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Tra i crimini di guerra israeliani più documentati c'è stato il bersaglio dei bambini, che continua ad accadere ogni singolo giorno.
Medici americani e britannici, tra cui un medico ebreo, riferiscono che i cecchini delle forze israeliane stanno prendendo di mira i bambini.
https://www.facebook.com/share/v/18oc65hYrA/
Un cecchino dell'IDF ha detto che credono che i palestinesi siano gli "Amalek" dei nostri tempi. Il popolo di Dio comanda agli Israeliti di uccidere: uomini, donne e anche bambini.
14 luglio 2026
Mosab Abu Toha
Il rapporto della Commissione d'inchiesta delle Nazioni Unite diffuso ieri conclude che i bambini di Gaza e della Cisgiordania sono stati deliberatamente presi di mira dalle autorità e dalle forze di sicurezza israeliane. Queste conclusioni devono rappresentare un punto di svolta: la comunità internazionale non può più ignorare le sofferenze dei bambini palestinesi e deve garantire che i responsabili ne rispondano.
Rapporto ONU su Gaza e Cisgiordania: i bambini palestinesi non devono essere bersagli
Secondo il rapporto della Commissione d’inchiesta dell’ONU, le autorità e le forze di sicurezza israeliane hanno deliberatamente preso di mira i bambini palestinesi, risultando responsabili di genocidio, crimini contro l'umanità e crimini di guerra nella Striscia di Gaza, oltre che di crimini di guerra in Cisgiordania.
È solo la seconda volta nella storia di una Commissione d'inchiesta delle Nazioni Unite che un rapporto è dedicato specificamente alle violazioni commesse nei confronti dei minori: la sua pubblicazione testimonia la portata e la gravità senza precedenti delle violazioni perpetrate contro i bambini nel Territorio Palestinese Occupato.
“Le conclusioni della Commissione d'inchiesta sono sconvolgenti. L'entità e la natura sistematica delle operazioni militari israeliane documentate dalla Commissione hanno provocato un numero senza precedenti di morti, feriti oltre a traumi psicologici tra i bambini di Gaza e della Cisgiordania. Dall'inizio della guerra a Gaza, secondo le informazioni disponibili, oltre 20.000 bambini palestinesi sono stati uccisi e più di 44.000 sono rimasti feriti. Il rapporto mostra chiaramente la portata delle sofferenze subite dai bambini palestinesi a Gaza e in Cisgiordania. Il mondo non può più voltarsi dall'altra parte. Nessun bambino dovrebbe mai essere un bersaglio” ha dichiarato Ahmad Alhendawi, Direttore regionale di Save the Children per Medio Oriente, Nord Africa ed Europa orientale. Attraverso il nostro lavoro sul campo, assistiamo ogni giorno a ciò che questi dati raccontano.
☮️🙋🇵🇸
Dalle mie ricerche
Doriana Goracci
Prima la sparizione del fentanyl dall'Ospedale Israelitico, poi un turista israeliano partito da Tel Aviv beccato a Fiumicino con 216 kg di khat.
Israele non riesce a condizionare i giovani italiani, sempre più in lotta per la Palestina libera e prova di sedarli.
Negli USA (foto sotto) ci son riusciti.
Da noi riusciranno ad invadere la società di quella merda come fecero con l'eroina negli anni 70?
Un giovane che ha interesse per la società e va in piazza per un ideale, è un giovane vivo.
Scomodo, ma vivo.
Un giovane che si disinteressa di tutto e cerca i soldi per la dose, è un giovane morto.
Comodo, ma morto.
Siate scomodi.
Gabriele Betti

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Adam è il primo dei miei ragazzi in affido a laurearsi. Oggi si festeggia in piscina. Congratulazioni Dott.!
