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Anya is live and ready to show you everything. Watch her strip, dance, and perform exclusive shows just for you. Interact in real-time and make your fantasies come true.
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Stevie Nicks (1977)
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August 2024
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August 2024
(via Tumblr)

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Ho sempre criticato il pensiero estremista di mio fratello maggiore, con il suo stile da crociata: o con me o contro di me, e risse verbali furibonde se glielo facevi notare. Mi accorgo oggi, con sommo dispiacere, di essere come lui — se non peggio. Perché quando c'è da difendere dignità e pensiero ci si infiamma, troppo direi. Il nostro grande, enorme limite: finisci col mostrare il fianco all'interlocutore e passare per talebano e rompiscatole. Ma più passano gli anni e meno la mediazione ipocrita è nelle mie corde. Perché ad ingoiare merda c'è sempre un limite.
La Chiesa dice: il corpo è una colpa.
La scienza dice: il corpo è una macchina.
La pubblicità dice: il corpo è un affare.
Il corpo dice: io sono una festa.
- Eduardo Galeano
L.O.V.E. Libertà, Odio, Vendetta, Eternità.
la locandina del film del 1965 Il bandito delle undici (titolo originale Pierrot le Fou), diretto da Jean-Luc Godard. Protagonisti: Il film è interpretato da Jean-Paul Belmondo, nel ruolo di Ferdinand, e Anna Karina, nel ruolo di Marianne. Trama: La storia segue Ferdinand che, annoiato dalla sua vita borghese, fugge con l'ex amante Marianne, rimanendo coinvolto in una serie di eventi criminali. Genere: È un classico del cinema francese della Nouvelle Vague, noto per il suo stile anarchico e le digressioni poetiche
“Transmissions” by Nam June Paik ⌘ When flesh meets frequency

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Tanja Jeremić
Japan, 1958.
Stai zitto.
Da quando mi è accidentalmente nato il secondo nipote, sono costretto a passare molto più tempo con il primo. Non che mi dispiaccia, sia chiaro. Vito oramai ha sei anni e, accento austriaco a parte, parla un italiano eccellente e sta sviluppando un ottimo senso dell'umorismo. Purtroppo è di una dolcezza disarmente e la vita lo bastonerà in maniera irreversibile ad un certo punto, ne sono sicuro. Dicevo, non mi dispiace passare del tempo con lui. Abbiamo tantissime cose in comune: ci piacciono i Pokémon (ok a lui piacciono perché IO gli ho fatto una testa tanto da quando era in fasce) e i videogiochi. Vorrei passare del tempo anche con il secondo, ma solo perché è un ammasso di ciccette variegate sparse su tutto il corpo, si muove a malapena, sbava, fa i versetti, insomma è una pallina tendente all'obesità che vorresti spremere di coccole. Ah ecco da dove ha preso Vito la sofficità. Scorre nel sangue.
Vito viene a casa mia perché vuole giocare a Mario Kart. Io sono lo zio con i videogiochi e le carte dei Pokémon. Tutto qua, non ho altre qualità ahimé. Se provo a suonare la chitarra mi dice di stare zitto. Se provo a leggergli qualcosa di interessante mi dice di stare zitto. Se provo a spiegargli come sopravvivere in questo mondo bastardo, indovinate cosa mi dice? Esatto. Di stare zitto.
Si guarda attorno in cerca di qualcosa di simile a casa sua. Mi chiede se possiamo guardare Netflix. Io gli rispondo che non ce l'ho. Mi chiede perché. Rispondo: perché non ho soldi, non me lo posso permettere. Mi dice che fa caldo, mi chiede se posso accendere l'aria condizionata o un ventilatore. Gli dico che non dispongo di suddetti attrezzi, perché non ho soldi e non me lo posso permettere.
Si muove verso la cucina. Apre il frigo. Mi chiede perché ci sono così poche cose da mangiare come mangia lui in genere, tutto bio e vegano. Gli rispondo sempre la stessa cosa: non ho soldi e non me lo posso permettere.
Poi andiamo in salotto. Guarda la bacheca dei videogiochi. Guarda i raccoglitori contenenti centinaia e centinaia di carte rarissime e mi dice: "Certo che hai un sacco di carte e videogiochi per essere uno senza soldi".
