Buonasera Signore e Signori, ho il sommo piacere di comunicarVi che, per il dispiacere della concorrenza, ho intrapreso l'attività di *Consulente Patrimoniale in Svizzera*.
Dopo una bella esperienza decennale in Italia, ormai abbastanza remota, alla veneranda età di 50 anni (ma che ve lo dico affare), ho avuto l'opportunità di rimettermi in pista.
Fatemi gli in bocca al luppolo 🍻 e chi avesse anche solo voglia di fare due chiacchiere, sono a disposizione in tutta la Svizzera, con epicentro in Olten.
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CHE FANNO D'ESTATE I MARANZA NON ANCORA MARANZA? di Gemma Romano
Premessa: questo è un articolo de Il Post e io sono abbonato, quindi non so se sarà visibile nel link sottostante ma nel dubbio lo riporterò per intero perché merita e magari può servire da sprone a chi volesse contribuire con un abbonamento a un'informazione decisamente meno populista, superficiale e click/ragebait di quella che si trova in giro.
Un'ultima cosa: io l'ho letto sullo smartphone domenica mattina al mercato di Traversetolo e per retaggio del patriarcato ho provato vergogna che la gent mi vedesse con le lacrime agli occhi...
Se le persone giovani le prendiamo a calci nel culo per insegnare loro il rispetto, i calci nel culo saranno l'unica cosa che si ricorderanno di noi.
Ogni anno le vacanze inghiottiscono la bellezza e l’autostima lentamente costruite a scuola. A giugno gli dici: “Fai il bravo, eh. Ti aspett
Un maranza non ancora maranza, una volta, mi ha detto che l’unico sogno che aveva era diventare ricco, ma quando gli ho chiesto cosa volesse fare coi soldi non ha saputo rispondere. Il giorno dopo ho portato a scuola un chilo di monete di cioccolato della Lidl e ne davo una a chi rispondeva giusto alle domande di storia. La lezione si è trasformata in una specie di riffa dove hanno sbancato lui e un altro paio di maranza non ancora maranza che forse avevano ascoltato più lezioni di quanto io avessi immaginato.
Con la bocca sporca di cioccolato e le mani piene di carta d’alluminio dorata mi hanno detto che tra i soldi veri e quelli al fondente preferivano quelli al fondente.
I maranza non ancora maranza partecipano ai percorsi di orientamento ma non capiscono niente perché non si interrogano mai su loro stessi. Possono accedere allo sportello psicologico scolastico ma non sanno che farsene perché non sanno spiegare i sentimenti. Se gli chiedi cosa vogliono diventare da grandi ti rispondono che vogliono «fare il business» ma non sanno cosa sia la finanza: se lo scoprissero si iscriverebbero a economia e forse sarebbero eccellenti manager, ma ci vorrebbe qualcuno che creda in loro così fermamente da insegnargli forte la matematica. Invece noi spesso li promuoviamo col minimo, perché ci mancano il sostegno, la mediazione culturale, i tempi e gli spazi per aiutarli a migliorare davvero e alla fine loro a fare finanza non ci vanno. Alcuni faranno “il business” con le droghe, ed è un peccato perché molti sarebbero eccellenti in giacca e cravatta a Wall Street.
I maranza non ancora maranza hanno il mito un po’ fuori moda della forza fisica. Si emozionano per Muhammad Ali e Primo Carnera se saltano fuori in qualche lettura o lezione. Laddove c’è un ragazzino di alto livello socioeconomico che cerca di assomigliare a Timothée Chalamet, c’è un quasi maranza che crede nella forza muscolare, che tira i pugni al muro se si arrabbia e che non piange mai, neanche se un professore (sì, un professore) gli dice “suino” per offenderlo proprio dove sa di far male.
Molte persone, a scuola e fuori da scuola, si sentono legittimate a insultare i maranza quando non sono ancora maranza. Perché fiutano la loro futura maranzità, si sentono paladini della gente perbene, credono che le mele possano essere marce anche se sono ancora attaccate all’albero, acerbe.
Dai quasi maranza impariamo tutti i giorni l’arte di rassegnarsi alla sconfitta, l’arte dell’odio impotente davanti all’offesa.
