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Famiglia Infangati 2° parte
Famiglia Infangati
Famiglie fiorentine
Prima parte
Seconda parte
Battaglia di Montaperti
Nelle guerre cittadine fra Guelfi e Ghibellini gli Infangati di antico censo nobiliare, per tradizione politica e potenza economica si schierarono con i Ghibellini sostenitori dell’Imperatore Federico II Ruggero Hohenstaufen, mentre altri nobili si schierarono con i Guelfi sostenitori del Papa Innocenzo III Lotario dei Conti di Segni. La conferma di questa divisione fra vincitori e vinti si ha nel 1258, quando Mangia degli Infangati venne condannato al taglio della testa come Ghibellino. Dopo la vittoria di Siena del 1260 a Montaperti, dei Ghibellini fuoriusciti fiorentini con a capo Farinata degli Uberti, gli Infangati rientrarono dall’esilio in Firenze con i loro consorti Mangiatroie. Gli esponenti di questa nobile casata: Donato, Mazza, e Bindo ricoprirono cariche pubbliche fino al 1266, quando nella battaglia di Benevento i Ghibellini vennero sconfitti e re Manfredi vi perse la vita, vennero nuovamente esiliati dai Guelfi vincitori.
Il Papa Niccolò III Giovanni, Gaetano Orsini, incaricò il suo legato il Cardinale Latino Malabranca, di recarsi a Firenze, per far cessare la faida fra le due fazioni fece firmare un accordo di pace. La cerimonia ebbe luogo all’altezza del ponte Rubaconte, precisamente nel palazzo dei banchieri Mozzi, alla presenza del Cardinale Latino, il popolo, e inviato dal papa Carlo I d’Angiò, e i maggiori rappresentanti delle due fazioni. Dopo la firma dell’accordo con il quale si permetteva agli esiliati Ghibellini, di rientrare in Firenze e tornare in possesso dei loro beni. Per suggellare la ritrovata pace cittadina, tutti i rappresentanti presenti si spostarono sul renaio, il Cardinale Latino fece baciare in bocca tutti i presenti delle due parti. Il Bargellini, ci racconta che Carlo d’Angiò baciò controvoglia quegli che gli si avvicinarono. Gli Infangati firmarono l’accordo e poterono rientrare in città e riavere i beni confiscati, mettendo così fine alla lotta fratricida all’interno della famiglia.
Alberto Chiarugi
La peste a Firenze 2 parte
La peste a Firenze
1 parte
2 parte
Mentre le città si chiudono ai forestieri che potrebbero portare il contagio, sulle strade c’è sempre qualche disgraziato alla deriva che cerca di sopravvivere come può. Questi si incontrano tra loro e i più scaltri gabbano quelli più ingenui.
Le guardie di Sanità cercano di fare quello che possono, ma questi viandanti spesso si avvertono tra di loro per evitare i controlli e percorrendo strade impervie eludono i controlli avvicinandosi alle loro destinazioni. Per queste guardie è facile fermare, interrogare ed arrestare i viaggiatori, spesso solitari o in coppia, più difficile è quando si tratta di soldati, mercenari o disertori, molto più pericolosi, non solo perché bellicosi, ma soprattutto perché sono stati a contatto ravvicinato con il contagio e potrebbero essere infetti.
Questi provengono tutti dal nord, quando nel 1630 la Savoia, Casale Monferrato e Mantova sono percorsi da eserciti che si contendono i passi della Valtellina e le Alpi genovesi.
Il 21 settembre del 1629 il generale Aldringher dell'esercito Imperiale, fa traghettare sull'Oglio 500 cavalli e 200 guastatori per insediare in terra mantovana il suo Quartier generale. Era l'inizio di una campagna militare che si protrarrà per tutto l'inverno fino al tragico sacco di Mantova. Siamo in pieno conflitto della Guerra dei trent'anni quando varie coalizioni formano da una parte il fronte asburgico e dall’altro quello anti asburgico.
Così, attraversare il Po, terra saccheggiata, bruciata e devastata dalla guerra, dove imperversa la peste doveva essere un'impresa alquanto rischiosa. Chi ci riesce finisce il più delle volte per essere arrestato dalle guardie di Sanità fiorentine del Lazzaretto di San Marco vecchio.
È il caso di due servi, che per ordine del loro padrone, devono portare a cavallo della merce a Firenze al palazzo di un marchese sito in prossimità di Santa Croce. Fermati vengono interrogati, ma inaspriscono l’umore del funzionario, convinto che mentano perché dicono che a Mantova non c’è l’epidemia, proprio dove questa notoriamente è invece scoppiata.
