One minute I held the key,
Next the walls were closed on me.
Oltre il velo sembra una notte come le altre.
Per qualche momento, Maximilian Figlio di Ade si guarda attorno, alla ricerca del motivo della sua presenza in quella notte, in quello specifico tempo e luogo. Non riconosce la strada- è un’autostrada come tante, sotto un cielo come tanti. La luna è piena nel cielo, c’è qualche albero sgraziato oltre il guardrail, una colonna di fumo- fumo.
L’automobile è schiantata contro un secondo veicolo, una motocicletta, che è ribaltata sull’asfalto. Un ragazzino giace freddo e immobile qualche metro più in la, mentre all’interno della macchina si intravede una giovane donna accasciata sul volante con una macchia di sangue sulla fronte, un uomo che cerca di svegliarla, sul sedile del passeggero. Supera la macchia per avvicinarsi al ragazzino riverso al suolo, il passo non particolarmente convinto.
“Huh. Hey. E’ ora di andare.”
Nessuna risposta a quelle prime parole. La voce si alza un po’ per il successivo
“E’ ora di andare, ho detto.”
Che non sortisce molto più esito della frase precedente. Si china accanto al ragazzo, una mano ne attraversa il corpo, cercando qualcosa al suo interno, che non trova.
“Ehi, ma mi senti? Ci sei o sei già andato? Se è uno scherzo...” indirizza le parole al sottosuolo “...non è assolutamente diverte-”
La testa si volta di scatto, la voce proviene dall’automobile in panne. Sotto il cappuccio del mantello nero si indica il petto nell’universale gesto del
che viene pronunciato ad alta voce anche.
“...Aspetta, quindi... Puoi vedermi...?”
“Certo che-- Ti prego, ci serve un’ambulanza, è ferita non lo vedi?!”
E così guarda meglio all’interno dell’abitacolo, e quello che vede non è tanto la giovane donna piegata sul volante, quanto più la mano dell’uomo intento a tentare di aiutarla, che l’attraversa. Per un paio di istanti rimane fermo, come senza sapere che fare.
“...Mi spiace ma... Non posso aiutarla.”
“Come sarebbe a dire? Certo che puoi, non stare li a-”
“No... Non hai capito. Non... Non posso. Nemmeno tu.”
“Temo di essere il tuo... Passaggio verso l’aldilà.”
Guarda gli occhi dell’uomo dilatarsi. E chiude il proprio, il destro, guardando il mondo solo attraverso il sinistro. Nessun fidanzato in ansia, solo un uomo a metà oltre il parabrezza, il cranio spaccato, immobile. Riapre l’occhio destro.
“Sei morto. Mi dispiace.”
“Dobbiamo andare, adesso.”
“Non vado da nessuna parte. Devo aiutarla.”
“...Amico vorrei tanto poterti aiutare ad aiutarla ma non si può. Dobbiamo andare.”
“NO! Vattene- Emily, Emily! Ti prego svegliati!”
“Non credo possa sentir-”
I vetri dell’auto vanno in frantumi, i fari iniziano a traballare, accendendosi e spegnendosi. Guarda la figura dell’uomo annerirsi, scolorire passando al bianco e nero, il cruscotto dell’auto si riempie di brina e ghiaccio. L’uomo urla un urlo disumano, gli si getta contro - lo attraversa. Lui non sente niente.
“...Congratulazioni per il tuo primo Poltergeist!”
Si volta di scatto. Alle sue spalle, accanto al velo fra i vivi e i morti, c’è la figura di un altro individuo. Lo ha già incontrato, si è presentato come Thanatos, che sia vero o meno che sia il suo nome, o la sua identità.
“Li chiamate così, no? Poltergeist? Spiriti irrequieti? Qualche volta succede, quando non riesci a separarli in pace dalle faccende irrisolte...”
“Non devi essere per forza carino con loro, ma magari la prossima volta non essere uno stronzo? Il poveretto è appena morto, mostra un po’ di empatia...”
“...E cosa facciamo adesso?”
