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La scienza non esiste. Esistono le scienze. Poi le pseudoscienze, cioè la spazzatura mentale. Volete credere in qualcosa di non dimostrabile? Fate pure, ma non pretendiate che sia scienza. Quindi smettiamo di credere a gente che spaccia metodi risolutivi e soluzioni magiche. Non bastano le testimonianze singole.
Una goduria questo romanzo
La somma dell'intelligenza sulla Terra è una costante e la popolazione è in aumento.
Assioma di Cole

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Amelia Rosselli
Giretto in montagna
Strapotere estetico
Il mondo è fatto di relazioni e se pratichi rapporti dove non domina il tornaconto, se dai vita a relazioni in cui trovi il modo di restare fedele a te stessa, agli altri e a ciò che accade, allora stai già partecipando alla trasformazione del mondo.
- Luisa Muraro, da "Non si può insegnare tutto"
Apprendo adesso della morte di Luisa Muraro, che ho incontrato prima ancora del femminismo, quando fui invitata da Elvio Fachinelli a partecipare alla preparazione del convegno sulla "pratica non autoritaria" nella scuola, da cui sarebbe poi uscito il libro "L’erba voglio", Einaudi 1971.
Dopo il decennio degli anni 70, che ci ha visto insieme, dal collettivo di via Cherubini alla Libreria delle donne e la sede di Col di Lana, una divergenza sulle posizioni del femminismo ci ha allontanate, senza per questo interrompere un dialogo critico alla distanza.
Se leggo l'intervista, raccolta da Elvira Roncalli insieme alla mia e a quella di Adriana Cavarero -"Il futuro è aperto" Prospero Editore 2025 - mi rendo conto che il filo conduttore della lunga storia che abbiamo condiviso non è mai venuto meno.
Alla domanda di Elvira Roncalli se c'è "uno scarto tra l'esperienza soggettiva del femminismo e il femminismo come sapere teorico", Luisa risponde:
"Su questo mi viene in mente quello che dice Lia Cigarini, è lei che mi ha introdotta nel pensiero femminista ed è tuttora un'autorità per me (...) Lei ha una veduta chiara su questa questione. Io non ho una veduta chiara su questo. So che la teoria è necessaria e so anche che la teoria non basta. Se lo diciamo con Hanna Arendt, se crediamo di sostituire l'esperienza o la realtà con qualche veduta teorica, cadiamo in errore. Infatti, in altri momenti io contrappongo la teoria al racconto, alle volte è la pratica, ma altre è il racconto, cioè il racconto delle cose che capitano. È vero, io ho un gusto per la teoria, sono stata formata alla teoria e credo che la teoria - il pensare e ragionare teoricamente- siano indispensabili, ma non occorre che tutti lo facciano. Occorre invece che il pensiero ragionante non pretenda di completare il discorso e lasci posto all'esperienza."
Ciao Luisa.
Lea Melandri

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"Vado subito al dunque: l'ho trovato un film profondamente mediocre, pretenzioso ed involontariamente ridicolo.
Il problema principale non è la presenza del soprannaturale, ma il fatto che il soprannaturale venga usato come scorciatoia narrativa per evitare di scrivere davvero una relazione e una degenerazione psicologica. Il braccialetto dei desideri è il pericolosissimo (e vigliacco) rifugio degli sceneggiatori senza idee: non sappiamo/vogliamo costruire un’ossessione amorosa disturbante? Facile: oggetto maledetto che rende psicodemoniaci. Fine. Il patetico tocco contemporaneo del call center serve solo a dare una verniciata di pseudo-verosimiglianza ad un meccanismo pigro e artificiale.
Il vero problema (e l'arroganza) è che il film pretende di parlare - a dire di molti - di relazioni tossiche senza costruire minimamente una relazione. Non c’è seduzione, non c’è attaccamento, dipendenza emotiva, bisogno di validazione, non c’è progressiva degenerazione emotiva. Il protagonista, non si sa perché, è già completamente invaghito dopo tre scene e quando finalmente i due stanno insieme il film liquida la loro dinamica romantica con qualche montaggio frettoloso privo di chimica, intensità o autenticità. Risultato? La relazione è un cartonato che non crea coinvolgimento né nel suo sorgere né nel suo crepuscolo. Per questo trovo ridicolo chi legge nel film una “critica alle relazioni tossiche”: quella rappresentata non è una relazione tossica ma solo idolatria delirante unidirezionale, tipo Justin Bieber perseguitato da una fan schizofrenica.
