abbiamo una confusa folla solitaria che vuole difendere la propria libertà di avere paura e nutre contro ogni evidenza, ostinatamente, la speranza che sia solo un brutto sogno, e, dall’altra parte, una vasta maggioranza che vuole tornare nel suo mondo e identifica il mezzo tecnico come salvezza (dunque chi vi si oppone, o lo teme, come oscurità[14]). Da questo punto si diramano, in entrambe le direzioni, reciproche accuse di inumanità e i due fratelli siamesi dello scientismo[15] e delle teorie del complotto[16], che vedono rispettivamente bianco e nero rovesciati. I due fenomeni sono identici (nell’essenziale) in quanto il mondo è identificato come perfettamente trasparente e logico, abitato da ‘bianchi’ e ‘neri’, senza sfumature (solo che per alcuni i ‘bianchi’ sono ‘neri’ e viceversa), e la ‘verità’ è perfettamente disponibile se ci si impegna abbastanza nel ‘cercarla’. I fedeli conoscono la verità, e questa li farà liberi. I fedeli hanno la loro ecclesia, e oltre essa nessuna salvezza è possibile (extra ecclesia nulla salus).
La crisi del Covid sarebbe meno grave, gestibile, se intervenisse nel ben più robusto, coeso, e denso di fiducia sociale, mondo per come si presentava al termine dei trenta gloriosi. Oggi invece arriva in un mondo estenuato, nel quale centinaia di milioni di persone sono senza speranze e si sentono esclusi e vittimizzati dalla società nella quale non hanno, e giustamente, più alcuna fiducia. Individui privi di cultura sociale e politica, per effetto del completo abbandono da parte di ogni organizzazione nel quarantennio che ci precede. Che hanno passato i loro anni di formazione a dire che della politica non si interessavano perché era lontana e sporca. E quindi individui che, logicamente, reagiscono rivendicando in sostanza il loro ‘diritto’ di disinteressarsi del bene collettivo, negandone l’esistenza stessa. ‘Bene collettivo’ che, sia molto chiaro, è usato come termine fantoccio da quel medesimo sistema di potere che li ha schiacciati per tutta la vita e che ora intende soltanto tornare a farlo perché è sì spaventato dalla possibilità della crisi fine-di-mondo che vedono avvicinarsi all’orizzonte, ma non può rinnegare se stesso.
La situazione è dunque ambigua. Risponde al vero che i dispositivi di colpevolizzazione individuale, che scaricano ancora una volta tutto il peso sui comportamenti ‘volontari’ del singolo (e non si fanno carico di rendere possibile assumerli, ascoltando legittime paure, garantendo la praticabilità di alternative, impedendo abusi ad esempio da parte dei datori di lavoro) sono ancora una volta forme di governamentalità neoliberale ed eludono, nascondendola astutamente nel frastuono derivante dai dispositivi parziali proposti, il nodo di affrontare le questioni di fondo. Tuttavia, la questione in campo è enormemente più grande, e più decisiva.
A chi dice che bisogna guadagnare tempo (con la vaccinazione a tappeto) occorre rispondere non che ce ne disinteressiamo, ma che il tempo comprato a prezzo così caro deve essere ben speso. E per poterlo dire credibilmente abbiamo bisogno di una visione alternativa del mondo e non solo della rivendicazione dei confini del nostro proprio corpo. Invece delle battaglie liberali di retroguardia, le quali consolidano soltanto il comune sentire neoliberale (anche e soprattutto quando pensano di combatterlo, riproducendone i tipi più classici di lotta allo Stato, difesa della propria determinazione originaria, ribellismo), bisogna combattere una buona volta quelle scelte che hanno svuotato conoscenze e strutture pubbliche, ricentralizzare, de-privatizzando, destinando imponenti risorse aggiuntive a garantire l’effettività del diritto alla salute, all’istruzione, alla mobilità, alla città.
Senza alcuno sconto, facendo la propria parte per difendere il corpo sociale (e quindi, sì, vaccinandosi dato che ora c’è questo, ma con la necessaria prudenza[17] in una situazione che è ancora ambigua), bisogna porre la vera questione della scienza. Non quella di rivendicare un’impossibile capacità di farsi, ciascuno o ciascun gruppo elettivo, il proprio episteme[18] (cosa che, ancora una volta manifesta l’isolamento della personalità neoliberale e la disgregazione sociale in corso), ma quella di pretendere che i risultati della conoscenza (con tutti i suoi limiti, e oltre una prospettiva ‘scientista’) siano discussi e messi in comune. Dunque dobbiamo pretendere non solo che il sapere delle scienze sia messo a confronto con quello delle altre (ad es. la medicina, nelle sue diverse specializzazioni, con le scienze sociali e con le altre discipline pertinenti il problema), quanto che i brevetti siano sospesi, che la produzione dei farmaci sia resa pubblica, per ora entro l’emergenza poi permanentemente, e siano distribuiti alla generalità della popolazione del mondo. Abbiamo infatti la capacità industriale di produrre tutti i vaccini che ci servono, e tutti i farmaci necessari per ridurre ancora la mortalità (i due non sono in competizione, sono sinergici), è un crimine non usarla.
Questo è il crimine, non lo è la violazione di una libertà individuale che di per sé non esiste. Nessuno di noi è libero se è nato in una società che lo ha sostenuto e lo sostiene dalla culla alla tomba. Nessuno può chiamarsi fuori; questo è propriamente il sogno nel quale siamo stati cullati negli ultimi cinquanta anni (un sogno che è un inganno, solo per chi ha i mezzi lo è, per gli altri la libertà è solo di essere sfruttato).
Un altro crimine, contro il nostro futuro, è di perdere l’occasione dei pur pochi fondi strutturali messi a disposizione dal Pnrr (o mobilitabili con più coraggio, grazie allo scudo della Bce) di rivisitare organicamente il SSN: passando da una medicina centrata sul singolo individuo/cliente e sull’emergenza ad una di comunità, fondata sulla programmazione ed adatta ai diversi territori; riducendo la presenza del privato che non persegue finalità pubbliche, ma quelle della autovalorizzazione del proprio capitale; modificare la figura del Medico di Medicina Generale (MMG) da professionista a dipendente del SSN, in modo da poterne programmare le funzioni e ridurre le distorsioni, potenziandolo.
La vera battaglia non è quella che riempie le piazze (soprattutto virtuali), ma è quella per la liberazione dei diritti di proprietà intellettuale che impediscono di distribuire i benefici e proteggere la società, quella per la ripresa della responsabilità sociale e per il potenziamento del ruolo del pubblico. E’ la battaglia perché nessuno sia lasciato solo ad affrontare il rischio, per mettere in comune la conoscenza, e la responsabilità, da ciascuno e per tutti.
Qualcuno potrebbe chiamarlo ‘comunismo’. È quello buono.