A volte penso che quando i maranza prenderanno a calci degli innocenti nei sottopassi della metropolitana immagineranno di prendere a calci quel padrone di casa che li aveva sfrattati da piccoli e aveva umiliato il loro padre, quell’insegnante che gli ha detto «chiamo i carabinieri e faccio arrestare la tua famiglia» o il compagno ricco che aveva provato a vendergli per vera una cintura finta di Gucci quando aveva dodici anni. Il maranza non si fa più fregare come quando era ragazzo, crede di riscattare la violenza subita diventando lui stesso un violento.
Una volta ho fatto vedere a un gruppo di non ancora maranza la famosa foto di Zanardi che alza la handbike: li ho osservati commuoversi di nascosto, credo non immaginassero che delle braccia di pietra potessero risultare virili anche senza essere violente. I maranza non ancora maranza amano la bellezza, nel senso che vogliono essere belli con una schiettezza ammirevole, ma non sanno cosa sia la vera bellezza se nessuno li aiuta a vederla. Quella volta della foto della handbike ho detto a un paio di loro di cercare di diventare belli come era bello Zanardi: loro non hanno deriso i suoi moncherini, mi hanno detto che la cosa più bella di lui, in foto e in video, erano gli occhi.
Il quasi maranza è estremo nei sentimenti come saranno estremi i gesti di violenza che compirà da grande, a undici anni conosce la dinamica della lotta fra Titani, scrive che «sapersi rialzare dalle difficoltà non vuol dire solo avere una nuova possibilità nella vita, ma è come avere completamente una nuova vita», portando a estreme conseguenze l’idea della fenice che brucia e risorge.
Peccato che queste cose le scriva su un foglio storto, senza accento sulla e, senza doppie e con una grafia da prima alfabetizzazione, per cui a volte trova insegnanti che gli mettono 4 e gli dicono che non importano tutte quelle belle idee che ha scopiazzato in giro, l’importante è la forma e lui in italiano non sarà mai bravo.
I quasi maranza non indietreggiano mai davanti a parole dure come “epidemia”, “guerra”, “sangue”, “sacrificio”. Dove i ragazzini della classe tentennano c’è sempre un maranza non ancora maranza che si fa avanti. Se un compagno vomita non hanno schifo e gli tengono la fronte, se qualcuno sanguina lo tamponano, se ci sono risse intervengono e dividono i due litiganti. Certo: vomitano, sanguinano e picchiano forte anche loro, ma a volte penso a come sarebbero bravi nella corsia di un triage o nell’intervento d’emergenza della Protezione civile o dei pompieri, se solo sapessero come fare per diventare uno di loro, se venissero guidati in quella direzione.
Il fatto è che il maranza non ancora maranza non lo difende mai nessuno, eppure anche lui è poco più di un bambino. In un mondo in cui i genitori sono iperaccudenti, presenti fino alla nausea, pronti a difendere i propri figli oltre l’indifendibile, i maranza hanno padri e madri che li picchiano ancora, a volte forte. Per il padre del quasi maranza il figlio ha sempre torto, tranne quando viene chiamato in causa lui, in quanto padre: in quel caso abbiamo torto noi.
Il quasi maranza non si confida coi genitori, mai. Se subisce un maltrattamento, se un docente o un compagno lo minacciano in malo modo e senza rispetto, lui si farà giustizia da solo passando dalla parte del torto automaticamente. Del resto il non ancora maranza non è un santo e sa di avere già sulla coscienza un certo numero di marachelle o di piccoli reati, ma sa anche che nessuno a casa o a scuola lo ascolterà mai se dovesse avere un problema: lo pesteranno o lo puniranno.
Il maranza non ancora maranza impara che deve fregare sempre tutti, compreso sé stesso.
Per questo motivo spesso diventa un seguace del delinquente più forte del quartiere: perché ha paura, non può contare su nessuno, ma da qualcuno bisogna pur farsi difendere – e questo a volte i non ancora maranza lo dicono chiaramente. Implorano protezione da delinquenti più grossi di loro e per averla tormentano i delinquenti più piccoli generando in certi quartieri la stessa dinamica della catena alimentare della giungla. I ragazzi più grandi, che hanno già completato il percorso di formazione da maranza, allevano i piccoli a sopraffazioni perché vogliono farli abituare alla durezza della vita.