(Se vi interessano film basati su relazioni disfunzionali che sconfinano nell'orrore, i riferimenti sono Alleluia, Ecco l'impero dei sensi, Antichrist, Thirst, Audition, Crash, Possession, Companion, Luna di Fiele)
I personaggi poi reagiscono a qualunque evento con una passività talmente sconclusionata da sembrare parodistica. Il protagonista sente una voce demoniaca uscire dal corpo della ragazza che lo implora di ucciderla? Se ne va quasi come nulla fosse. Assiste a morti assurde e violenze folli? Reagisce con qualche urletto isterico e due ramanzine sofferte, per poi tornare regolarmente da lei come un NPC difettoso. Il film non costruisce mai la reale portata psicologica o metafisica di ciò che accade: sembra che nemmeno i personaggi comprendano il film in cui si trovano rompendo il contratto emotivo con lo spettatore.
A peggiorare tutto ci pensa una regia che scambia il bombardamento sensoriale per inquietudine. Ogni scena viene accompagnata da musiche assordanti, droni angoscianti e suoni invasivi che cercano disperatamente di convincerti che ciò che stai guardando sia disturbante quando la scena mostra solo una tizia con un vaso di fiori in faccia. Ma il disturbo non nasce dal volume. Nasce dalla tensione, dall’ambiguità, dalla costruzione emotiva. Qui invece sembra di assistere ad un film convinto che basti urlarti nelle orecchie per sembrare angosciante.
I dialoghi sono scritti malissimo, i toni drammatici risultano pesanti e artificiosi e l’intero film trasmette quella tipica sensazione da horror contemporaneo “elevated”: enorme pretesa simbolica, pochissima sostanza narrativa.
Sono sinceramente shockato dall’entusiasmo della critica e del pubblico attorno a questo film, perché a me è sembrato un horror incapace sia di costruire paura sia di costruire personaggi, mascherato da riflessione psicologica sulle relazioni tossiche solo perché oggi basta pronunciare quella formula magica per far sembrare profonda qualunque sceneggiatura pigra."
Daniele Di Cugno
C'è un aspetto del sionismo (e/o dei sionismi) che non appare mai nelle discussioni su questo termine.
Perché nasce e si diffonde, certo, nel contesto dei nazionalismi che si rafforzano in reazione agli imperialismi in espansione o in crisi e alla violenza che deflagra in entrambi i contesti.
Però gli è proprio un tratto delle ideologie utopistiche del Novecento: sia nel sionismo (perdente) che rifiuta il modello dominante etno-nazionalista, sia in quello socialista-laburista dei fondatori di Israele, sia nel revisionismo di Jabotinsky, ammiratore di Mussolini e padre della destra israeliana.
L'ebreo che abbraccia il sionismo deve diventare un Ebreo Nuovo: fiero di sé, fisicamente sano, legato alla terra grazie al lavoro da svolgere con le mani - quel lavoro duro e onesto da cui per secoli era escluso -e con quelle stesse mani capace di difendersi. In sostanza: il contrario di quello che era stato sinora, nell'esilio, l'opposto speculare di come gli antisemiti non smettevano di vederlo, anche quando si presentava del tutto assimilato e "civilizzato", come mostrano le caricature antisemite coeve.
Franz Kafka condivideva molti ideali dei suoi amici praghesi, il cui maestro era Martin Buber, legatissimo all’anarco-socialista Gustav Landauer e capofila del "sionismo culturale" che non volle cancellare bensì conservare anche il misticismo hassidico e la lingua yiddish. A partire da queste basi si pronuncerà a favore del binazionalismo in Palestina. Kafka, dicevamo, pensava assai bene del ritorno alla terra, non solo quella degli avi, ma anche quella della fattoria in Boemia di sua sorella Ottla o delle semplici gite o colonie estive per bambini ebrei poveri che non erano mai stati a contatto con la natura. Però diffidava dell'Ebreo nuovo.
