AFFINITA' E DIVERGENZE TRA IL RAGAZZO CHE A QUINDICI ANNI HA LETTO SIDDHARTHA E L'UOMO CHE A CINQUANTA SE L'E' RILETTO.
Ci sono libri che si leggono.
E che poi restano lì ad aspettarti in una mensola polverosa.
Siddhartha era lì. Ad attendermi al varco.
Lo lessi a quindici anni, quando credevo che il mondo fosse una porta da prendere a calci.
L'ho riaperto trentacinque anni dopo, con cinquant'anni addosso, qualche cicatrice in più e molte certezze in meno.
Da allora sono cambiate molte cose.
Ma il libro di Hesse, invece no, è rimasto lì, identico.
O forse è cambiato anche lui?
A quindici anni Siddhartha è un manifesto. Una bestemmia elegante contro chi ti dice come devi vivere. Un ragazzo che manda al diavolo il destino già scritto, lascia la casa del padre e decide di imparare sulla propria pelle. Quella scelta appare eroica, quasi inevitabile. Come fai a non empatizzare con lui? A quell'età pensi che la verità esista davvero. Da qualche parte. Devi solo essere abbastanza incosciente da andarla a cercare.
Siddhartha è libertà. È disobbedienza. È il rifiuto del manuale d’istruzioni. È punk, anche se porta una tunica e non ha i capelli fucsia.
Poi in un lampo passano trentacinque anni.
E ti accorgi che il libro non parla della fuga.
Quello che quando avevo quindici anni sembrava un invito alla deviazione era invece un semplice invito a seguire la tua strada.
Perché la vita non è una linea retta. È un casino.
Inciampi.
Ti rialzi.
Insegui cose che sembravano fondamentali e il giorno dopo ti chiedi perché ci hai perso così tanto tempo.
Ma poi scopri che servivano anche quelle.
Il Siddhartha cinquantenne non è più il pischello che cerca di evitare gli errori. E’ l’uomo che ha imparato attraverso essi.
Anche il rapporto con i suoi personaggi cambia.
Da giovane vuoi essere Siddhartha.
Da adulto inizi a capire suo padre.
Capisci Govinda, che ha bisogno di maestri perché non tutti riescono a muoversi per il mondo senza google maps.
E soprattutto capisci il figlio che da quindicenne mi era parso quasi un personaggio secondario, e che da adulto è diventato uno dei nodi emotivi del romanzo.
La difficoltà di lasciarlo libero di sbagliare racconta una delle lezioni della maturità: non possiamo vivere la vita al posto delle persone che amiamo.
Non possiamo risparmiargli gli errori.
Possiamo amarle.
possiamo aspettarle.
Ma non possiamo camminare nelle loro scarpe.
E allora quella frase, la più famosa del romanzo, quella che avevo scritto nella Smemoranda, smette di essere una citazione da sottolineare.
La sapienza non può essere trasmessa.
A quindici anni suona come un invito alla ribellione.
A cinquant'anni è una foto della realtà.
Nessuno può spiegarti davvero la vita.
Devi viverla.
Insomma alla fine della fiera dalla rilettura di Siddhartha ho capito una cosa. Non è cambiato il libro, è ovvio. Sono cambiato io.
A quindici anni cercavo risposte.
A cinquant'anni diffido di chi dice di averle e preferisco le domande.














