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Giovanna Cosenza
MARIO ROGGERO: DA CITTADINO QUALUNQUE A FENOMENO POLITICO E IDEOLOGICO TRANSMEDIALE
Oggi sul Resto del Carlino è uscita questa mia analisi della comunicazione di Mario Roggero.
La parabola mediatica di Mario Roggero, culminata con la condanna definitiva a 14 anni e 9 mesi, è già un caso di scuola, che potrei riassumere così: da cittadino qualunque a martire della legittima difesa, fino a brand politico-mediatico. L’analisi dei suoi canali evidenzia una strategia gestita da professionisti della comunicazione e del digital marketing e studiata per trasformare un profilo individuale in un fenomeno ideologico e politico transmediale.
La comunicazione di Roggero è un ecosistema integrato. Roggero gestisce un account Instagram, una pagina Facebook, spesso focalizzata sulla solidarietà territoriale, un canale Telegram per mobilitare la community più radicale, e ora anche il sito graziaroggero.it. La regia è marcatamente strategica: la cadenza delle pubblicazioni è passata da episodica (post-fatto nel 2021) a una pianificazione capillare nei mesi precedenti la Cassazione (2-3 contenuti settimanali, con picchi quotidiani). La grafica è affidata a esperti: lo si vede dall’uso di palette cromatiche sobrie per la gioielleria e dalla capacità di alternarle a grafiche impattanti, con contrasti netti e scritte da breaking news (nero/rosso/bianco).
Anche le competenze di digital marketing sono chiare: video verticali ottimizzati per gli algoritmi, uso strategico dei sottotitoli per massimizzare la fruizione silenziosa, target audience focalizzata su almeno un paio di “personas”: il piccolo commerciante o lavoratore autonomo schiacciato dalle tasse e preoccupato per la sicurezza della sua attività e della sua famiglia; Il cittadino tradizionalista e conservatore, disilluso dalla giustizia ordinaria. La curva di crescita dei follower ha registrato tre picchi: nell’aprile 2021 (il fatto di sangue), con la riduzione della pena in Appello a dicembre e durante la settimana della sentenza definitiva (luglio 2026), quando l’engagement, spinto da commenti molto polarizzati, ha toccato livelli da influencer politico.
La comunicazione online di Roggero non può essere separata dalle sue apparizioni televisive, concentrate nei talk-show di Rete 4. In questo quadro, i social fungono da amplificatore: lo spezzone TV è ogni volta rieditato, privato del contraddittorio e riproposto online per validare la coerenza narrativa dell’uomo qualunque indifeso (segue qui sotto)
Ecco il link all’articolo online https://www.quotidiano.net/cronaca/gioielliere-mario-roggero-brand-politico-mediatico-uomo-indifeso-pc1efhav
Il 19 luglio del 2001 ricordavo facesse un gran caldo, alla manifestazione per i migranti.
La massima quel giorno è stata di 25 gradi, con il 69% di umidità. Oggi , in piazza Alimonda, 25 anni dopo, ce ne sono 31, di gradi (solo 61% di umidità).
Siamo circa due miliardi in più da allora, ma sempre uno di meno.
Leggo che un professore di greco del Liceo classico Vivona di Roma è finito sotto inchiesta per aver scritto ai suoi studenti, ormai diplomati, di non dimenticare Gaza e di restare umani.
Non è il primo caso.
Il 23 ottobre 2025, durante l’occupazione del Liceo Tasso per Gaza, entrai nella scuola su invito degli studenti. Un professore di matematica finì sotto inchiesta, accusato di avermi fatto entrare. In realtà lo avevo conosciuto a piazza Testaccio soltanto la sera prima ed ero stato io a dirgli che sarei andato al Tasso. Ho testimoniato raccontando esattamente come erano andate le cose. Ma la verità non bastava: il mio nome era già diventato un problema.
