Era il 2007 e io passavo in bici davanti al palco di Colonia Sonora. Lontano oltre i cancelli, Brian Molko faceva il soundcheck. Dieci anni dopo siamo finalmente riusciti a beccarci faccia a faccia (o quasi)
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Era il 2007 e io passavo in bici davanti al palco di Colonia Sonora. Lontano oltre i cancelli, Brian Molko faceva il soundcheck. Dieci anni dopo siamo finalmente riusciti a beccarci faccia a faccia (o quasi)

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Svapo 2
Quando sono andato al negozio per comprare il liquido alla nicotina, la commessa per rassicurarmi dice: “Praticamente lo puoi bere”. Oggi ricaricandola mi è finita una mezza goccia in un occhio e ho già perso 3 diottrie, senza contare che adesso ho un bulbo oculare più dipendende dell’altro.
Svapo 1
Ho messo da parte tutta la mia dignità e ho chiesto a mio padre la sua sigaretta elettronica. Come i quarantenni di periferia, ho comprato il liquido al mentolo. Si ride e si scherza, ma credo di essere in overdose di Nicotina e ho una voglia matta di mettermi una polo rossa con il colletta alzato.
Estate
Trovare una cavalletta grossa come la Valle d’Aosta in camera e giungere alla conclusione che le finestre aperte sono sopravvalutatissime.
2017
Quest’anno, apparentemente, anche le zanzare hanno voluto troncare la nostra relazione.

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Come Becca e i Marmozets stanno salvando la musica.
É nei momenti più scuri della storia che senti il bisogno di vedere una luce. Quando credi di non avere più niente da dire, allora hai bisogno di una voce. L’italia esce dagli Europei, è vero, ma l’Islanda è ancora lì, per 24 ore. Ed è bello crederci. Di questo abbiamo bisogno: di speranze. E i Marmozets non sono altro che questo.
DISCLAIMER: QUESTO ARTICOLO SARà POCO COESO, POICHÉ REDATTO SOTTO L’INFLUENZA DELL’ALCOOL.
Regia, foto:
Becca Macintyre non è bella come Hayley Williams, ma vale dieci volte tanto. Becca urla sul palco fino ad esplodere e ci piace proprio per questo. Perchè non fa finta di essere un uomo che fa il frontman rock. Semplicemente è brava, cura il look quel tanto che basta da essere notata e il resto lo lascia fare alla sua voce. L’altro “resto” lo lascia fare ai suoi fratelli biologici (alla chitarra e alla batteria) e all’altra copia di fratelli al basso e alla solista.
Con i suoi Marmozets ci ricorda che cosa vuol dire fare musica rock: far muovere la gente, suonare dritti e cazzuti, divertirsi ed emozionarsi. I Marmozets meritano la classifica solo perchè nel 2015 il Reading festival urlava il loro nome, mentre si accordavano. Becca stava per piangere. Perchè come ha ricordato al pubblico, chiedendo loro di smetterla: “Basta, sono una ragazza. Così mi farete commuovere”.
E ci piace così. É giusto così. Nel pogo si muovevano tutti: dal fan cicciotto dei metallica a quello emo dei bring me the horizon. Perchè quando sei in mezzo alla ressa, conta soltanto che la band lì davanti ti trasmetta energia. Un’energia che va oltre il genere, oltre la chitarra che si scorda durante Why do you Hate me? Oltre qualsiasi cosa. A conti fatti contano due cose e due soltanto: quanto la gente muove il culo e quanto tu stia facendo un buon spettacolo.
Becca balla sul palco come le ragazze timide quando bevono troppo. Alle chitarre, Jack e Sam suonano complementari e inarrestabili, come se non ci fosse un domani. Loro sono l’altra metà del carisma dei pezzi. Sono tecnici, ma non lo fanno pesare. Hanno ascoltato i Franz Ferdinand e i Protest the Hero, il metal e la dance e adesso suonano la LORO musica. Una musica che arriva al pubblico perchè non vuole essere commerciale ma nemmeno d’elité. Come si dice dalle mie parti “buona musica”. Lo stesso si può dire della batteria che definire isterica è usare un eufemismo. Josh Macintyre è brutto come il peccato, ma quando suona state tutti zitti e ascoltate. Il bassista Will, un mio personale eroe, suona il basso con il plettro, in maniera semplice e quasi non lo si sente. Perchè non sbaglia mai e semplicemente, fa da spalla all’intera baracca. E quando la signorina davanti strilla, lui fa lo stesso. Senza pretendere le luci della ribalta. Con la sua ciccetta da birra e il suo basso Fender.
I Marmozets hanno i pezzi, la grinta, lo stile e la modestia. Sempre al Reading, il chitarrista Sam prima dell’inizio di Captivate You cerca di parlare con il pubblico, credendo di dover riempire un imbarazzante vuoto di silenzio, ma non servirà. Lui farà appena in tempo a dire: “Che pomeriggio, eh? Abbiamo un bel po’ di band a suonare per noi oggi...” Ma il pubblico non lo sente e tutto il pit si sta sgolando:
MAR-MO-ZETS! MAR-MO-ZETS!
