Nella mia ora di Libertà pt. 2
Di respirare la stessa aria
di un secondino non mi va
perciò ho deciso di rinunciare
alla mia ora di Libertà:
se c'è qualcosa da spartire
tra un prigioniero e il suo piantone
che non sia l'aria di quel cortile
voglio soltanto che sia prigione
L’acqua sul viso è fredda, il rasoio elettrico ruvido. Non gli hanno dato la schiuma da barba ma non se ne fa un cruccio.
Gli hanno dato un pennarello quando lo ha chiesto, ha deciso di scandire il trascorrere dei giorni sui muri della prigione virtuale- non importa a nessuno, un click su una tastiera e andrà via.
Ha indossato il pantalone e la camicia arancione che gli hanno dato: sul petto il numero nel rettangolo nero dice: 24601. Si chiede se sia un caso che sia lo stesso che compare sul suo badge di registrazione alla SCF.
Non conosce nessuno, molti conoscono lui. Nessuno lo ha messo lui li dentro, non questa volta. Qualcuno ce lo ha messo in passato. Da quelle persone gira alla larga.
Alla mensa non mangia niente: il cibo virtuale è spazzatura. E un corpo virtuale non ha davvero bisogno di nutrirsi, giusto? Probabilmente può andare avanti quindici anni virtuali senza mangiare.
L’ora d’aria la trascorre in silenzio, in osservazione. Vede qualcuno fumare- sente il bisogno di fumare. Non dovrebbe. E’ un corpo virtuale, non è reale.
I secondini virtuali li fissano. Chissà poi se li hanno disegnati con quelle facce di cazzo per dare fastidio ai detenuti. Scommette di si. Sa che non dovrebbe dargliela vinta- non sono reali, perchè mostrargli che ti danno fastidio?- ma non ce la fa.
Quando torna in cella, prova a dormire. E’ un carcere virtuale. Il suo corpo sta dormendo: almeno il sonno gli sarà concesso.
È cominciata un'ora prima
e un'ora dopo era già finita
ho visto gente venire sola
e poi insieme verso l'uscita.
Non mi aspettavo un vostro errore
uomini e donne di tribunale
se fossi stato al vostro posto...
ma al vostro posto non ci so stare
L’acqua sul viso è fredda. La schiuma da barba gliel’hanno data ma il rasoio è spento. Qualcuno gli ha detto che i prigionieri non si fanno la barba: lui l’ha preso in parola, e la barba non se la fa.
Il pennarello è quasi scarico, nessuno gli ha ancora impedito di segnare le tacche sul muro e lui ce le segna ancora, tenendo conto del passare del tempo.
Oggi è il Giorno Centosessantatre.
La camicia e il pantalone arancioni sono al loro posto, se quel numero è lo stesso sul suo badge o per caso non se lo chiede più, alla fine ha deciso che non gliene frega molto.
Ormai un poco di gente la conosce, e praticamente tutti conoscono lui. C’è Walt, che ha ammazzato quella puttana di sua moglie a mani nude quando l’ha trovata a letto con un altro, e Luke che ha svaligiato una gioielleria per pagare farmaci a sua figlia che fuori sta crepando di cancro, e poi c’è Lisa che, poveretta, non ha fatto proprio un cazzo, lei è solo nata mutante e non si è mai fatta impiantare il microchip- non finchè non gliel’hanno iniettato nel sangue coattamente, come hanno fatto con lui.
Subisce le uova della mensa, ha scoperto da tempo che il suo corpo virtuale ha bisogno di mangiare quello schifo di cibo virtuale per tenersi in piedi. Ogni boccone fa venire un conato di vomito, ma sicuramente farsi trovare svenuti a terra sarebbe peggio.
Durante l’ora d’aria ha preso l’abitudine a parlare con la gente. Metà di quei crimini per cui sono condannati ha scoperto di non capire perchè sono stati condannati. Le sentenze suonano tutte troppo aspre. Troppo ingiuste. Metà. L’altra metà, invece, sono criminali davvero.
I secondini li osservano. E li ascoltano. Gli fanno girare il cazzo, quei soldatini della minchia, appostati li ad origliare. Gli ricordano il signor Smith di Matrix. Pillola rossa. Pillola blu. Li manda a fanculo una, due, dieci volte, e per ognuna di quelle volte gli viene negato un comfort: un libro, una sedia, una saponetta, un cuscino.