Un’ombra nera adesso circola attorno all’automobile, come nebbia, come un grumo di dolore che chiaramente non ha la minima intenzione di passare oltre.
“E adesso... Lo lasciamo qui.”
“Qui?”
“Si. E’ fuori dalle nostre mani, qualcuno dall’altro lato dovrà occuparsene. Una strega o qualcosa del genere suppongo?”
“La prossima volta... Un po’ più di empatia, eh?”
Lui scrolla la testa. Non ha fiato da espirare, ma lo fa lo stesso, emulando uno sbuffo che sa più di frustrazione che di necessità.
“Non fa per me. Questo lavoro.”
“Nessuno ti costringe. Lo sai, puoi restare nell’Ade. Abbiamo molto da mostrarti, ancora di più da insegnarti. Ci sarebbe posto per qualcuno come te in questo Regno, Maximilian...”
Superando con rabbia ostinata Thanatos, attraversa il velo, tornando al piano dimensionale che appartiene a suo padre.
And I discovered that my Castles stand
Upon pillars of Salt and pillars of Sand
Non riconosce di che ospedale si tratti quello in cui sta camminando, ma riconosce che si tratta di un ospedale, perchè in fondo gli ospedali sono tutti uguali.
La porta è quella a sinistra. Quando vi si affaccia e guarda dentro, vede un uomo e una donna ai lati di un letto, i volti poggiati sulle braccia, addormentati, o forse solo troppo stanchi per sollevarsi. Accanto alla donna è seduta una bambina con una cuffietta lilla sulla testa, tanti piccoli unicorni disegnati con le code arcobaleno sugli sbuffi di quel copricapo improvvisato, una manina piccola e pallida che carezza i capelli della donna.
La stessa bambina è anche stesa nel letto, immobile.
“...Oh, you’ve got to be kidding me.”
Si stropiccia il viso “Empatia. Empatia” si ripete un paio di volte, prima di mettere piede nella stanza.
La voce è minuta e un po’ stanca. La bambina si volta a guardarlo, i piedi oscillano senza toccare il suolo. Lei non si accorge che ogni tanto attraversano il materasso e il telaio del letto.
“Tuo. Hai... Una cuffietta molto graziosa.”
“Grazie. Me l’ha comprata la mamma.”
Le dita piccine carezzano i capelli di quella mamma mentre la bambina canticchia un motivetto improvvisato “da-da-da” senza prestare più attenzione allo sconosciuto sotto il cappuccio nero che è venuto a portarla via ma attualmente sembra semplicemente congelatosi sul posto. Non gli serve deglutire. Deglutisce lo stesso.
“Allora... Sei... Pronta ad andare?”
“Io non posso andare da nessuna parte:” dice lei, con grande sicurezza “la mamma sarebbe troppo triste se me ne andassi, e papà piangerebbe.”
“Mi sa che... Dobbiamo andare lo stesso.”
“Perchè...?”
“Perchè... Non possiamo restare, qui. Se tu restassi qui la mamma e il papà sarebbero molto, molto più tristi. Credimi.”
Le si china accanto, poggiandole una mano su una spalla minuscola che è fredda come il proprio palmo. Come si fa a dire ad una bambina così piccola che è morta? Cosa vorresti che dicessero ai tuoi figli, se fossero loro quelli da portare via?
Agli occhi il viso della bambina cambia, diventa quello di Iris Jr, quello di Zoe, quello di James, di Johnny, di Theus, di Holly. La testa si abbassa.
“Non posso farlo. Non posso...” Soffia.
La realtà sfarfalla, e lui è di nuovo oltre il velo.
“Un’altra chance, Maximilian. Una sola. Se non riesci a farlo... Forse non hai quello che serve.”
Revolutionaries wait for my head on a silver plate
Just a puppet on a lonely string
Le scale della vecchia casa sono di legno lucido, portano ad un primo piano con un corridoio in carta da parati a fiori rosa tenue, foto di bambini sui muri, cornici con ritratti in bianco e nero sulla scarpiera. Non vede il proprio riflesso nello specchio che supera, e nella camera da letto le luci sono spente.