Conosce la sua ultima compagna Dora Diamant durante una vacanza sul Baltico, dove lei si occupa di questi bambini portati per la prima volta al mare. Nata in una famiglia hassidica in Polonia, Diamant all'epoca era sionista-socialista: quella nuova fede le aveva dato la forza di scappare da quella ultraortodossa (e altrettanto patriarcale) del padre e dalla comunità d'origine. Dopo la morte di Kafka, diventa attrice e, negli anni 30, una militante del partito comunista tedesco. Insieme ai famigliari del marito Lutz Lask riesce a fuggire in URSS e da lì a Londra (il marito nel frattempo è finito in un gulag insieme ai fratelli). Nell'ultima fase della sua esistenza Dora Diamant si dedica a tenere viva la lingua yiddish, quella "lingua madre" che sia i sionisti vincenti, sia gli ebrei borghesi volevano cancellare come residuo del retaggio arretrato dei vecchi Ostjuden, quegli ebrei dell'Est già dipinti (o percepiti dagli altri ebrei) come un pezzo malsano di Oriente in Occidente.
Questo per dire due cose: che un tempo i passaggi tra sionismo, socialismo universalista o bundista potevano essere molto fluidi, nonostante le ideologie in conflitto.Proprio perché tutte erano accomunate dallo spirito di rinnovamento utopistico.
Però l'ideale del Uomo nuovo si è rivelato molto problematico, in qualsiasi ideologia si fosse espresso. Specie quando si realizza e, da spinta utopistica, passa a diventare ideologia di Stato. In Israele questo vale tanto per il mito del “sabra" in versione kibbuznik, quanto per le varianti di destra che alla fine sono diventate ultranazionalismo e fondamentalismo della Grande Israele.
Helena Janeczek
https://www.machina-deriveapprodi.com/post/la-costruzione-dal-basso-del-meticciato?fbclid=IwdGRzaASVIvljbGNrBJUi6WV4dG4DYWVtAjExAHNydGMGYXBwX2lkDDM1MDY4NTUzMTcyOAABHgtjl6DPvUC_qQQ40jkgWUnSF2XwEIwgeraH5Cpu5_aTpF_TnpDyaMP2ahoF_aem_LCZJ5SaKSIkPWRCXXYTfRg&sfnsn=scwspmo
Il razzismo dei genitori è ancora un problema ma gli sport giovanili possono essere un esempio
Noa: «Sono sionista, ma mi vergogno di quello che sta accadendo nel mio Paese. Se Netanyahu verrà rieletto lascerò Israele. Tra il fiume e il mare c'è spazio per tutti.»
«Mi chiamo Achinoam Nini, ma tutti mi conoscono come Noa. Sono figlia di ebrei yemeniti, sono madre, sono israeliana e mi definisco sionista. Ho servito il mio Paese, ho cantato nei luoghi più importanti del mondo e ho sempre creduto nel diritto del popolo ebraico ad avere una patria.
Proprio per questo oggi critico Israele con tutta la forza che ho. Perché amare il proprio Paese non significa restare in silenzio davanti agli errori, all’ingiustizia e alla violenza. Significa lottare per cambiarlo.
In Israele mi hanno chiamata traditrice. L’estrema destra mi accusa di essere un’amante dei palestinesi. Dall’altra parte, invece, c’è chi pensa che io non faccia abbastanza per Gaza. Ma io non ragiono in questo modo. Non amo i palestinesi più degli ebrei e non odio i palestinesi più degli ebrei. Se una persona è un criminale, non importa se sia un jihadista di Hamas o un colono estremista.
La situazione è gravissima. E davanti al male abbiamo due possibilità: arrenderci oppure provare a creare il bene. È da questa idea che nasce Re-Imagine Peace, il festival che sto costruendo a Firenze insieme alla cantante palestinese Mira Awad. Sarà uno spazio in cui israeliani e palestinesi potranno salire sullo stesso palco, parlare, cantare e lavorare insieme in un ambiente sicuro.
Non dobbiamo essere d’accordo su tutto. Ma dobbiamo esserlo sulle cose fondamentali: trovare una via d’uscita, riconoscere il dolore dell’altro, piangere insieme se un giorno vogliamo tornare a ridere insieme.
Oggi la parola “sionista” è diventata tossica, divisiva, usata come un’arma. Per me, invece, significa una cosa semplice: il diritto del popolo ebraico ad avere una patria. Questo non vuol dire giustificare tutto ciò che fa il governo israeliano. Io sono contro Netanyahu, contro l’occupazione, contro gli insediamenti e contro il trattamento riservato al popolo palestinese.
Penso che il sionismo sia stato sequestrato dagli estremisti. Persone come Netanyahu e Ben-Gvir sono una vergogna per Israele e nemici del popolo ebraico.