Al parco il cugino ventenne tira la palla sempre più forte in faccia a quello di undici anni perché vuole che reagisca, e quando il piccolino gli salta addosso e lo morde fino al sangue si complimenta con lui e gli stringe la mano. Anche per questo motivo il maranzino non si fida mai delle figure educative maschili, a meno che non abbiano un particolare appeal e una formazione pedagogica tale da riuscire a entrare in relazione con lui.
In compenso, spesso, il quasi maranza si affida volentieri alle donne. Alcuni di loro un giorno forse saranno stupratori, efferati e sotto effetto di sostanze, ma non saranno mai incel. Anche se il maranza non ancora maranza in futuro userà e offenderà la donna, non credo che la odierà mai, perché la sua metafisica da bambino è sempre infiammata dal desueto culto per la Mamma e per la divinità affine, la Sorella Maggiore.
Uno, una volta, mi ha consegnato un antico detto beduino: «Al padre devi baciare le mani, ma alla madre devi baciare i piedi, perché davanti alla madre tutti ci dobbiamo inginocchiare, per il suo continuo soffrire». Un giorno ne avevo in classe uno già sotto effetto di bevande alla taurina, che sono a mio parere la più grande piaga non riconosciuta degli ultimi anni per quanto riguarda le dipendenze degli adolescenti. Ne aveva bevute diverse a digiuno, era fuori di sé e mi stava disfando la classe, la lezione e i nervi. A un certo punto gli ho detto a bassa voce che le attività preparate per lui erano come il pranzo che gli prepara la mamma e lui col suo comportamento lo stava calpestando invece che mangiarlo. Lui si è commosso e si è sedato da solo. Quel giorno ho capito che chiedere «che cosa penserebbe tua madre di quello che stai facendo?» funziona più della minaccia di una nota o di un arresto.
Del resto per il quasi maranza le note, le sospensioni, la bocciatura sono come trofei, ma non perché voglia crearsi un mito da bello e maledetto: per lui ricevere sospensioni, bocciature e note è la conferma di esistere.
La metafisica del maranza consiste nel suo fallimento: è già certo che verrà bocciato e punito, sa di non sapere bene l’italiano, sa di non essere ben vestito, sa che la maggior parte della gente che incontrerà lo disprezzerà prima ancora che cominci a delinquere. Quindi delinque.
Ogni anno l’estate inghiottisce il non ancora maranza come una lunga notte, e probabilmente azzera la bellezza, la stima, il tentativo, l’affetto, il lento costruire che abbiamo praticato a scuola per nove mesi.
Chissà se ora lo incontreremo cambiato, se la sua metafisica sarà già irraggiungibile e schiacciata da profumi Dubai, bibite Monster e dal primo coltello nascosto in tasca.
Chissà cosa avrà visto nei giorni estivi in città, che sono stati feroci come se lo avessimo abbandonato in un deserto.
Quando avevo salutato a giugno quello delle monete di cioccolato, gli avevo detto l’unica frase che riesco a dire, quella che uso sempre per evitare di essere troppo sentimentale, di farmi prendere dall’affetto, dallo sconcerto: «Fai il bravo, eh. Ti aspetto».
I maranza non ancora maranza, a volte, non lo diventano.
"But AI can't do your job. It can help you do your job, but that doesn't mean it's going to save anyone money. Take radiology: there's some evidence that AIs can sometimes identify solid-mass tumors that some radiologists miss, and look, I've got cancer. Thankfully, it's very treatable, but I've got an interest in radiology being as reliable and accurate as possible.
If my Kaiser hospital bought some AI radiology tools and told its radiologists: "Hey folks, here's the deal. Today, you're processing about 100 x-rays per day. From now on, we're going to get an instantaneous second opinion from the AI, and if the AI thinks you've missed a tumor, we want you to go back and have another look, even if that means you're only processing 98 x-rays per day. That's fine, we just care about finding all those tumors."
If that's what they said, I'd be delighted. But no one is investing hundreds of billions in AI companies because they think AI will make radiology more expensive, not even if that also makes radiology more accurate. The market's bet on AI is that an AI salesman will visit the CEO of Kaiser and make this pitch: "Look, you fire 9/10s of your radiologists, saving $20m/year, you give us $10m/year, and you net $10m/year, and the remaining radiologists' job will be to oversee the diagnoses the AI makes at superhuman speed, and somehow remain vigilant as they do so, despite the fact that the AI is usually right, except when it's catastrophically wrong.