Ha scoperto che dormire fuori o dentro dalla Sandman Machine non cambia proprio nulla. Come nella vita reale, alla fine ci ha rinunciato. Da quando è dentro ha davvero un sacco di tempo per fare le flessioni.
Fuori dell'aula sulla strada
ma in mezzo al fuori anche fuori di là
ho chiesto al meglio della mia faccia
una polemica di dignità:
tante le grinte, le ghigne, i musi,
vagli a spiegare che è Primavera
e poi lo sanno ma preferiscono
vederla togliere a chi va in galera
L’acqua sul viso è fredda, la schiuma da barba ha la polvere sul tappo, il rasoio lo ha restituito in cambio di un paio di forbici di plastica con la punta arrotondata, con le quali cima la barba. Socratica.
Di pennarello ne ha uno nuovo, e le tacche sulla parete ingombrano ormai un gran bel pezzo della stessa.
Oggi è il Giorno Milleottocentosessantaquattro.
Non si impegna più a portare la camicia, se ne va in giro con la canotta, tanto la luce del sole non lo tocca. La targhetta con il numero che è lo stesso del suo badge manco la vede più.
Quelli che erano li quando ci è entrato lui li conosce tutti ormai, e coi nuovi ci parla mano mano. E’ interessante come tante di quelle persone abbiano sentito parlare del suo processo, vedere come ci sono voluti anni e anni per ottenere notizie sull’effetto che le sue azioni hanno avuto, sulla loro risonanza.
Alla mensa ha imparato a mangiare senza sentire il sapore di quello che mette tra i denti, mastica, ingolla, butta giù, ricomincia, fino a quando lo stomaco è pieno, i muscoli saldi.
Nel cortile si discute e si dibatte e porca puttana, tra quelli a cui la Gifted Alliance sta sul culo perchè nasce dalla Young Gifted School che li ha messi al gabbio, e quelli che scaricano sui superumani tutte le colpe del mondo, alle volte vuole solo fare rissa. Ma si contiene, ancora aggrappato all’idea che ha altri nove o dieci anni da passare li dentro e ai quali sopravvivere.
E’ lo spirito con cui ha smesso di rompere il cazzo ai secondini: si è guadagnato qualche libro, ha iniziato a studiare, ammazza il tempo.
Ammazzerebbe anche l’Agente Speciale Incaricato Jack Solomon quando ha la faccia tosta di venire a fargli visita nella sua cella, di chiedergli la differenza tra la Phoeni-X e la Gifted Alliance senza essere davvero interessato a capirla. O forse la capisce, ma semplicemente non gli interessa. Negli occhi del Forcer l’ha letta quella sicurezza delle persone persuase che si, se non ti chippi sei un criminale, e stai bene in prigione.
Tante le grinte, le ghigne, i musi,
poche le facce, tra loro lei,
si sta chiedendo tutto in un giorno
si suggerisce, ci giurerei;
quel che dirà di me alla gente
quel che dirà ve lo dico io:
“da un po' di tempo era un po' cambiato
ma non nel dirmi amore mio”
L’acqua sul viso è fredda, la schiuma da barba l’ha buttata in un angolo, con le forbicine di plasticaccia ci ha dato una tagliata ai capelli già da tempo, lasciando solo il barbone Socratico del prigioniero a campeggiare sul volto con le cicatrici.
Troppe tacche sulle pareti affollate, ma ancora nessuno lo ha fermato. Col pennarello ne segna un’altra
Oggi è il Giorno Tremiladodici.
Non se lo aspetta più quando gli dicono che ha una visita- e stavolta non è un fottuto cane del Governo. Dottoressa Corinna Holden. Non ha la più pallida idea di chi sia ma ci va lo stesso.
Al termine del colloquio, ha appetito, e voglia di trovare Routh Graced. Decide di cercarla alla mensa. La cosa ha a che fare probabilmente col fatto che oggi a pranzo c’è cotoletta. Non è troppo male la cotoletta, aspetta da tutta la settimana il giorno della cotoletta.
Routh la trova durante l’ora d’aria, nel cortile, la trova in una brutta situazione, la trova indifesa. Non ha nemmeno bisogno di pensarci per strapparla di mano a quelli che negli anni non hanno gradito i suoi articoli. C’è qualcosa di soddisfacente nel puro fare a botte senza poteri, nel sentire le ossa che si spezzano e i denti che saltano, nel dare testate sulle gengive e informare violentemente, col sangue che cola dal naso e dalla mascella che cazzo, quella è la SUA Routh e chi ci mette le mani addosso, quanto sono veri gli Dei lo ammazza con le sue mani.