“Intellettuali d’oggi, idioti di domani, ridatemi il cervello che basta alle mie mani”
(Fabrizio De André)
L'amministrazione Trump allo scontro con la Corte penale internazionale (Cpi). Il segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato lunedì 13 luglio l'avvio di una campagna diplomatica su larga scala per delegittimare il tribunale dell'Aia, con la possibilità di nuove sanzioni contro i Paesi che continuano a sostenerlo. L'annuncio è arrivato attraverso due canali paralleli: un video pubblicato su X e un editoriale sul Wall Street Journal, in cui Rubio ha parlato dell'obiettivo di far cessare l'attività della Corte, descritta come una minaccia insostenibile alla sovranità statunitense.
Secondo il capo della diplomazia americana, la Cpi avrebbe da tempo tradito il proprio mandato originario, quello di organismo di ultima istanza chiamato a intervenire solo sui crimini più gravi, quando i sistemi giudiziari nazionali si sono rivelati inadeguati. Nelle sue parole, il tribunale e i suoi sostenitori conducono ormai una battaglia contro gli Stati Uniti che non passa più per le armi, ma per sentenze e trattati internazionali.
L'Espresso
CON DON MIMMO BATTAGLIA: LO SCANDALO DELLE ARMI:
Ai potenti della terra, pace a voi!
Il male non arriva sempre sfondando una porta.
A volte entra in silenzio.
Indossa un abito elegante.
Sorride davanti alle telecamere.
Viene deposto in un astuccio, accompagnato da un biglietto, offerto con tutti gli onori.
E per qualche istante nessuno riconosce più il male, perché ha imparato le buone maniere.
È questo che mi ferisce nel gesto compiuto ad Ankara: non soltanto una pistola donata ai rappresentanti dei Paesi della NATO, ma la morte trasformata in cortesia. La possibilità di togliere la vita divenuta souvenir, memoria ufficiale, oggetto da esporre.
Abbiamo addomesticato le armi fino al punto di poterle regalare.
Questo è il vero scandalo.
Ci dite che si tratta di un simbolo. Ma sono proprio i simboli a educare il mondo. Arrivano prima delle leggi, penetrano più in profondità dei discorsi, insegnano silenziosamente ciò che una civiltà considera normale.
E quel dono insegna che il potere deve riconoscersi nel metallo di una pistola. Che un uomo importante è un uomo armato. Che tra governanti ci si può rendere omaggio consegnandosi, con eleganza, la possibilità della morte.
Sulla canna è stato inciso il nome di chi riceveva l’arma.
Ma ogni pistola porta sempre un secondo nome, invisibile.
È il nome dell’uomo contro il quale potrebbe essere puntata.
Il nome della donna che potrebbe restare senza marito.
Il nome del bambino che potrebbe attendere inutilmente il ritorno di suo padre.
Il vero destinatario di un’arma non è mai soltanto colui che la riceve. È il corpo sconosciuto che un giorno potrebbe incontrarne il proiettile.
Per questo non riesco a considerare quel gesto una semplice eccentricità diplomatica. Esso racconta un’idea del mondo. Un mondo in cui abbiamo imparato a misurare la sicurezza contando le armi, senza più domandarci quanta paura occorra seminare per custodirla. Un mondo che chiama equilibrio il terrore reciproco e pace l’intervallo durante il quale nessuno ha ancora sparato.
Da cristiano, non posso accettarlo.
Il Vangelo ci ha consegnato un’altra immagine del potere.
Cristo, nella notte in cui tutto avrebbe potuto spingerlo a difendersi, non mise un’arma nelle mani dei suoi discepoli. Mise un asciugatoio intorno alla vita. Si inginocchiò davanti a loro e lavò dei piedi stanchi.
Da una parte, un’arma offerta in piedi, tra uomini potenti.
Dall’altra, Dio inginocchiato davanti all’uomo.
Sono due civiltà.
Bisogna scegliere.