"And if the AI misses a tumor, this will be the human radiologist's fault, because they are the 'human in the loop.' It's their signature on the diagnosis."
This is a reverse centaur, and it's a specific kind of reverse-centaur: it's what Dan Davies calls an "accountability sink." The radiologist's job isn't really to oversee the AI's work, it's to take the blame for the AI's mistakes.
This is another key to understanding – and thus deflating – the AI bubble. The AI can't do your job, but an AI salesman can convince your boss to fire you and replace you with an AI that can't do your job. This is key because it helps us build the kinds of coalitions that will be successful in the fight against the AI bubble."
- Cory Doctorow, The Reverse Centaur’s Guide to Criticizing AI
Perché una bugia ben costruita ci convince più di una verità noiosa
C'è una scena diventata leggendaria in Cheers, la sitcom ambientata in un bar di Boston: Cliff, il postino tuttologo, si gira verso l'amico Norm e gli spiega con aria da professore la sua teoria sull'intelligenza.
Il ragionamento, in sintesi, è questo: "una mandria di bufali si muove alla velocità del bufalo più lento; quando la mandria viene cacciata, i predatori uccidono per primi i più deboli, quelli rimasti indietro. Risultato: la mandria nel complesso diventa più veloce e più sana."
"Allo stesso modo — continua Cliff — il cervello umano funziona alla velocità dei suoi neuroni più lenti. L'alcol uccide i neuroni e attacca ovviamente prima i più deboli. Quindi bere birra elimina le cellule cerebrali scadenti e rende il cervello una macchina più efficiente. Ecco perché, Norm, dopo qualche birra ti senti più intelligente."
È una battuta. Fa ridere. Ma il motivo per cui fa ridere è esattamente il motivo per cui dovrebbe farci pensare: il ragionamento sembra funzionare. Ha una struttura, un'analogia, una progressione logica, un tono sicuro. Se lo senti al bar dopo una giornata storta, annuisci.
E questa è la cosa interessante. Perché la teoria del bufalo non vive solo nei bar. Vive nei gruppi WhatsApp, nei consigli di amministrazione, nei dibattiti televisivi, nei post che condividiamo senza aprire il link.
Analizziamola con il metodo APPO:
## Aspirazione: vogliamo essere quelli che non si fanno fregare
Nessuno si sveglia la mattina con il desiderio di credere a cose false. Anzi.
Tutti noi vogliamo essere la persona lucida del gruppo. Quello che legge il contratto prima di firmare. Quella che davanti alla notizia sensazionale chiede "ma da dove viene?". Quello che non ha comprato al picco, non ha investito nella catena di Sant'Antonio travestita da opportunità, non ha creduto al rimedio miracoloso.
Vogliamo pensare con la nostra testa. È una delle poche forme di libertà che nessuno può toglierci — possiamo solo regalarla noi.
Il punto è che la lucidità non è un tratto caratteriale che hai o non hai. È un mestiere. E come ogni mestiere si impara guardando come sono fatti gli attrezzi del truffatore.
## Problema: il meccanismo che ci frega ogni volta
La teoria del bufalo è un capolavoro didattico, perché contiene tutti gli ingredienti dell'inganno logico in dosi perfette.
Primo ingrediente: si parte da qualcosa di vero.
La mandria si muove davvero alla velocità dei più lenti. I predatori attaccano davvero i soggetti più vulnerabili. L'alcol ha davvero effetti sul cervello. Tre affermazioni difendibili, messe in fila. Il lettore annuisce tre volte, e dopo tre sì è molto più difficile dire no.
Secondo ingrediente: si infila un ponte inventato.
Tutto il ragionamento si regge su una parolina che nessuno verifica: selettivamente. L'alcol attaccherebbe prima i neuroni più deboli. È qui che il castello si costruisce sul nulla. L'alcol non fa selezione qualitativa: agisce sul sistema nervoso in modo diffuso, danneggia in particolare l'ippocampo — la struttura legata alla memoria — peggiora la qualità del sonno e, nel consumo cronico, riduce la capacità del cervello di generare nuove connessioni. Non c'è nessun addestratore alle porte del cranio che seleziona i neuroni scadenti e li manda a casa.