I secondini virtuali guardano e ridono. Dei galeotti che si picchiano non gliene potrebbe fregare di meno, è tutto virtuale: vedono e chiudono un occhio, anche due. Dei quanto gli stanno sulle palle quei secondini.
Nella sua cella a fare le flessioni, conta come ha contato per Corinna, come ha imparato a contare: quindici anni in sette giorni, due anni in un giorno, un mese in un’ora, due giorni al minuto.
Certo bisogna farne di strada
da una ginnastica d'obbedienza
fino ad un gesto molto più umano
che ti dia il senso della violenza,
però bisogna farne altrettanta
per diventare così coglioni
da non riuscire più a capire
che non ci sono poteri buoni
L’acqua sul viso è fredda, la schiuma da barba ormai non gliela portano più e con quelle forbicine di plasticaccia ci ha un rapporto conflittuale, del tipo che le lancia spesso e volentieri contro la parete.
Di questo passo di spazio sui muri per le tacche non ce ne sarà più. Ha iniziato a doversi arrampicare sul letto per segnare un’altra riga ancora.
Oggi è il Giorno Tremilaquattrocentoventinove.
Sono passati sei mesi circa da quando ha incontrato Routh. Ormai tutti sanno che non devono toccarla- ma il tempo scorre in maniera strana, per lui e per lei in modo diverso, se ne accorge dal fatto che per lei esistono giorni interi in cui lui semplicemente... Non c’è. Ha smesso di farsi domande a riguardo, come ha smesso di interessarsi alla sua divisa da carcerato.
La colazione alla mensa la fa con lei, mangiando le uova dall’aria malsana e ingollandole come se non facessero schifo- dopotutto non gliene fanno troppo, le aveva giudicate male. Ok. sono verdi, è vero. Ma non sono poi così male. E comunque un uomo ha bisogno di mangiare per vivere.
Nel cortile si discute e si litiga e si parla di giustizia e di sopravvivenza, e la sigaretta gli va di traverso. Va a cercarseli, gli stronzi con cui fare a botte, va a cercarsela la rissa. A cercarseli gli scambi aperti con quelli che sono li dentro perchè hanno ammazzato Superumani, quelli che sono li perchè si sono sentiti autorizzati dalla legge a pestare e assassinare e a stringere le maglie della Force attorno al collo di tutti un po’ di più.
E quei cazzo di secondini, quei cazzo di secondini che sembrano sempre avergli gli occhi addosso e giudicarlo, nella loro indifferenza. Che gli ricordano i poliziotti di merda che gli hanno tappato la bocca e lo hanno trascinato via a botte e in manette per aver cantato Star Spangled Banner in tribunale. Does that stars-spangled banner still wave o’er the land of the free and the home of the brave?
I muscoli sono ancora più gonfi, il sudore scivola le spalle. Ci sono modi per sgusciare fuori dalle celle se sai a chi chiedere, e incontrare gli altri detenuti anche di notte, se sei bravo a fare i giusti favori. Addosso a Routh ci si lascia andare come un ragazzino colpevole, incapace di mollare la presa su quell’unica oncia di umanità e calore che la presenza della Strega garantisce.
E adesso imparo un sacco di cose
in mezzo agli altri vestiti uguali
tranne qual è il crimine giusto
per non passare da criminali.
Ci hanno insegnato la meraviglia
verso la gente che ruba il pane
ora sappiamo che è un delitto
il non rubare quando si ha fame
L’acqua sul viso è più fredda del solito, quest’oggi. E’ fredda di determinazione, ed è fredda del fatto che domattina Routh verrà rilasciata. Ha scontato dieci anni, lei, tredici, lui. Il rasoio e la schiuma da barba oggi se li è fatti dare. Una volta rimossi tredici anni di barba, il viso sembra di botto di nuovo quello di un ragazzo. Un ragazzo molto stanco, ma un ragazzo.
Ancora una tacca sul muro, in posti sempre più impossibili da raggiungere.
Oggi è il Giorno Quattromilasettecentonovantuno.
I bottoni della camicia sono chiusi uno per uno sul torace ampio, la indossa oggi come se fosse un vecchio frac, con cura, con eleganza, quasi.
La gente che ha imparato a conoscere e che sconta condanne più o meno lunghe della sua quasi non lo riconosce in quella guisa. Molti si fanno domande, molti non ottengono risposte.