Il 12 novembre 2025 ero stato invitato dagli studenti a parlare anche al Vivona. All’ultimo momento mi dissero di non andare. Pensai a un problema organizzativo. Qualche dubbio mi rimase.
Oggi quel dubbio ha un nome.
Prima il Tasso, poi il Vivona. Prima si colpisce un professore perché una voce scomoda entra in una scuola. Poi se ne colpisce un altro perché chiede ai suoi studenti di non dimenticare Gaza.
Mentre Gaza viene distrutta, in Italia si sorvegliano i professori che la nominano. Non chi arma Israele. Non chi lo protegge. Non chi giustifica il massacro.
I professori.
Questo non è zelo amministrativo. È disciplina politica. È il tentativo di insegnare alla scuola che esistono verità da non pronunciare, nomi da non invitare, popoli che si possono massacrare purché nessuno disturbi il silenzio.
Era già accaduto. Avevamo detto: mai più.
Hanno ricominciato dalla scuola.
Abbasso la scuola dei Balilla.
Vincenzo J. Fullone
comunque i fasciati che difendono gli ebrei israeliani a prescindere, pur di scodinzolare al nuovo padrone (ieri volevano lo sterminio con hitler, oggi il diritto a sterminare con trump) è davvero una ironia atroce della storia
speriamo moiano gonfi
The Eclipse of the Sun in Venice, July 6, 1842, by Ippolito Caffi

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Mission: Impossible
(Brian De Palma, 1996)
Grazie a 0zen_
Final Destination
(James Wong, 2000)
Grazie a Gaetanosar2024
Eravamo ragazzi, a Genova
Di Genova ricordo che era partito come un bellissimo momento, di comunità, difficilmente descrivibile. Si, c'era l' intento di contestare, di provare a portare delle istanze, ma l'atmosfera che c'era era davvero di un qualcosa di unico. Ero partito da Sestri Levante dove ero in vacanza con la famiglia. Un viaggio breve fino a Genova, uno dei motivi su cui avevo fatto perno per convincere i miei genitori che invece erano tutt'altro che convinti di lasciar andare un poco più che diciassettenne con troppe idee per la testa, anche se ero sempre stato molto assennato. Non sono mai stato uno che fa cazzate, ho sempre cercato di evitare di infilarmi in situazioni potenzialmente pericolose. Una volta sceso dal treno, era il piano, mi sarei incontrato con alcuni amici che avevo in città e dalle cui famiglie sarei stato ospite. Di giorno in corteo, la sera a casa dei genitori dei miei amici con cui comunque eravamo in contatto. I miei si convinsero. Conoscevano i miei amici, conoscevano i loro genitori molto bene. Ero felice, in fondo era la prima grande occasione di portare il mio acervo attivismo e gli ideali ancora intonsi che solo un diciassettenne ha, in una piazza come quella.
Il 19, giovedi, era stato tutto bello. Durante la mattinata avevamo incontrato tanti ragazzi, tante realtà, c'erano ovunque situazioni di incontro e confronto. Nel pomeriggio c'era stato un grande corteo per i diritti dei migranti al quale ci eravamo uniti, per un buon pezzo, poi eravamo rincasati. Come da ordini genitoriali. Il giorno dopo, venerdì 20 luglio, decidiamo di prendere parte a uno dei tanti cortei. Nello specifico quello di Rete Lilliput, marcia delle donne, e Legambiente. Il corteo parte alle 10, da piazza Manin se non ricordo male. Ecco, adesso io non so che ore fossero, eravamo verso il fondo del corteo. Ricordo però prima gran confusione più avanti, e alcuni black bloc salire di corsa al lato di questo corteo. Ricordo poi poco dopo gran movimento, agitazione e fumogeni, e qualcuno che grida da avanti a noi che la polizia caricava. Mi chiedo perché caricasse questo corteo. È pieno di ragazzi, scout. A fianco a me e i miei amici ci sono delle suore. Capite? Delle suore! Da quel momento caos. Ma ricordo vividamente un signore sui sessanta anche lui vicino a noi che ci guarda e ci vede agitati. Allora ci dice: ragazzi, andate a casa.
