I “cambiamenti di costume” avvenuti in particolare dal Dopoguerra in poi non sono avvenuti da soli, ma a seguito della spinta e dell’incessante azione delle donne per conquistare diritti e spazio in società. Una lotta costante e faticosa condotta con ben più che “aggressività e spavalderia”, e che ha avuto costi enormi per le donne che vi sono state coinvolte. Essere femministe è difficile in ogni epoca: anche delle suffragiste si diceva che erano donne brutte e arrabbiate che volevano opprimere gli uomini, riducendoli alla schiavitù domestica. Una ragazza che lotta per i suoi diritti viene vista come antipatica e sgradevole anche oggi, figuriamoci nei decenni precedenti: “femminista” viene utilizzato come insulto, e nella maggioranza dei contesti è difficile esserlo senza mettere a rischio la propria vita affettiva e relazionale. Ho detto “femminista” perché chi si illude che la donna sola possa ottenere qualcosa per tutte non ha la più pallida idea della differenza che intercorre fra farcela per sé e farcela insieme a tutte le altre. Anche Giorgia Meloni o Marine Le Pen (per citare solo le vive) ce la fanno per sé, ma si inseriscono in maniera pulita e poco disturbante nel sistema: da conservatrici quali sono, possono usare l’essere donne come medaglia senza migliorare di una virgola la vita delle altre donne, cosa che è alla base dei famosi cambiamenti sociali. Che le donne possano mancare di “sicurezza di sé” è quindi fisiologico, considerato quanto poco si vedono rappresentate e quello che devono patire se davvero provano a farsi largo in un sistema che non è pensato per loro, e che è disposto a premiare solo quelle che sanno riprodurre in maniera efficace le dinamiche di aggressione e dominanza consolidate dalla cultura maschile, che essendo – appunto – dominante viene scambiata come neutra, inevitabile, impossibile da aggirare. Qui si pongono due problemi: quello della cosiddetta “socializzazione di genere” (vale a dire il complesso di comportamenti, prescrizioni e istruzioni che vengono impartite a bambini e bambine, e che a dispetto dei famosi cambiamenti sociali non sono poi mutate granché nel corso dei secoli) e quello delle difficoltà strutturali, che esistono, ma non sono certo biologiche. O meglio: lo sono nella misura in cui la biologia femminile paga pegno in una società pensata per venire incontro soltanto a quella maschile.