Un altro caso è quello di uno questi soldati sbandati che torna clandestinamente nel fiorentino. Viene intercettato, dunque fugge e si nasconde per poi sparire. Le guardie di Sanità fermano allora la sua famiglia mettendola agli arresti domiciliari, così lui ritorna e subisce un interrogatorio che avviene però per sicurezza a distanza, dalla finestra della sua casa, per timore che l’uomo sia contagiato.
Il soldato racconta che ha percorso dal mantovano una strada impervia per evitare i controlli e ha così evitato qualsiasi contatto per paura che qualcuno lo segnalasse ai preposti. Sempre arrangiandosi è riuscito poi a raggiungere la città. Il magistrato scopre che l’uomo è un disertore, infatti non ha il solito documento firmato dal suo capitano con il permesso di licenza per raggiungere la sua casa. Saputo dell’epidemia in corso, senza preoccuparsi delle eventuali conseguenze, è così fuggito disertando per accertarsi della salute della sua famiglia, che per altro era stata anche sfrattata di casa dal padrone dell’immobile. Il magistrato provvede a farlo arrestare, ma con molta cautela per timore che sia stato contagiato e lo fa tradurre al sicuro a Firenze in un luogo sorvegliato.
I soldati però sono spesso dei poveracci disoccupati, che si arruolano solo per avere una paga. Questa poi si rivela bassa e sempre in ritardo. Questi uomini subiscono poi le angherie di chi li comanda e che ruba parte della loro paga con cui è già difficile riuscire a sopravvivere. Ecco perché disertano, sono in molti a farlo, è una emorragia continua che colpisce tutti gli eserciti del ‘600. Coloro che invece terminano il servizio, spesso finiscono per riportare gravi ferite invalidanti o rimane mutilato; così può vivere solo di accattonaggio e carità.
La svestizione dei morti, o l’obbligare qualcuno a cedere i propri vestiti sotto minaccia cedendogli i propri sudici e sdruciti, così come il commercio illegale di vestiti rubati in case abbandonate o tolti ai morti, finisce per diffondere il contagio. Il povero disgraziato derubato degli abiti, sarà costretto per non girare nudo, ad indossare un vestito rimediato, magari uno lanzichenecco sottratto ad un morto. Per questo verrà tenuto a distanza da tutti per timore della peste che gli alemanni hanno diffuso.
Un archibugiere a cavallo viene ricercato dai birri del Bargello perché si sospetta che commerci bestiame clandestinamente. Fa infatti affari nelle zone dove la peste è particolarmente diffusa. L’uomo è inoltre particolarmente pericoloso e le guardie lo temono.
Indossa ancora la divisa di tutore dell’ordine con cui controllava le impervie zone appenniniche. Ma lui è assente, la famiglia rilascia vaghe e contraddicenti informazioni. D’altronde l’uomo grazie a questo commercio, mantiene tutta la famiglia e non può non difenderlo. I tutori dell’ordine possono fare ben poco per trovarlo, finché arriva inaspettata una notizia. L’uomo è stato ritrovato morto con la testa fracassata. Probabilmente aggredito nel sonno mentre si riposava dai suoi viaggi di affari, quando si era addormentato in un bosco.
Il racconto della peste ci da modo di conoscere tre tipologie di possibili untori: i soldati, i mendicanti e i pellegrini. I soldati e i disertori (detti formigotti), provengono dalle zone più pericolose dove il morbo è esploso. Alcuni di loro si fingono feriti o storpi e raccontando fatti d’arme magari inventati, cercando così di intenerire chi li ascolta e racimolare qualche soldo.
Poi ci sono i falsi “bordoni”, o i falsi pellegrini, gente che finge di essere in pellegrinaggio. Prendono nome dal bordone, il bastone che li accompagna nel loro lungo viaggio. Questo è usato per difendersi dagli animali selvatici, dai malintenzionati o semplicemente per sorreggersi durante gli spostamenti. Alcuni di loro sono ovviamente veri pellegrini, ma è difficile riconoscerli.
Poi ci sono i vagabondi, i ciarlatani e i truffatori, alcuni di loro cercano di vendere rimedi per malattie o disturbi, questi sono efficaci o truffaldini, altri sono semplicemente dei girovaghi che cercano di tirare avanti arrangiandosi. Tra i ciarlatani ci sono anche i medici. Nell’ Ospedale di Bonifazio a Firenze il dottor Leandro spaccia fraudolentemente cure truffaldine per la peste nelle campagne fiorentine.