Noi cristiani non siamo ingenui. Conosciamo la violenza. La incontriamo nei quartieri abbandonati, nelle case dove manca il pane, nei corpi dei migranti, nei figli restituiti alle madri dentro una bara. Sappiamo che il male esiste. Proprio per questo rifiutiamo di renderlo elegante. Rifiutiamo di adornarlo, di lucidarlo, di trasformarlo in un segno di prestigio.
Un’arma non diventa innocente perché viene donata.
Non diventa muta perché non spara.
Non diventa umana perché porta inciso un nome.
Chiedo dunque a voi, responsabili delle nazioni, di non custodire quel dono come un trofeo. Non limitatevi a lasciarlo in una stanza, lontano dagli sguardi, come se bastasse nascondere un simbolo per cancellarne il significato.
Fate qualcosa di più difficile.
Rifiutate l’idea che la morte possa essere una forma di omaggio.
Dite pubblicamente che nessun patto tra popoli ha bisogno di riconoscersi in una pistola. Dite che la dignità di una nazione non coincide con la quantità di paura che riesce a produrre. Dite che la sicurezza non è il privilegio di chi può sparare per primo, ma il diritto di tutti a non essere colpiti.
E al prossimo vertice lasciate una sedia vuota.
Non per un presidente, non per un generale, non per un ministro.
Lasciatela per l’uomo senza nome che paga sempre il prezzo delle vostre decisioni. Per colui che non partecipa ai vertici, non firma trattati, non compare nelle fotografie, ma finisce sotto le macerie quando la diplomazia fallisce.
Guardate quella sedia prima di parlare di armi.
Forse allora comprenderete che la pace non è una debolezza da correggere, ma una responsabilità davanti alla quale inginocchiarsi.
Perché il potere che non sa inginocchiarsi davanti alla vita finirà sempre per inginocchiarsi davanti alle armi.
E quel giorno, per quanto solenni siano le cerimonie, avremo già perduto tutti.
† don Mimmo Battaglia
Arcivescovo Metropolita di Napoli
ilpuntino@rosso

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CON DON MIMMO BATTAGLIA: LO SCANDALO DELLE ARMI:
Ai potenti della terra, pace a voi!
Il male non arriva sempre sfondando una porta.
A volte entra in silenzio.
Indossa un abito elegante.
Sorride davanti alle telecamere.
Viene deposto in un astuccio, accompagnato da un biglietto, offerto con tutti gli onori.
E per qualche istante nessuno riconosce più il male, perché ha imparato le buone maniere.
È questo che mi ferisce nel gesto compiuto ad Ankara: non soltanto una pistola donata ai rappresentanti dei Paesi della NATO, ma la morte trasformata in cortesia. La possibilità di togliere la vita divenuta souvenir, memoria ufficiale, oggetto da esporre.
Abbiamo addomesticato le armi fino al punto di poterle regalare.
Questo è il vero scandalo.
Ci dite che si tratta di un simbolo. Ma sono proprio i simboli a educare il mondo. Arrivano prima delle leggi, penetrano più in profondità dei discorsi, insegnano silenziosamente ciò che una civiltà considera normale.
E quel dono insegna che il potere deve riconoscersi nel metallo di una pistola. Che un uomo importante è un uomo armato. Che tra governanti ci si può rendere omaggio consegnandosi, con eleganza, la possibilità della morte.
Sulla canna è stato inciso il nome di chi riceveva l’arma.
Ma ogni pistola porta sempre un secondo nome, invisibile.
È il nome dell’uomo contro il quale potrebbe essere puntata.
Il nome della donna che potrebbe restare senza marito.
Il nome del bambino che potrebbe attendere inutilmente il ritorno di suo padre.
Il vero destinatario di un’arma non è mai soltanto colui che la riceve. È il corpo sconosciuto che un giorno potrebbe incontrarne il proiettile.
Per questo non riesco a considerare quel gesto una semplice eccentricità diplomatica. Esso racconta un’idea del mondo. Un mondo in cui abbiamo imparato a misurare la sicurezza contando le armi, senza più domandarci quanta paura occorra seminare per custodirla. Un mondo che chiama equilibrio il terrore reciproco e pace l’intervallo durante il quale nessuno ha ancora sparato.