E io che cazzo dovevo dirgli? Ha ragione. Ho provato a spiegargli che suo zio, più che povero, è un povero stronzo che fa solo scelte sbagliate. Che si sta impegnando tanto per migliorare, ma che è ancora indietro. Molto lontano dall'essere l'adulto responsabile che vorrebbe diventare. Vito ascolta, mi guarda e mi dice: "Stai zitto e giochiamo a Mario Kart".
In casa vengo regolarmente bullizzato da Ernesto, il gatto, e ora pure zittito da mio nipote. Mi resta solo il basilico con cui confidarmi e pure lui quest'anno lo vedo messo male.
Eravamo seduti a guardare le stelle. Ho provato a spiegare come mi sentivo riguardo l'imminente operazione all'occhio che avrei subito. Io non riesco ad aprirmi con le persone, a voce. Riesco a scrivere dei testi lunghissimi dove ogni tot piazzo una battuta per cercare di risollevare il morale ma dal vivo, di notte, mentre tutto attorno è stelle e buio, io mica ci riesco. Mi è stata mossa l'accusa di essere un uomo che non si apre tanto. A me. Io che ho tre stagioni di un podcast dove racconto come sto, come si sente un maschio bianco etero sulla quarantina, apparentemente sono uno che non si apre. Non ci riesco dal vivo, è vero, ma perché so che quello che giace dentro di me, può risucchiare tutte le stelle e il buio della notte e farlo scomparire in un abisso di lacerante desolazione in cui non voglio trascinare nessuno. Laggiù ci sono io, le mie carte e videogiochi e voi di tumblr.
Come lo spiego a un essere umano che non è cattiveria, il volermi tenere per me quello che mi occlude da sempre, da quando ho capito che fare battute era l'unico modo per riuscire a convivere con l'onnipresente desolazione?
Stavo visitando una mostra delle opere degli studenti dell'accademia d'arte di Vienna. Ero con una nuova conoscenza. Guardavamo queste opere terribili, di gente che se non fosse stata presa a fare quadri probabilmente starebbe fondando il prossimo partito nazi-socialista (inside joke delle accademie d'arte viennesi). Ispirato dalle rappresentazioni su tela, le chiedo di descrivermi il suo mostro personale. Devo attendere qualche momento ma poi arriva: "Non ne ho uno da molto tempo, e non ricordo come fosse fatto". Posso dire che non sopporto le persone prive di immaginazione e incapaci di descrivere i loro stati d'animo. Così taccio. Mi chiede "E il tuo, com'è?". Il mio è un bambino gracile e dai capelli lunghi e bagnati davanti alla faccia. Sta sempre in un angolo, ovunque sono. Ha la pelle tendente al verde acqua. Penso sia morto affogato. Ha gli occhi che ricordano uno stagno. Alghe e piaghe si mescolano sulla schiena. Non parla. Sta zitto e mi guarda. Mi guarda sempre. Talvolta apre la bocca ma sgorga solo acqua marrone. Sento che ci tiene a farmi vedere come si sta bene quando si tocca il fondo e l'aria non è più un problema. Mi invita sempre, ad affogare insieme a lui. Non vola più una mosca. È difficile fare nuove conoscenze dopo i quaranta, devo ammetterlo. Soprattutto quando i tuoi hobby sono dare da mangiare a un gatto obeso e ignorare lo spettro di un bambino affogato.