Tutti questi individui non vengono arrestati per le loro eventuali malefatte, ma spesso e volentieri solo per assicurarsi della loro salute. Dopo essere stati interrogati e non mostrando segni della malattia vengono liberati e continuano a trasgredire la legge.
Riccardo Massaro
Famiglia Cerchi di Firenze 2° parte
Prima parte Seconda parte Cerchio fra Guelfi e Ghibellini, ovvero come salvare gli affari e i beni.
Il ramo della famiglia di Perugia, si impegnava per liberare Torrigiano, rivolgendosi direttamente a Manfredi. Purtroppo, il tentativo non andò a buon fine e Torrigiano morì in carcere. Il filo ghibellinismo di Cerchio non è dimostrabile per mancanza di notizie certe, anche se è conosciuto, che durante il governo dei Ghibellini fu membro del consiglio dei Trecento. Non avendo certezze sul passaggio alla fazione vincente, si presume l’abbia fatto per salvaguardare l’attività della Compagnia bancaria e la salvezza dei beni familiari. Con il passare del tempo, cambiò l’atteggiamento di Cerchio e della Compagnia, prevedendo a breve la rovina degli imperiali, la banca prestò ingenti somme di denaro a Papa Clemente IV Guy Le Gros Foulquois e Carlo D’Angiò, spingendo re Manfredi alla rovina e alla morte nella battaglia di Benevento del 1266. Tutto questo mentre su Firenze, governata dai Ghibellini gravava la scomunica. (È una pena prescritta dal Codice di Diritto Canonico, comminato dalla Chiesa cattolica, derivante dal latino antico “excomunicare”, cioè escludere dalla comunità dei fedeli. Molto usata nel Medio Evo, consiste nel non dare o ricevere i sacramenti).
Questi affari con la chiesa ebbero buone ripercussioni per le operazioni mercantili e bancarie per la Compagnia di famiglia, in Francia, Provenza e Lombardia. Cerchio seppe comportarsi bene nel passaggio di potere fra i Ghibellini sconfitti e al loro rientro Guelfi vincitori. Fece parte dei membri del Consiglio dei Trentasei boni Homini e garante per il novembre del 1266, degli accordi fra il Conte Guido Novello dei Conti Guidi Vicario reale per la Toscana, per lasciare la città e rientrare nei suoi possedimenti in Casentino, scortato da tre membri del consiglio. Nel 1267, precisamente nella prima metà dell’anno, avvenne la rottura fra i grandi Guelfi e i popolani. Cerchio si avvicinò ai primi, sentendosi magnate anche se non era di origine nobile, grazie ai loro interessi bancari e mercantili si avvicinarono ai grandi, ricevendo in cambio per alcuni dei familiari l’investitura a cavalieri suscitando l’invidia dei Donati, per la ricchezza posseduta, i bei vestiti, i cavalli e i possedimenti. I Cerchi venivano da Acone in campagna, venivano considerati dai Donati come “salvatici”.
La loro Compagnia bancaria era la più grande in Firenze, lavorava per la Curia pontificia e aveva interessi in Provenza, Francia e in Inghilterra. Erano così conosciuti in Toscana da avere fra i clienti le casate ghibelline delle più importanti: Guidi, Uberti, Ubaldini, tanto da attrarre altre famiglie fiorentine che si legarono alla loro Compagnia e alla Famiglia: i Macci, i Bonizzi, i Cavalcanti, il padre di Beatrice; Folco Portinari. Persino gli Strozzi si avvicinarono a loro, ma si distaccarono, quando intuirono il crollo della Compagnia riuscendo a salvarsi.
Alberto Chiarugi
Le Consorterie o Società delle torri a Firenze: 2° parte
Le Consorterie o Società delle torri a Firenze 1° parte 2° parte
Gli obblighi e i diritti dei Consorti erano messi per scritto con i patti che tutti dovevano rispettare, spesso decidevano il loro comportamento tenuto in particolari eventi politici. I Consorti si riunivano nelle loro case torri, erette per mancanza di spazio dove costruire una casa o un palazzo. La popolazione residente in Firenze nel 1100 era di 30.000 abitanti, obbligando i costruttori ad andare per altezza.