E Becca quasi piange. E tutti sorridono. E la musica vince di nuovo su molto dello schifo che ci circonda. Sia dentro che fuori il buisness dell’intrattenimento. Certe cose sono solo belle da vedere. Certe cose la gente per bene se le merita. Il successo per i Marmozets mi auguro sia gigantesco. Se non lo sarà in termini di dischi lo sarà in termini di movimento del pubblico sotto il palco. Perchè abbiamo bisogno di facce nuove in questa vecchia musica. L’Inghilterra che ha deciso di andarsene ha ancora bisogno di noi, pubblico europero affamato e noi di lei, fucina indiscussa di talenti.
Spianate la strada ragazzi, ribaltate un po’ di vecchi stronzi che ancora occupano i palchi con le loro lagne. Andate in culo al pop, al rock, al metal, a tutto. E continuate a far sognare qualche illuso che come me ancora crede nella musica. Un illuso che prima o poi, una ragazza che gli urla in faccia tutto il suo amore, come fa Becca, ancora spera di trovarla.
Karnivool - Themata o il miglior disco Alternative di tutti i tempi.
Per quelli nati in concomitanza con la morte di Kurt Cobain, quelli come me, la musica è qualcosa di scontato. Non centrano i Nirvana o i tanto decantati anni Novanta, centra il fatto che tutte le cose hanno un inizio e una fine. La musica c’è sempre stata e sempre ci sarà, ma la musica incisa, limitata nello spazio di un supporto fisico, quella nasce tanto tempo fa e va ormai morendo. A quei tempi innovare radicalmente senza cagare fuori dalla tazza era difficile (Che so, Limp Bizkit? Loro fuori ci han cagato spesso). Più di adesso. Scrivere un disco è un lavoro a sé. Essere un buon cantautore non vuol dire essere capace di tirar fuori 50 minuti di pezzi che abbiano tutti lo stesso tiro e la stessa carica emotiva. Alcuni dischi li ricordi per una canzone. Altri perchè hanno una bella produzione, ma pezzi tutti uguali di cui non ricordi nemmeno i titoli. Il disco è qualcosa che devi vendere. E come ogni prodotto ha bisogno della sua pubblicità. La pubblicità del disco è il singolo e, da quando mamma MTV è arrivata, il video annesso. Tu convinci la gente con il singolo, quelli si comprano tutto il disco e poi, regia grassetto: CAZZI LORO.
Quante volte vi è capitato? Magari da ragazzini: “Wow questo pezzo dei Simple Plan è una figata!”. Voi ve lo siete comprati Still not getting Any. E poi? Adesso a prendere il disco in mano vi viene il colera. É normale. Certe band hanno l’energia di scrivere poco, spingere nei live e fare tante fotine con il filtro. É giusto così, sono i carboidrati della musica, quelli che ingerisci quando non hai voglia di scendere al mercato delle canzoni e comprarti le zucchine per prepararti un disco con i fiocchi. Visto che grandi parabole? Le zucchine musicali. Levando i miei problemi personali, andiamo avanti.
Ci sono troppi generi, troppi artisti, troppi contesti storici. Ma cerchiamo di ragionare un attimo. La morte dei dischi (CD o vinili, se siete hipster del cazzo, insomma supporti fisici) è arrivata con le connessioni veloci. Tutti hanno da lì in poi iniziato a scaricare. Primi duemila? Forse qualche anno dopo per chi ancora aveva la connessione che trasmetteva in codice morse. Ad ogni modo, all’inizio del 2000 dopo il supermarket della musica degli anni 90, c’era tutto. Emittenti televisive a tema musicale (Oltre ad MTV, vogliamo ricordarci di ALLMUSIC?), riviste zeppe di liste (non articoli, ma vere e proprie listini prezzi dei CD con tanto di prezzo), negozi e anche qualche primo blog di recensioni. Insomma, l’industria musicale non spingeva neanche più a piena potenza, perchè poteva contare su tante altre appendici per vendere il proprio prodotto. Stava per giungere la fine, ma nessuno voleva dirlo. Vendere era facile: bastava paragonare le nuove leve alle vecchie glorie e qualche stronzo il dischetto lo comprava. Grazie a questo sistema industriale, in quel periodo ancora di più che quelli precedenti (anche se gli aborti ci sono sempre stati, chiedete ai vostri genitori che musica ascoltassero alla vostra età) la scena era satura.
E con questa lezione di storia dove vuoi arrivare Ginka? E poi che cazzo vuoi, tu avevi 7 anni al tempo e manco giocavi con il Gameboy, poseraccio. Ok. Un’ultima considerazione e poi partiamo: Quando il mercato è saturo, musicalmente parlando, la qualità ci mette tanto ad emergere. Perchè le vendite non sono un’unità di misura attendibile e gli ascoltatori casuali sballano tutti i risultati. Passa del tempo e i dischi buoni continuano ad essere ricordati, ci vuole un po’, ma è così. (”Disco d’oro, disco di platino/non c’è disco che tenga/se poi tutti se ne scordano/era un dico di merda. -cit. Gemitaiz). Diamo veramente a Cesare quel che è di Cesare, quindi? No, perchè il mondo è una merda. Questo lo conferma il fatto che io, a 20 anni suonati, scopra Themata dei Karnivool. Un disco del 2005. Dieci anni dopo. Per me nel 2005 il mondo iniziava e finiva con American Idiot. Levando il fatto che noi del Bel Paese (il formaggino) ci perdiamo sempre qualche pezzo, incluse le nostre promesse, forse la colpa è anche del pubblico dell’ALTERNATIVE ROCK.