La luce che filtra dalla finestra è quella della luna piena. Se è la stessa luna piena che brillava sull’autostrada, questo non si sa e in fondo non è nemmeno importante da sapere. Sul letto ci sono due persone, una donna coricata su un fianco ed un uomo seduto sul materasso, una mano poggiata sul fianco della donna, l’altra sui suoi capelli. Entrambi hanno l’aria anziana, capelli bianchi lei, pochi ciuffi attorno alle orecchie lui che indossa un pigiama a righini azzurri e non lo degna di uno sguardo.
“...Prego?”
“Ho detto, non oggi.”
E lui rimane li, una volta di più senza sapere cosa fare.
Dopo un po’, scuote la testa, si siede su una poltrona.
“Perchè quando io e Lily ci sveglieremo sarà il nostro sessantesimo anniversario di matrimonio.”
“...Mi sembra un motivo legittimo.”
“Per cui vedi. Debbo restare ancora un giorno.”
“Suppongo che siano stati... Sessant’anni belli?”
“Abbiamo avuto... I nostri alti e bassi, non lo nego.”
L’uomo ride. Ride anche lui, per un momento.
“Ma anche i bassi, non li cambierei con nulla al mondo. I litigi e le stupidaggini sono solo il contorno delle risate, della complicità. Delle avventure e delle giornate serene, dei giorni tristi divisi in due, di quelli felici e quelli pazzi, quelli pigri, quelli brutti mai da soli, quelli belli nemmeno. E’ stata una bella vita, e lo è stata assieme. Non voglio andare, prima di averla salutata.”
“Non riesco a trovare una falla nel suo ragionamento, devo ammettere.”
Lui si alza, avvicinandosi al letto. Una mano pallida si tende verso Richard, un invito a prenderla, una richiesta, di nuovo, di andare, senza parole.
“Non sto venendo, ragazzo.”
“Ho bisogno che venga con me, Richard.”
L’uomo si volta a guardare la persona sotto il cappuccio nero. Richard ha lo sguardo di qualcuno che non si aspettava il tono umano con cui le parole gli sono state rivolte.
“Ho bisogno che lei venga con me, adesso. Per favore.”
“Perchè... Non posso parlarne.”
“Me lo dici, o non mi muovo di qui.”
E Maximilian si guarda attorno per qualche momento - emula un altro sospiro - sta diventando bravo ad emulare sospiri frustrati. La voce è urgente, più intensa, bassa come se qualcuno potesse sentirlo - e come se facesse la differenza parlare piano in quel caso.
“Perchè ho qualcuno che mi aspetta, dall’altra parte. Ho bisogno di completare questo lavoro, devo farlo. Devo. Ma non so come. Non esiste esattamente un manuale del perfetto Mietitore di Anime. Ho bisogno di aiuto. Per favore. Mi aiuti, Richard. Non voglio condannare lei ad un passaggio traumatico, a restare qui come uno... Un Poltergeist o quel che è... E mia moglie a non rivedere me mai più. L’ho promesso. Non mi perdonerei mai l’infliggerle un dolore simile. Aiutami, in nome di tutti gli Dei. Please, please help me.”
Le ginocchia impattano sul suolo senza toccarlo davvero, le mani si poggiano su di esse, la schiena, la testa, si curvano in avanti. Nonostante il viso giovane, senza sfregi, senza occhiaie, immune al passaggio dell’età, ha l’aria più vecchia e stanca dell’uomo di nome Richard che lo guarda.
“Aiutami.” Ripete in un soffio di voce sotto gli occhi costernati dell’altro.
“...Non posso. Vorrei, ma... Non posso venire con te.” Gli risponde, altrettanto piano. Suona anche sinceramente dispiaciuto, ha il tempo di annotarlo. “Ho ancora qualcosa in sospeso. Devo poter dire addio.”