Nel dodicesimo secolo si diffusero le Società delle Torri formate da famiglie nobili. Gli episodi di violenza fra famiglie rivali erano all’ordine del giorno. Nel caso di assalto di una Consorteria rivale, i componenti della Consorteria assalita, riparavano nelle loro torri vicino a quelle dei loro alleati. Le torri sotto attacco, si univano fra loro, tramite ponti levatoi mobili sostenuti da pali, sui quali venivano appoggiati inserendoli e togliendoli nelle buche pontate, diventando un castello inespugnabile.
Quegli edifici avevano la porta d’ingresso alla altezza del primo piano, vi accedevano con una scala che, all’occorrenza, veniva ritirata isolandole completamente. Dopo l’omicidio di Buondelmonte dei Buondelmonti le consorterie e i cittadini tutti si divisero in due fazioni, che si scontrarono violentemente per più di un secolo.
I Guelfi parteggianti per il Papa e Ottone IV aspirante a diventare Imperatore e Ghibellini sostenitori dell’Imperatore Federico II Hoenstaufen di Svevia. Cacciaguida nella Commedia dantesca si rivolge direttamente a Buondelmonte, accusandolo di essere la causa di quello che era successo: "O Buondelmonte, quanto mal fuggisti/ le nozze sue per li altrui conforti! Molti sarebbero lieti, che son tristi/se Dio t’avesse conceduto ad Ema, la prima volta c’ha città venisti."
Da questo episodio di sangue, si fa risalire la divisione delle famiglie nobili e i fiorentini, in due fazioni. Da una parte i Ghibellini con Oddo Arrighi dei Fifanti, Lambertuccio Amidei, Uberti, Gangalandi e Lamberti, dall’altra i Guelfi con i Buondelmonti, Infangati, Acciaioli.
Alberto Chiarugi Read the full article

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Vittoria a Montaperti dei Ghibellini – I Guelfi vanno in esilio: 2° parte
Introduzione Prima parte Parte seconda Farinata degli Uberti Mentre da Firenze se ne partivano i Guelfi, a Empoli alla presenza di Re Manfredi, con tutte le città ghibelline e i fuorusciti fiorentini che avevano combattuto a Montaperti, si teneva una Dieta per decidere la sorte di Firenze. La maggior parte dei presenti si trovò d’accordo nel distruggere la città, gettarvi il sale affinché nessun potesse riedificare su quel terreno maledetto. A quel punto si fece avanti, il capo riconosciuto dei fiorentini Manente detto “Farinata” degli Uberti chiedendo al Re Manfredi di parlare in favore della città fiorentina. Parlò con il cuore in mano. Non aveva combattuto e vinto per distruggere la sua Patria e se i presenti avessero avuto mano libera per quanto avevano chiesto, vi si sarebbe asserragliato difendendola fino alla morte. Manfredi colpito da queste parole e dall’amore di Farinata per la sua città, decise di soprassedere e Firenze fu salva. La domenica dopo l’uscita dei Guelfi dall città, il 16 settembre, i Ghibellini vincitori di Montaperti al comando del Conte Giordano d’Anglano cugino del Re Manfredi e le masnade tedesche entrarono in città. Il primo atto dei nuovi padroni, fu di far giurare a tutti i fiorentini rimasti fedeltà al Re. Dopo, nominarono Podestà Guido Novello dei Conti Guidi in carica fino al gennaio del 1261. In seguito Guido Novello fece aprire nelle mura una porta chiamata ghibellina. In pratica si garantiva una via di fuga verso il Casentino dove possedeva terre e castelli. Rispettando i patti con i senesi, lasciò loro mano libera per disfare i castelli Guelfi posti sui loro confini. Giordano d’Anglano venne nominato Vicario Generale del Re e comandante delle truppe tedesche, con le quali in varie battaglie sconfisse ripetutamente i Guelfi. Per questi servigi alla parte ghibellina, venne ricompensato da Manfredi con la terra di Puglia. Con la sua amministrazione la fece diventare una grande signoria. Il dispotico governo dei Ghibellini ebbe fine nel 1266, quando nella battaglia di Benevento l’esercito del Re Manfredi e i suoi alleati furono sconfitti dai guelfi comandati da Carlo d’Angiò fratello del Re di Francia campione del Papa e dai suoi alleati. I Guelfi fiorentini, parteciparono alla vittoriosa battaglia con la cavalleria della Parte guelfa, rientrarono in Firenze per non uscirvi più. Con la morte del Re di Sicilia finiva il sogno degli Svevi di riportare l’Italia sotto il controllo Ghibellino. Alberto Chiarugi Read the full article
La Congiura: Parte 2 Sforza, Riario e Medici
La Congiura: Parte 1 Introduzione
Sforza, Riario e Medici L’ultimo della lista a pagare per la congiura contro i Medici fu Girolamo Riario Signore di Imola e Forlì, pugnalato nel Palazzo del Governo ben dieci anni dopo l’attentato. Il suo corpo esanime venne poi gettato nudo nella piazza centrale, così che i presenti potessero continuare ad infierire su di lui con umiliazioni ed oltraggi.