E la sensazione di sentirsi più brillanti dopo due birre? È disinibizione, non intelligenza. Cala la percezione critica di sé, non salgono le prestazioni. Ti *senti* più spiritoso proprio mentre diventi meno capace di accorgerti che non lo sei.
Terzo ingrediente: si arriva a una conclusione che fa comodo.
Ed è questo il colpo da maestro. La teoria del bufalo non chiede sacrifici: giustifica esattamente quello che stavi già facendo. Ti dà un permesso, e te lo consegna con la carta da regalo della scienza.
Ecco la regola generale, e vale ben oltre la birra: un ragionamento è tanto più pericoloso quanto più la sua conclusione ci fa piacere. Quando l'argomento va nella direzione dei nostri desideri, la nostra vigilanza si spegne da sola. Non ci convincono gli altri: ci convinciamo noi, e ringraziamo chi ci ha fornito le parole.
Cliff al bancone è innocuo. La stessa struttura logica, applicata a un investimento, a una cura, a una dieta, a un candidato politico o a una diceria sul collega, non lo è affatto.
## Progetto: quattro controlli prima di annuire
Non serve una laurea in logica. Servono quattro domande, da fare in questo ordine.
1. Trova il ponte invisibile.
Ogni ragionamento truccato ha un anello che nessuno guarda, di solito nascosto in un avverbio: *ovviamente*, *naturalmente*, *come tutti sanno*, *prima*. Isola quella parola e chiediti: questo passaggio è dimostrato o è solo detto con tono sicuro? Nella teoria del bufalo tutto il peso sta su "naturalmente attacca prima i più deboli". Togli quello e crolla l'intera struttura.
2. Chiedi chi ci guadagna se ci credo — incluso te.
Il cui prodest non riguarda solo gli altri. Prima di valutare un'idea, nota se ti conviene che sia vera. Se ti conviene, alza la soglia di prova invece di abbassarla. È la mossa più difficile e quella che ti salva più volte.
3. Verifica il meccanismo, non la conclusione.
La maggior parte delle discussioni si impantana sul risultato ("la birra fa bene / la birra fa male") e non tocca mai il punto vero: *come funzionerebbe*? Chiedi sempre il passaggio intermedio. Se qualcuno ti promette un risultato ma non sa spiegare il meccanismo, non ti sta dando un'informazione: ti sta dando una speranza.
4. Porta la logica all'estremo.
Se l'argomento fosse vero, cosa dovrebbe succedere? Se la birra eliminasse i neuroni scadenti, dopo dieci birre dovresti essere un genio, e i bevitori cronici dovrebbero essere la nostra élite intellettuale. La realtà dice il contrario. Quando spingi un ragionamento fino in fondo e produce assurdità, il problema non è nell'estremo: era già nella premessa.
Aggiungine una quinta, facoltativa, ma potente: cerca chi non è d'accordo.
Non per farti cambiare idea — per capire se la tua regge.
## Opportunità: cosa ci guadagni davvero
Chi impara a smontare la teoria del bufalo non diventa il rompiscatole che contesta tutto. Diventa un'altra cosa:
Si prendono decisioni migliori.
Meno soldi buttati, meno tempo perso dietro a scorciatoie, meno scelte fatte perché "me l'ha detto uno che sembrava sapere".
Si diventa un punto di riferimento.
Nei gruppi c'è sempre qualcuno a cui gli altri chiedono "ma secondo te è vero?". Quel ruolo non si conquista sapendo tutto: si conquista facendo le domande giuste ad alta voce.
Si vive con meno ansia.
Gran parte dell'agitazione che ci arriva dalle notizie e dalle chat nasce da argomenti costruiti apposta per attivarci. Chi ha un filtro non deve più difendersi da tutto: sceglie a cosa dare peso.
E soprattutto: si capisce la battuta.
Perché il senso di questo articolo non è che Cliff Clavin abbia rovinato l'umanità. Il senso è che si può ridere di una teoria assurda sapendo che è assurda — che è un piacere completamente diverso dal crederci.