Lui resta li, le spalle che tremano appena, le dita strette sulle ginocchia. Per un tempo che pare infinito ma una volta di più è solo relativo. Si costringe a calmarsi, a prendere ancora il fiato che non serve. A pensare, ragionare, lottare. Quando ci sono due soluzioni che non vanno bene, non si sceglie una di quelle.
“Se le dici addio... Poi verrai con me?”
“Puoi... Farlo succedere?”
“Ma ho bisogno della tua parola, Richard. Che dopo mi permetterai di portarti oltre.”
E di nuovo, il palmo pallido viene teso, ma stavolta per una stretta, di quelle che sigillano i patti più antichi e sacri, come quelli fra i vivi ed i morti. Una stretta che viene incontrata dalla mano di Richard, e diventa accordo.
Gli dice. E mentre Richard si stende di nuovo nel suo corpo, lui guarda il cielo, chiude gli occhi.
E’ davanti ad una sveglia quando li riapre. Ne muove le lancette con un dito, facendola suonare troppo presto nel cuore della notte.
“Richard....? Ma che ore sono...?”
La luce sul comodino si accende e lui ora è al fianco del vecchio marito, una mano su una sua spalla. Tiene gli occhi chiusi, come se aprirli potesse spezzare quel momento o forse come se fosse solo troppo indiscreto farlo.
“E’... Presto, Lily. La sveglia deve avere suonato per errore.”
“Stupida ferraglia... Se non avessi buttato quella digitale che ci ha regalato Kate lo scorso Natale...”
“Quale, quella che fa “chicchiricchì” per mezz’ora e non la si riesce a spegnere nemmeno con il martello?”
La voce di Richard imita in piena notte il cantare di un gallo due, tre volte, e poi si trasforma in risate, miste, quelle di un uomo e di una donna che hanno la complicità di una vita spesa assieme.
“Oh... Dio mi manca l’aria... Sei un cretino.”
“E tu sei ancora bellissima.”
“Ti amo, Lily. Buon anniversario.”
“Ti amo anche io. E buon anniversario a te, ma cielo, sono le quattro del mattino. Torniamo a dormire, ok?”
“Si... Torniamo a dormire.”
Segue il suono di un bacio, corpi che si rigirano sotto le coperte. Il “click” della luce che si spegne. Silenzio.
La volta dopo che apre gli occhi, Maximilian guarda la mano di Richard stretta nella sua. L’uomo ha il volto rigato dalle lacrime, e non dice nulla. Ma annuisce piano. Lui lo guarda. Stringe la mano.
“La rivedrai.” Promette. Prima di scomparire con lui nella luce, oltre il velo.
Oh, who would ever want to be King?
L’acqua fredda del fiume Lete sul viso è uno dei pochi ristori che gli è concesso, al prezzo di qualcuna delle sue memorie. Si aggrappa a quella del colore degli occhi di Iris - un’immagine preziosa, l’ultima cosa che ha visto sulla Terra, la più importante - lasciando andare il resto.
“Non è andata troppo male con l’ultimo.”
Ancora con la faccia bagnata si volta a guardare Thanatos, che gli solleva un pollice, poi osserva il suo stesso gesto, curioso
E glielo mostra di nuovo.
“Hai veramente un senso dell’umorismo di merda.”
“Ditto. Hai capito cosa devi fare, adesso..?”
Maximilian, figlio di Ade, si ferma a rifletterci.
Ha capito, adesso, cosa deve fare?
“Bene. Un anno, eh? Sarà una sfida interessante da vedere. Magari ci riesci davvero... Un semidio che fa un accordo con Ade e torna in vita. Molto più interessante del solito mortorio.”
Gli fa il Dio, o presunto tale, con una risata.
“Lo farò.” Gli dice lui, tirandosi in piedi, la meta negli occhi oltre tutti gli ostacoli, tutte le sfide.
“Vedrai. Non vuoi perderti questo show.”
I hear Jerusalem bells are ringing
Roman Cavalry choirs are singing
Be my mirror, my sword and shield
My missionaries in a foreign field
For some reason I can’t explain
I know Saint Peter won’t call my name
And that was when I Ruled the World