Sono stato ad un aperitivo in cui si parlava di psicologia. C’era una dottoressa che ha illustrato alcuni giochi psicologici che tutti mettiamo in atto quando vogliamo rapportarci con le persone e più precisamente quando vogliamo un riconoscimento da loro senza però entrare in intimità, insomma, stando sulla soglia della porta senza entrare nella stanza. Secondo questa teoria le persone si dividono in tre categorie: le vittime, i salvatori e i persecutori e tutti hanno bisogno in egual modo di riconoscimento da qualcun altro, solo che ognuno ha una strategia diversa per ottenerlo.
Mi è sempre stato evidente che io facessi parte dei salvatori senza neanche sapere che esistesse una terminologia precisa, tuttavia nel tempo ho imparato a riconoscere di avere un complesso da crocerossina grande quanto una casa. Meno evidente era il fatto che spesso il mio ruolo si trasforma in quello di vittima o comunque di salvatore fallito. Tutte le relazione che hanno avuto importanza nella mia vita sono state segnate da questo processo ed effettivamente è esattamente il modo in cui mi avvicino e mi relaziono agli altri da quando ho memoria. Per gli altri ci sono sempre, li aiuto, li consiglio, li sprono, li consolo fin quando hanno bisogno per poi diventare inutile ed innescare un processo di allontanamento che subisco.
Ho trovato illuminante rendermi conto che il mio gioco è sempre a perdere e che sono io stesso a volerlo così. Essere salvatore è il mio modo per tenere le distanze e poter gestire qualcosa che non mi considero capace di affrontare probabilmente, perché aprirsi completamente ad un’altra persona, rendersi vulnerabili è una cosa quasi da “vivi o muori” ed il cuore mio il coraggio di morire ancora non l’ha trovato.