Il bufalo più lento della mandria, alla fine, non è quello che beve. È quello che annuisce senza aver capito, perché chi parlava aveva un bel tono di voce.
Articolo originale:
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Anziché parlare di cacciatori bioregolatori, sarebbe più onesto intraprendere un discorso sul foraggiamento, da parte dell'industria delle armi e munizioni e non ultima, dell'industria della carne. Sarebbe un atto di coerenza che apprezzerei notevolmente, non che questo attirerebbe il mio voto. Anziché votare per certi personaggi, preferirei inserire il mio prepuzio nel Bimby in modalità frullatore.
Ogni anno faccio fuori un discreto numero di munizioni, lo ammetto. Solo armi a canna corta, semiautomatiche e revolver per la precisione. Questo fa di me un fanatico? Tutt'altro, mi piace la meccanica di precisione e apprezzo determinate armi. Mi piace smontarle e rimontarle, pulirle, sentirne il suono metallico ed esercitarmi al tiro. Ho anche il porto ad uso sportivo e non mi piace detenerle in casa. Però le uso.
In poligono.
Il poligono è un luogo, dove chiunque con la passione per le armi, può dare libero sfogo al proprio hobby, senza dover per forza mettere fine alla vita di un essere vivente. Ed è di tutto relax. Ci si fa assegnare un corridoio, ci si prepara, si decide a che distanza posizionare il bersaglio e poi via. Si regola il respiro, la posizione del corpo e della mano sull'arma. Ci si rilassa e si fa fuoco. Una, dieci, cento, duecento volte. Si ripone l'arma in fondina e si torna a casa. Nessuno è morto, tranne che una sagoma in carta. Finisce lì.
La caccia, che mi preme precisare, non è uno sport e non regola niente, è solo un pretesto per alimentare un settore già milionario. Conosco le dinamiche del periodo venatorio, sia pelo (cinghiali, lepri, conigli) che piuma (volatili) e non c'è nulla di nobile o sportivo nell'organizzare una battuta di caccia. Perlopiù sono gruppi di persone che se la cantano e se la suonano tra di loro, salvo poi, ogni tanto ammazzarsi per aver incrociato il tiro. È la proposta vetusta, di una tradizione ormai lontana dal periodo in cui era chiaramente collegata ad una ovvia esigenza.
Il tiro al piattello è uno sport. Si entra in un area riservata dove non c'è il rischio di ammazzare nessuno, si ha una propria postazione e l'unica cosa che si "uccide" sono dei dischi arancioni. Si lavora di fisico, di concentrazione e di riflessi.
Il softair è un'altro sport molto divertente, dove le armi non sono nemmeno vere. Sono giocattoli molto fedeli agli originali e l'unica cosa che si porta a casa ogni tanto è qualche livido su una chiappa. Ne so qualcosa. Ci si divide per squadre, ci si mimetizza e si sparano pallini di plastica. Non emettono neanche rumori di sparo, perciò non si rompe l'anima a chi ha un'abitazione nelle vicinanze.
Magari questo pippotto, può sembrare un discorso autoreferenziale e unilaterale, in quanto vegetariano con direzione vegana (manca poco e ci arrivo), ma avendo conosciuto quel piccolo e triste mondo, dove i cani vengono utilizzati per lavorare, non posso che trovarmi in totale disaccordo con questa legge scellerata, che rovinerà ulteriormente un ambiente, già duramente provato dalla cementificazione selvaggia e dallo sfruttamento insensato del territorio per l'allevamento intensivo.
Amare gli animali, non significa accarezzare il proprio cane o il proprio gatto, per poi uscire di casa armati di fucile e impallinare qualche povero animale. Quella si chiama disfunzione cognitiva e mi pare che, ultimamente come un virus, stia infettando molte persone.
Certe accidentalmente, altre consapevolmente. E le seconde prima o poi, spero pagheranno per questa loro condotta dolosa.
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Venerdì sera ero con @kon-igi a chiacchierare. Nel discorrere del più e del meno si cercava di ricordare a quando risalga l'ultimo meetup di Tumblr, pare siano passati almeno 10 anni.
E se se ne organizzasse uno? Se trovassimo una data nei prossimi mesi non troppo lontana da essere a ridosso dell'inverno, né troppo vicina per permetterci di organizzarci con le nostre incasinatissime vite?