Da cristiano, non posso accettarlo.
Il Vangelo ci ha consegnato un’altra immagine del potere.
Cristo, nella notte in cui tutto avrebbe potuto spingerlo a difendersi, non mise un’arma nelle mani dei suoi discepoli. Mise un asciugatoio intorno alla vita. Si inginocchiò davanti a loro e lavò dei piedi stanchi.
Da una parte, un’arma offerta in piedi, tra uomini potenti.
Dall’altra, Dio inginocchiato davanti all’uomo.
Sono due civiltà.
Bisogna scegliere.
Noi cristiani non siamo ingenui. Conosciamo la violenza. La incontriamo nei quartieri abbandonati, nelle case dove manca il pane, nei corpi dei migranti, nei figli restituiti alle madri dentro una bara. Sappiamo che il male esiste. Proprio per questo rifiutiamo di renderlo elegante. Rifiutiamo di adornarlo, di lucidarlo, di trasformarlo in un segno di prestigio.
Un’arma non diventa innocente perché viene donata.
Non diventa muta perché non spara.
Non diventa umana perché porta inciso un nome.
Chiedo dunque a voi, responsabili delle nazioni, di non custodire quel dono come un trofeo. Non limitatevi a lasciarlo in una stanza, lontano dagli sguardi, come se bastasse nascondere un simbolo per cancellarne il significato.
Fate qualcosa di più difficile.
Rifiutate l’idea che la morte possa essere una forma di omaggio.
Dite pubblicamente che nessun patto tra popoli ha bisogno di riconoscersi in una pistola. Dite che la dignità di una nazione non coincide con la quantità di paura che riesce a produrre. Dite che la sicurezza non è il privilegio di chi può sparare per primo, ma il diritto di tutti a non essere colpiti.
E al prossimo vertice lasciate una sedia vuota.
Non per un presidente, non per un generale, non per un ministro.
Lasciatela per l’uomo senza nome che paga sempre il prezzo delle vostre decisioni. Per colui che non partecipa ai vertici, non firma trattati, non compare nelle fotografie, ma finisce sotto le macerie quando la diplomazia fallisce.
Guardate quella sedia prima di parlare di armi.
Forse allora comprenderete che la pace non è una debolezza da correggere, ma una responsabilità davanti alla quale inginocchiarsi.
Perché il potere che non sa inginocchiarsi davanti alla vita finirà sempre per inginocchiarsi davanti alle armi.
E quel giorno, per quanto solenni siano le cerimonie, avremo già perduto tutti.
† don Mimmo Battaglia
Arcivescovo Metropolita di Napoli
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Il giornalista britannico Jonathan Cook ha commentato il racconto del deputato statunitense Ro Khanna – trattenuto da coloni e soldati israeliani durante una visita in Palestina – affermando che l'episodio evidenzia il livello di impunità con cui operano i coloni e le forze israeliane.
Cook ha osservato che, se dei coloni armati si sentono abbastanza sicuri di sé da trattenere un parlamentare statunitense sotto la minaccia delle armi, il trattamento riservato ai palestinesi nell'ambito dello stesso sistema è ancora più duro.
Questo è uno degli italo-israeliani sionisti arruolati per uccidere
Il suo nome è LEONARDO ASENI, nato a Milano nel 1988, è entrato nell’esercito sionista nel 2013 e si è specializzato come tiratore scelto della brigata Golani (unità d’élite dell’esercito sionista). Emigrato in Israele ha combattuto nel nord della Palestina occupata e nella Striscia di Gaza.
Assieme alla sua Brigata si è macchiato di numerosi crimini di guerra tra cui il massacro dei paramedici a Rafah, avvenuto nel marzo 2025, quando i soldati della Brigata Golani aprirono il fuoco su convogli di ambulanze, uccidendo 15 operatori sanitari.