Spende la sua colazione assieme alla Strega anche oggi, si premura di assicurarsi che passi una buona giornata. Le parla del suo piano. Lei gli dice che è uno spreco di forze inutile. Le spiega che lo fa per la gente della prigione. Per il loro spirito. Lei gli fa notare che quello che dice non ha senso. Sanno entrambi che non si rivedranno per una quantità di tempo che, per lui, sarà ancora nell’ordine degli anni.
Nel cortile, oggi, parla con tutti. Si fa raccontare storie, racconta la propria. Tante persone, tante vite, tante ingiustizie. Troppi arrestati per il solo fatto che esistono.Troppo pochi per aver commesso effettivamente dei crimini.
I secondini sono nervosi, qualcosa sembrano subodorare, ma le loro Intelligenze Artificiali stentano a pensare fuori dagli schemi.
Quando in cella nessuno di loro ci torna, per un attimo li mettono nel sacco.
Di respirare la stessa aria
dei secondini non ci va
abbiamo deciso di imprigionarli
durante l'ora di Libertà:
venite adesso alla prigione
state a sentire sulla porta
la nostra ultima canzone
che vi ripete un'altra volta
“per quanto voi vi crediate assolti
siete lo stesso coinvolti.”
L’acqua sul viso oggi è tiepida.
La barba è ricresciuta negli ultimi due anni di isolamento. Gli hanno ridato il rasoio, la schiuma da barba, anche il dopobarba. La accorcia, come se avesse senso farlo.
Non sembra ricordarsi che quella barba che taglia è una barba virtuale.
L’ultima tacca va al suo posto, nell’ultimo angolo della parete. Traccia una linea.
Oggi è il Giorno Cinquemilaquattrocentosettantasei.
Il trecentosessantaseiesimo giorno del quindicesimo anno.
Ripiega la divisa da carcerato. Per l’ultima volta da un’occhiata al numero nella targhetta- si ritrova a pensare che tutto sommato no: non era un caso che fosse lo stesso che si trova sul suo badge di registrazione.
Pantalone, camicia, giacca. Annoda la cravatta attorno al collo, ripiega il colletto inamidato, scarpe eleganti ai piedi. Va a salutare le persone- quelle che hanno scontato meno anni di lui, quelle che ne devono ancora scontare molti.
L’idea di abbandonare la mensa e il cortile e la cella d’isolamento danno d’improvviso un senso di vertigine, quasi di agorafobia. La prigione è un piccolo cosmo a se, un abbraccio relativamente sicuro, dopo quindici anni prevedibile, calmo quasi.
Non si pente di un solo giorno.
Non di quello in cui hanno rinchiuso i secondini virtuali nel cortile- solo per vederli riapparire coi manganelli pronti nel corridoio. Non deve essere costato più di un paio di click.
Non di quello in cui ha spezzato il cuore di Sigrid Parker- Sigrid Parker che non si ricorda di suo marito e di loro figlio, Sigrid Parker che è cieca e illusa e Jamie se solo la potesse vedere la condannerebbe tanto quanto la condanna lui, nè è persuaso. Sigrid che chiude gli occhi, che è convinta che ci sia ancora un compromesso da accettare, ancora una legge da subire.
Davanti a quei secondini fischietta, mentre viene condotto verso la libertà. Fischietta l’Inno degli States come lo fischiettava quindici anni fa.
Quindici anni che non gli hanno insegnato niente.
Quindici anni di cui non cambierebbe una virgola.
Esce dalla prigione- riapre gli occhi sulla realtà. Sette giorni di immobilità, il corpo non risponde subito. Ha la gola riarsa, si sente uno straccio. E’ troppo leggero. E’ troppo debole. Ad ogni passo la testa gira.
Gli levano le manette dalle mani- le Percezioni tornano come uno schiaffo, il GPS tracciante del chip che gli scorre nelle vene assieme al sangue si attiva.
“Cazzo Lee, prendi per il culo?!”
Non ha nemmeno la forza di spiegarlo subito che non ci può fare nulla. La testa scoppia, il dolore di un mal di testa che non ha nulla di umano, che è tipico dei poteri mentali. Vomita.
Dieci minuti dopo, coi suoi effetti personali, lo buttano fuori di li, sotto il sole che scotta la pelle nonostante il gelo dell’Inverno di Philadelphia.
Per l’ennesima volta, Maximilian Lee stringe i denti.