.
Paus Nicolaas V La volontà del Papa di averlo tra i suoi collaboratori nascondeva l’intento di tenerlo sott'occhio. Così quando Stefano fu coinvolto in un tumulto a Piazza Navona durante il carnevale del 1451, il Papa fu costretto a bandirlo dalla città. Ma il Papa non nascondeva la sua ammirazione per Stefano, pur temendo questo umanista rivoluzionario, dopo il bando gli assegnò una ricca pensione esiliandolo però a Bologna sotto il controllo di un Cardinale di fiducia. Ma Porcari sognava ancora di trasformare Roma in una Repubblica, così come altri desideravano che venisse istaurata a Milano e a Firenze. Porcari tornò segretamente a Roma e in brevissimo tempo organizzò una rivolta che sarebbe dovuta esplodere durante la messa nel giorno dell'Epifania. L'idea era di seminare panico e confusione dando fuoco alle scuderie vaticane, cogliendo così di sorpresa il clero ed impossessarsi della fortezza di Castel Sant'Angelo. Poi da lì proclamare la Repubblica e perché no, se fosse stato utile anche uccidere il Papa e i Cardinali più influenti. Tutto questo incoraggiando il popolo alla rivolta e a saccheggiare il tesoro papale e le case dei cardinali. Ma i cospiratori temporeggiarono troppo e la Curia venne a conoscenza del piano organizzò delle contromisure. Venne inviata una piccola spedizione formata da cento soldati che si diressero poco prima dell’inizio della rivolta, verso le case dei cospiratori site in prossimità di Piazza della Minerva.
Per evitare lo scandalo i soldati sperarono di trovare tutti i congiurati riuniti per poterli arrestare senza dare troppo nell’occhio. Ma alcuni di loro erano già fuggiti, chi in Toscana, chi a Venezia. Porcari però venne fermato, arrestato confessò apertamente le sue colpe e la sua fede, quindi venne impiccato ai bastioni di Castel Sant'Angelo. Anche altri uomini che si erano uniti a lui furono giustiziati, subendo il sequestro delle proprie proprietà. Le loro vedove senza più sostegni finanziari furono addirittura costrette ad entrare in convento. Alleanze e matrimoni. Le più grandi alleanze tra famiglie e casate presero forma grazie ai matrimoni, vincoli che servivano a rafforzare la posizione sociale e il potere delle famiglie che sceglievano questa pratica non propriamente dettata dall’amore.
La fanciulla da impalmare veniva prima profondamente analizzata: la bellezza del corpo, del viso, i capelli, il portamento le doti… ricordiamoci poi che la fanciulla da maritare portava sempre con sé una cospicua dote, composta di beni, proprietà e denari. Così la propria famiglia faceva particolare attenzione e valutava bene a chi e come darla in sposa. Non da meno la famiglia che la sceglieva per il proprio rampollo. La dote solitamente veniva stabilita dagli anziani e valutata a seconda del ceto sociale di appartenenza. Più alto era, più la dote doveva essere sostanziosa. Ma non era questo un fattore decisivo, molto più importante era l’onorabilità e l’integrità del nome della famiglia da cui proveniva la ragazza. Doveva essere rispettabile e avere una posizione sociale ed economica importante. I ragazzi non venivano però esaminati così scrupolosamente. Quando nel 1467 Lucrezia Tornabuoni si mise alla ricerca di una sposa per il figlio Lorenzo de' Medici, valutò cosa il “mercato” metteva a disposizione, volgendo lo sguardo anche fuori la città. Particolare attenzione fu attribuita alla città di Roma, dove c'era la famosa e nobile famiglia degli Orsini che poteva vantare tra i suoi titoli quello di principe nonché altre posizioni importanti sia nell'esercito che tra il clero. Come opzione c’erano i Colonna, che vantavano un importante e facoltoso Cardinale tra i loro parenti.
Già Cosimo de' Medici, il nonno di Lorenzo, aveva pensato di unirsi con qualche famiglia romana perché aveva capito quanto fosse importante avere degli appoggi esterni a Firenze soprattutto nella chiesa e nell'esercito, questo per avere una posizione più stabile e forte anche nella propria città. Lucrezia Tornabuoni si recò così a Roma ed incontrò Clarice Orsini. In una lettera ne fa una descrizione fisica molto attenta, pur stranamente non facendo menzione della dote. Evidentemente era interessata a ben altro. La futura sposa sarebbe stata infatti molto utile per un ulteriore scalata sociale dei Medici, soprattutto fuori Firenze visti gli appoggi e le conoscenze che vantavano gli Orsini in tutta Italia e negli stati europei.
La ragazza porterà comunque una bella dote con sé, ma fondamentale si era rivelato l’aspetto politico e le relative alleanze. Nel medioevo una famiglia che era stata esiliata, o che aveva perso il proprio potere politico, che aveva sperperato le proprie risorse in seguito alla composizione di doti atte a sistemare le proprie figlie, o che non aveva figli maschi, e che quindi non aveva risorse umane da far entrare in politica, o che aveva perso il prestigio e l’onore facendo gravi errori, si trovava fuori dagli interessi del campo matrimoniale. Lo vedremo più avanti con i superstiti della congiura della famiglia dei Pazzi, quando nessuno vorrà più imparentarsi con loro. Ma queste posizioni non erano sempre così stabili, bensì alquanto mutevoli, a volte infatti famiglie che erano state potenti e ricche, potevano in seguito ad errori di valutazione, accordi ed alleanze, o investimenti sbagliati precipitare dalla loro posizione di rilievo e ritrovarsi in un batter d’occhio infondo alla scala sociale, in un baratro senza fondo ed essere surclassate da altre famiglie emergenti ed ambiziose. Un’ultima cosa da non sottovalutare e molto importante, era il poter vantare illustri origini, o aver avuto nella propria genealogia personaggi famosi o eroici. Pensate ai riferimenti che Dante spesso cita nella sua opera. Era doveroso soffermarsi su questi aspetti, che come vedremo più avanti influenzeranno molte delle situazioni che andremo ad analizzare.
Riccardo Massaro Read the full article