Secondo le inchieste, le ambulanze viaggiavano su una rotta concordata ma furono trucidati e i veicoli e i corpi furono sepolti in una fossa comune nel tentativo di occultare l'episodio.
(Letizia Avila)
Al Giornale dichiarava il 30 ottobre 2023: “Adesso qui siamo compatti, dispiegati in gran numero; siamo di nuovo noi Golani, l'unità mitologica di cui fin da ragazzino sognavo di far parte, ci rivediamo ma con un affetto che non ci si può immaginare”.
Quell’unità “mitologica”, per capirci, macchiatasi di numerosi crimini di guerra tra cui spicca il massacro dei paramedici a Rafah, avvenuto nel marzo 2025, quando soldati della Brigata Golani aprirono il fuoco su convogli di ambulanze, uccidendo 15 operatori sanitari. Secondo le inchieste, le ambulanze viaggiavano su una rotta concordata, e successivamente i veicoli e i corpi furono sepolti in una fossa comune nel tentativo di occultare l'episodio.
🔴https://www.ilgiornale.it/news/politica/cecchino-milano-confine-libano-non-posso-permettere-che-2233787.html
🔴https://www.theguardian.com/world/2025/apr/12/idf-unit-killing-palestinian-paramedics-golani-brigade?CMP=Share_iOSApp_Other
Silvia Premoli
A parole non li batteva nessuno.
Poi è arrivato il primo schiaffo della vita.
E si sono fatti piccoli piccoli.

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Witkoff e Kushner attenti a quei due: gli Usa sono uno stato fallito
Questa coppia ineffabile di dilettanti ha firmato il Memorandum con l'Iran senza neppure capire cosa c'era scritto su Hormuz, vanno avanti e indietro con Mosca senza combinare nulla e Kushner con le sue iniziative private è riuscito a sollevare persino una rivolta in Albania. Il dipartimento di Stato, oltre a un segretario, ha più di 10mila diplomatici selezionati per titoli e carriera: se non c'era niente di meglio di questi due incapaci voluti da Trump vuol dire che gli Usa sono uno stato fallito.
Alberto Negri
Cara signora Daniella Weiss, dallo sguardo mefistofelico, sionista piena di odio, che pontifica e vomita piani di eliminazione ad ogni intervista, in ogni comizio, che dice "ormai abbiamo metodi consolidati da anni per fare sparire la gente dalle nostre (nostre?) terre", ebbene, di grazia, ci direbbe dove dovrebbero andare i Gazawi? Sono anni che avete chiuso i valichi e tenete reclusi quasi due milioni di persone in condizioni estreme, un grande campo di concentramento alla mercé della mafia interna di Hamas da voi finanziata e sotto costante tiro della vostra quotidiana pressione omicida. Sembra un presa per i fondelli ma è una precisa politica di annientamento da voi ostentata. Anche quelli che se ne andrebbero non possono farlo e quelli che vorrebbero restare a casa loro nemmeno.
Stallo completo, farcito di quotidiano tiro al piattello possibilmente sotto i pericolosi 8 anni di età.
Ci dia la sua soluzione, che non sia la solita "soluzione finale" di cui avrete sentito parlare, o continuiamo con lo stillicidio? Fino a quando?
Sappia che è repellente sentire parlare una donna nei termini in cui parla (straparla) lei, travisando le scritture, come spesso accade, al punto di ergersi a sostegno di un presunti privilegio territoriale con diaspora e pulizia etnica degna del peggior nazista.
Voi sionisti avete un grande complesso irrisolto che, tuttavia, non vi giustifica nel procedere al pari dei vostri vecchi aguzzini, per coronare il vostro sogno imperiale, diabolico e perverso, di una razza unica degna di quelle terre che dite voi sono state promesse.
Razza, diaspora, pulizia etnica, sono tutti termini che contengono un odio dal quale siete fuggiti.
Viene da pensare. Molto.
Stefania Contardi