Girolamo, il nipote di Papa Sisto IV che aveva osato alzare le armi su Lorenzo e Giuliano, non fu però raggiunto dalla vendetta di Lorenzo, ma da degli esacerbati rivoltosi. Lorenzo aveva tentato ben tre volte di vendicarsi ma senza riuscirci, così per ostacolarlo ne aveva diffuso il malcontento sui luoghi che governava, frustrandone le ambizioni a cariche di potere a Firenze. Girolamo, senza l’appoggio di Sisto IV, non sarebbe neanche apparso nella politica fiorentina o sui libri di storia. Di famiglia modesta, aveva sposato Caterina Sforza, la figlia illegittima di Galeazzo Maria Duca di Milano. Era un odiato governante, a causa dei suoi metodi ed eccessi. Ad esacerbare ancora di più gli animi dei suoi cittadini, fu una nuova tassa da lui pretesa sulle proprietà fondiarie. Come se non bastasse aveva alle costole due esattori della famiglia Orsi (Checco e Ludovico) e due suoi capitani, anche loro pieni di astio nei suoi riguardi a causa di ingenti debiti in sospeso. Così, insieme ad altri rivoltosi decisero di sopprimerlo durante una cena ai quali Girolamo stesso li aveva invitati senza sospettare nulla. Durante le libagioni i rivoltosi estrassero i pugnali mentre Girolamo terrorizzato si nascondeva inutilmente sotto ad un tavolo e la servitù fuggiva terrorizzata Nessuno lo soccorse, anzi gli assassini furono aiutati da chi sentite le urla accorse per infierire sul corpo già martoriato. Altri accorsero per bloccare le porte d’ ingresso del palazzo evitando così che gli esponenti della sua famiglia potessero soccorrerlo. La popolazione accorse per vedere il cadavere nudo riverso sulla piazza e per congratularsi con gli attentatori. Figli e moglie dell’uomo furono poi fatti prigionieri e il palazzo depredato.
Ma a cosa finita e calmati animi e tumulti, i fratelli Orsi furono presi dal panico per le conseguenze della loro azione, così scrissero intimoriti a Lorenzo de Medici cercando di ingraziarselo per aver vendicato Giuliano e sperando nella sua protezione. La lettera continuava descrivendo con dovizia di particolari l’atto cruento così come si era svolto, aggiungendo come sia il popolo che il clero avessero manifestato giubilo per la loro azione e la morte del despota.
Lorenzo appoggiò i due, ma da buon politico navigato quale era non lasciò prove scritte della cosa. Pochi giorni dopo la richiesta di aiuto alla quale Lorenzo non rispose, giunse un aiuto militare proveniente da Milano per riappacificare Forlì. Gli Sforza avevano mandato un piccolo contingente per recuperare la città, porre fine al subbuglio e restituirla a Caterina Sforza, la moglie di Girolamo sua diretta erede. Questa prontamente intervenne per fermare l'esercito salvando la città da sicura distruzione e saccheggio. Una mossa astuta per recuperare il favore dei forlivesi. Caterina entrò trionfante nella città mentre gli Orsi e chi li aveva appoggiati cominciarono a temere per la propria vita. Le case dei rivoltosi furono infatti attaccate e distrutte e i responsabili catturati e massacrati. Il vetusto padre dei fratelli Orsi per altro innocente, fu legato su una tavola di legno a faccia in giù e trasportato con i cavalli per la piazza principale della città, una volta morto gli venne estratto il cuore che venne preso a morsi dai presenti. Intanto Caterina faceva riesumare il corpo di Girolamo per dargli degna sepoltura, non prima però di averlo esposto per una veglia durata tre giorni nella chiesa di San Francesco. Visti i suoi atti, Girolamo sarebbe dovuto essere sepolto in terra sconsacrata, ma il clero chiuse un occhio, anche perché la moglie insisteva sul fatto che negli ultimi giorni l’uomo si stava redimendo e pentendo dei suoi misfatti… La donna era particolarmente pia, suo marito non troppo.