Ma come ci arriviamo? In quella confusione che si fa sempre più confusa? Con l'odore acre dei lacrimogeni che dal fondo della via arriva già a noi. Alla fine ci ritroviamo un una chiesa, non ricordo il nome, che si trovava lungo il percorso, assieme alle suore e ad alcuni che erano nella nostra porzione di corteo. Da qui tutto si fa confuso. Eravamo spaventati. Tutti. Adulti e giovani. C'era un grande putiferio. Casa era in zona Castelletto, un quartiere di Genova non molto distante, adagiato sulla parte alta della città. Il problema era attraversare il marasma.
L' altro problema era avvertire che stavamo bene. Avevamo in quattro un paio di telefonini, nokia 3310. Ma non c'era per qualche motivo molto campo, provammo a spostarci fuori della porta della chiesa di qualche metro, finalmente l'sms partì. "Stiamo bene, siamo qui. appena possibile proviamo a rientrare". In realtà non sapevamo nemmeno cosa a casa si sapesse, cosa fosse giunto dalle eventuali notizie. I giornalisti presenti lungo i cortei, vorrei comunque ricordarlo, quel giorno vennero picchiati come chiunque altro, senza distinzione. Dopo 40 minuti di attesa decidemmo di provare a raggiungere la zona dove stava casa del mio amico che provò, lui genovese, ad inventarsi percorsi tra vie e viuzze che sperava fossero liberi. Dopo un po' che camminavamo, che ci parve un secolo, vedemmo il padre del mio amico venirci incontro. Era venuto a cercarci. Tornammo a casa. Ricordo poi nel pomeriggio la tv accesa con le notizie e le immagini degli scontri, e poi quell'annuncio di un morto, Carlo Giuliani a terra. Io le immagini del suo corpo che pareva schiacciato a terra da tutta la forza di gravità dell'universo, e quello zampillo di sangue sgorgare dalla sua testa me lo ricorderò a vita.
In quel momento tutto ciò che era, ciò che era stato di quella stagione che aveva preceduto quei giorni, tutto era in quel momento franato. Ed erano franata quella voglia di provare a portare cambiamento, di credere che un altro mondo fosse possibile. In quel momento per noi ancora giovanissimi la strada, forse utopica, di quegli ideali era stata interrotta. Il giorno dopo sarebbe stata definitivamente disintegrata con le notizie sulla scuola Diaz e la Caserma di Bolzaneto.
Non sono andato a cortei o manifestazioni per almeno due anni. Non perché non volessi, certo un po' nella mia testa il senso veniva a mancare, a che pro? Ma principalmente perché avevo paura.
Quei giorni dissolsero un movimento che aveva delle istanze, ed erano istanze giuste. Tutto o quasi di quello su cui era stato lanciato l'allarme si è verificato. Lo vediamo ogni giorno.
Forse quel movimento non certo privo di criticità, incapacità di sviluppare una richiesta univoca e precisa , non sarebbe comunque durato molto di più. Ma non gli è stata data la possibilità, non ci è stata data.
Eravamo a Genova, eravamo ragazzi, e forse un po' della nostra spensierata nobile ingenuità colma di ideali è rimasta lì, caduta sul terreno, acconto a vetrine rotte, chiazze di sangue e cartucce di lacrimogeni.
Di quello che ho scritto, forse confusamente in queste righe, molto probabilmente a tratti inesatte nei luoghi ed eventi, porto dentro ancora una cicatrice amara. Un ricordo acre che non accenna a scemare e mai lo farà.
Paolo Borsellino, assassinato il 19 luglio 1992. Street Art Via Lungarini, Palermo di TVBOY
by Sasha Kurmaz

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Le baiser de la rue de Furstemberg - Nico Jesse, 1956 Paris
Appeso al muro del carcere di Marassi in occasione dei 3 giorni di concerto di Olly

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