Non uso personalmente la parola “genocidio”, ma non chiudo la bocca a chi sente il bisogno di usarla. Ognuno è responsabile delle parole che sceglie. Io rispetto chi vede le cose in modo diverso da me, purché l’obiettivo resti la pace.
Amare il proprio Paese, quando non ci si riconosce nella sua leadership, significa lottare per cambiarla. E significa chiedere al mondo di non confondere il governo israeliano con il popolo israeliano. Milioni di persone scendono in piazza contro la guerra e contro Netanyahu. Si può condannare il governo israeliano e sostenere il popolo israeliano. Sono due cose diverse.
Per questo non credo nel boicottaggio della cultura israeliana. Se dicessimo che l’Italia è Mussolini, allora tutti gli italiani sarebbero Mussolini. Se dicessimo che la Russia è Putin, tutti i russi sarebbero Putin. Se dicessimo che l’America è Trump, allora tutti gli americani sarebbero Trump. È assurdo.
Israele oggi è un posto terribile, ma la cultura non è il luogo dove sfogare la propria rabbia. Gli artisti sono spesso i più vulnerabili e i più coraggiosi. Molti dicono esattamente quello che dico io. Allora perché attaccarli? Attaccate il governo, attaccate le imprese, ma non l’arte.
Vivere a Tel Aviv oggi è strano. Da fuori può sembrare tutto normale: il sole, la spiaggia, i ristoranti aperti, la gente che continua la propria vita. Ma sotto questa normalità c’è una tensione enorme. Le elezioni dominano ogni conversazione, le manifestazioni sono continue, la paura per la guerra e per il futuro è ovunque.
Io guardo Netanyahu e vedo un uomo che non dovrebbe guidare un Paese. Lo considero un criminale, una persona malata nella testa e nel corpo. Mi vergogno profondamente di ciò che sta accadendo nel mio Paese.
Non dimentico mai che a poca distanza da qui c’è l’inferno. Ho raccolto fondi per i miei amici a Gaza, ci ho messo anche i miei soldi, ne ho parlato al Parlamento europeo. Continuo a credere che non si possa costruire nulla sull’odio.
Penso ai giovani israeliani e mi chiedo che cosa stiano vivendo. Molti sono cresciuti passando da una crisi all’altra, da una guerra all’altra. Forse vogliono soltanto essere lasciati in pace. Guardano gli adulti e dicono: “Siete stati voi a creare tutto questo, risolvetelo voi”.
Da madre, la sfida più difficile è proteggere i propri figli non solo fisicamente, ma anche emotivamente. Io provo a farlo parlando con loro, educandoli all’umanesimo, al rispetto, alla gentilezza, alla generosità. Li educo contro l’odio, contro il razzismo e contro la violenza.
Ma una cosa la so con certezza: se Netanyahu tornerà al governo, ci sarà un esodo di massa da Israele. E probabilmente me ne andrò anch’io. Non rimarrò in Israele se verrà rieletto. Per me sarebbe una catastrofe. Chiederò asilo al governo italiano.
Combatto da molti anni e continuo a dire a tutti la stessa cosa: se pensate che il mondo sia in un brutto posto, fate qualcosa. Oggi tutti hanno una voce. Ma quella voce va usata con responsabilità. Non basta condividere, urlare, schierarsi senza pensare.
Agli italiani dico: schieratevi per la pace. Anch’io sono filopalestinese, perché voglio per i palestinesi ciò che voglio per me stessa: uguaglianza. Ma non voglio che il mio Paese smetta di esistere. Questa non è pace, questa è guerra. Se non sapete dove stare, il posto più sicuro è la pace.
La speranza la vedo sempre nelle persone. La vedo in chi ha perso tutto e sceglie comunque il dialogo. La vedo nelle madri israeliane e palestinesi che hanno perso un figlio e continuano a parlare di riconciliazione. La vedo in chi, nonostante tutto, crede ancora che un altro futuro sia possibile.
Anche nella mia musica ho provato a raccontare questa idea. Nel mio album ho nascosto le parole “fiume” e “mare” in tutte le canzoni. Perché la frase “dal fiume al mare” è diventata uno slogan carico di significati opposti: per alcuni libertà, per altri cancellazione.
Io voglio dire il contrario.
Tra il fiume e il mare c’è spazio per tutti. C’è spazio per tutti noi.»
Noa

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