Con la morte di Girolamo, Innocenzo VIII poteva ora ambire a donare un piccolo regno composto da Forlì, Imola e Faenza al figlio Franceschetto, che intanto era andato in sposo a Maddalena, figlia di Lorenzo. Un bel piano per entrambi, sia per Lorenzo che per il Papa, ma i fiorentini non avrebbero ben visto questa alleanza e temuto un insediamento papale così vicino alla loro città. Serviva dunque discrezione per portare avanti la cosa.
Pochi giorni dopo venne versato altro sangue. Galeotto Manfredi, uomo di Lorenzo, venne assassinato perché colluso torbidamente in un poco chiaro intreccio tra le potenti città di Firenze, Roma, Venezia e Milano. Governatore di Faenza l’uomo era particolarmente dedito all’adulterio. La moglie più volte ferita ed offesa dai suoi tradimenti, portò proditoriamente il marito nella stanza da letto matrimoniale, dove erano nascosti i parenti della sua famiglia (i Bentivoglio), che uccisero Galeotto. Va evidenziato come l’assassinio del Duca di Milano avvenuto sedici mesi prima della congiura medicea sia legato anche a questo fatto. Galeazzo Maria Sforza era il figlio di Francesco Sforza, colui che aveva aiutato Cosimo, il nonno di Lorenzo, a rinforzare l’influenza dei Medici su Firenze. Anche Galeazzo come i due fratelli fiorentini venne avvicinato ed assalito durante una messa. Uomo violento e disinibito, Galeazzo soddisfaceva i suoi appetiti sessuali con donne “comprate” attraverso ricatti e subdoli compromessi, poi soddisfatti i suoi bollori, le cedeva generosamente alla corte. Particolarmente cruento, non si fece mai scrupolo di sopprimere barbaramente persone che lo ostacolavano o infastidivano con rimedi efferati e fantasiosi. Queste azioni lo avevano così inviso sia alla corte che al popolo. Alcuni dei cospiratori erano mossi da motivi politici, altri da odi maturati a seguito di sgarbi, violenze e soprusi, soprattutto a danno delle loro congiunte. Così, nella chiesa di Santo Stefano, il Duca venne circondato e colpito con pugnali e spade. Sul corpo martoriato e senza vita vennero contate ben quattordici ferite. Ma i congiurati non avevano organizzato l'attentato con solerzia ed attenzione, i più erano mossi da semplici odi personali e pensarono, o meglio sperarono, che il popolo afflitto dalle intemperanze e dal mal governo del Duca si schierasse dalla parte dei sobillatori, magari con la speranza di veder risorgere la vecchia Repubblica Ambrosiana.
Ma non andò così. Giovanni e Andrea due dei diversi cospiratori, furono catturati dallo stesso popolo, trascinati per le strade della città, malmenati, lapidati e infine accoltellati per poi essere appesi davanti alla loro casa a testa in giù. In seguito uno dei cadaveri fu decapitato ed asportata la mano come atto simbolico. Quest’ ultima venne bruciata e poi inchiodata ad una colonna della piazza. I resti martoriati del corpo invece furono trascinati nuovamente per le strade della città. Anche in questo caso si ebbero casi di cannibalismo, cuore e fegato vennero morsi con rabbia dai presenti, il resto venne dato in pasto ai maiali. Ma la fame di giustizia sommaria non si era esaurita, si protrasse con la cattura degli altri congiurati condannati alla ruota per essere torturati, poi squartati e i loro corpi appesi fuori le porte della città come monito. Quel forte sentimento di “tribalità” così diffuso nel medioevo, permetteva che l'odio si perpetrasse anche danno delle famiglie dei rei. Le abitazioni dei parenti degli insorti vennero così saccheggiate e i residenti trovati in esse arrestati ed esiliati. Con la mentalità odierna si può pensare che l'esilio fosse il male minore, ma ricordiamoci della pena di Dante, di come soffrì l’obbligata lontananza dalla sua città, la mancanza della famiglia e degli amici. Questa esperienza si trasformava all’epoca in una sorta di morte sociale, della perdita della propria identità, di una damnatio memoriae che trasformava il renitente ad una punizione opprimente, pesante, senza fine nella quale veniva allontanato come un appestato e dimenticato.
Riccardo Massaro Read the full article