Stavo passando l'aspirapolvere. In casa ho un Dyson che non mi posso permettere e infatti era quello che mia madre stava dando via quando si è comprata il nuovo modello. Sono miserabile ma circondato da boomer che ce l'hanno fatta nella vita. Avere un Dyson funzionante in casa è sinonimo di successo parer mio. A un certo punto: il dramma. Smette di aspirare, si accende una spia luminosa. Il filtro va pulito, qualcosa lo sta ostruendo. Corro ai ripari e lavo con attenzione il filtro, non posso permettermi un nuovo aspirapolvere e mia madre è ben lungi da cambiare l'attuale modello di cui dispone. Lo devo lasciar asciugare per 24 ore, dopodiché tutto tornerà alla normalità, spero. Il giorno dopo lo riattacco. Devo pulire casa con estrema regolarità altrimenti finirò affogato nei peli delle bestie (e non sul fondale dello stagno insieme al mio mostro). In quelli rossi biancastri di Ernesto e in quelli neri e stopposi della cagnolina Maybelline. Lo accendo e la spia è ancora lì. Pulire il filtro non è stato sufficiente. Cerco di non farmi prendere dal panico e apro la scatola delle istruzioni. Sì, sono una persona previdente (paranoica) che non getta mai nulla e conserva tutte le istruzioni riguardanti gli elettrodomestici in casa dentro un'apposita scatola. Trovo le istruzioni giuste, leggo che devo adoperarmi e rimuovere il blocco manualmente. Prendo una pinzetta, identifico un pertugio che presenta un ciuffo di peli incastrato. Inizio ad estrarre. Esce il mondo. A poco a poco, rimuovo un'ostruzione fatta di peli, granelli di lettiera, capelli, barba. È un processo di una goduria pazzesca. Mi ricorda quei video che guardo la notte quando non riesco ad addormentarmi, quelli di gente che lava automobili degli anni 70 o tappeti lerci come solo una discarica sa fare o rasa praticelli trasandati in cambio di visualizzazioni. Continuo a estrarre, sono felice. Identifico un pezzetto di fil di ferro che aveva fatto da collante tra tutte queste sporcizie. Eccolo il colpevole. Chiudo tutto, riaccendo il Dyson, aspira come non mai. La casa torna pulita in men che non si dica.
Scrivere, per me, equivale a trovare quel pezzo di fil di ferro che ostruisce i miei pensieri.
Lo faccio da quando ero alle superiori. Quando mi domandavo perché avevo bisogno di essere sempre al centro dell'attenzione e far ridere tutta la scuola.
Dopo una mezz'ora, decido di spegnere la Switch e smettiamo di giocare a Mario Kart. Ero stanco di umiliare mio nipote che arrivava sempre dodicesimo. Che scarso che è. Mica riuscirà a concludere qualcosa nella vita se non si sbriga a diventare più bravo di me ai videogiochi.
Oggi sono andato in ospedale a fare nuovamente l'iniezione nell'occhio. Quella dove mi bloccano le palpebre stile Arancia Meccanica e mi bucano il bulbo con un ago per infilarmi una nanomedicina minuscola che, spero, mi darà un po' di tregua per i prossimi mesi. Sono tornato a farmi somministrare questa traumatica medicina per due motivi, il secondo è per stare meglio. Mentre il primo è per essere chiamato "il giovanotto", dato che tutti gli altri pazienti in sala hanno più di settantanni. Mi piace vincere facile. Per questo gioco a Mario Kart contro mio nipote.
Mentre ero in sala d'attesa mi guardo attorno. Non c'era il bambino affogato. Che codardo. Nemmeno lui ha voglia di affrontare quello che tocca a me.
Ecco l'altra spesa, dopo i videogiochi e le carte, che aiuta a definirmi "miserabile come la merda": le visite mediche.
Ora sono seduto al solito bar, con l'occhio destro che brucia e fa male come con mai, intento a estrarre il fil di ferro dai miei pensieri e provare a trovare il lato positivo in tutto questo. Perché sono stanco di lamentarmi (dal vivo almeno eh, quassù lo farò sempre, mica ve la scampate) e voglio provare a essere una versione migliore di me. Ci sto provando sul serio, da un po' di tempo. La mia psicologa sarebbe orgogliosa, non fosse che ho dovuto lasciare la terapia per comprare più carte e videogiochi.
Ordino un altro prosecco e affogo là dentro. Il mio mostro bagnato mi guarda, prova a dire qualcosa ma è solo bolle e riflussi d'acqua stagnante. Alza il pollice in segno di approvazione. Sollevo il calice, gli dico "Alla tua! Ne abbiamo passate tante assieme, vedrai che passerà anche questa!". Lui smette di sbrodalarsi addosso e dice "Stai zitto."
i am reborn,
in a thousand aches
and bruises;
i, the thing that no
one chooses;
i am renewed in blacks
and blues.
"Saviour" by Susanna Majuri (2008)

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"Self-portrait" ✕ Annegret Soltau — thread stitched across the face in a geometric web
by mice pápai