Ecco, l’ho detto. Il maledetto nome del genere che non vuol dire un cazzo. E che io amo alla follia. Questo genere poco chiaro e questo pubblico ancora più grigio, diviso tra quelli che i Breaking Benjamin si ma i Three Days Grace no. Gli orfani dei Tool e quelli che gli A Perfect Circle in fondo sono meglio. I trentenni presi a male e i ragazzini con il berretto da rapper bianchissimo. Solo leggendo queste righe potrebbe partire la rissa da bar, eppure c’è una linea, tracciata tra il 95 fino ai giorni nostri, sottile, ma continua. Una linea che per alcuni è una traccia, per altri una falsa pista. Un calderone che doveva ibridare più generi ma che secondo me ne ha portato alla creazione di uno nuovo. Difficilmente descrivibile perchè carente di un vero e proprio marchio di fabbrica. Stiamo parlando piuttosto di un insieme di fattori che possiamo cercare di isolare.
Cerchiamo di definire l’alternative rock con un elenco puntato, che il sito di Scienze della Formazione ci fa una sega:
Chitarre: Grosse, distorte ma definite. Puliti arpeggiati. Pochi soli e quei pochi lineari, quasi scontati (Quasi). Non isteriche come quelle metal, ma nemmeno addormentate come quelle dello stoner. Viaggiano per conto loro, sia che la voce le segua e sia che vada a fatti suoi. Riff memorabili? Non al primo ascolto. Trionfano nei bridge e nel ritornello si sacrificano al mood del brano.
Basso: Morbido e riempi spazio oppure freddo e in arpeggio (rigorosamente suonato a dita). Chi vuol fare diversamente è una merda e Gesù non lo fa amico.
Batteria: Tecnica, completa, in continua variazione anche solo per piccoli fill e stacchi. Non velocissima, anzi quasi mai. Non stare in pena, nel dubbio dimezza. Inoltre, grazie alle magie dei vecchi produttori: SUONA VERA! Ovvero: Amico batterista, fattene una ragione, hai anche tu delle dinamiche e non sono quelle di un mitragliatore M-60. Stai un po’ sotto a tutti di volume, ma ti vogliamo bene uguale.
Voce: Medio-alta (Non ne so un cazzo dei tenori o soprano, perché al liceo dormivo sempre durante musica). Importantissima la modulazione e l’interpretazione. Le parole vengono strascicate oppure scandite rapidamente, ovviamente a seconda del ritmo. Ai testi ci arriviamo dopo.
Produzione del disco: Onesta. In macchina ti deve spaccare i vetri, in cuffia ti deve far sentire tutto. Gli effetti truffaldini ci sono (Siamo mica i Sex Pistols?) ma non sono mai esagerati, tranne quando vengono infilati in un intro, breakdown o outro. Allora lì magari sentiamo anche una puntina di elettronica o altre cazzate che fanno bagnare le signorine.
Testi: Parte essenziale. Hai ascoltato i Tool tutta la vita e non c’hai mai capito un cazzo, però non vuoi essere scontato come Lenny Kravitz prima che scoprisse il cristianiesimo. Allora che fai? Parli di te. Ma non in maniera chiara, scrivi qualcosa che suoni bene e che in un secondo momento possa parlare a tutti. Mi direte voi: come il pop. Si, ma meglio. Esempio:
“I see more than you, I feel more than you.”
Preso dritto per dritto da Shutterspeed dei Karnivool. Shutter speed è la velocità dell’otturatore. Quella che aumenti per fare le foto ai soggetti in movimento. Per bloccarli, vederli meglio. La canzone parla di una relazione finita a merda e in cui il pirla rimasto indietro cerca di convincere l’altra parte di vedere qualcosa che lei non riesce a vedere. In lei, in sè stesso, in tutto. Oppure parla veramente di un otturatore? O di uno che ha preso dell’MD? Chi se ne frega. Suona da dio, si canta anche meglio. Se sei triste ti culla, se sei preso bene ti esalta. Ecco, cos’è Themata dei Karnivool ed ecco perchè sono il miglior gruppo alternative che io conosca.
Abbiamo i ritornelli cantabili. I tempi dispari. I riff. La produzione efficente. Le tematiche e le strutture per cantarle al meglio. Il gusto per i dettagli, il desiderio di fare qualcosa di inaspettato. La sovrapposizione intrecciata delle melodie dei singoli strumenti. Perchè il muro del suono lo costruisci pezzo per pezzo e non butti tutto insieme, altrimenti hai la valanga confusa dell’industrial (e quello ce lo fa venire duro per altri motivi). Vengono dall’Australia e sono parecchio osannati dai fan. Vuoi un po’ di progressive? Ce l’hai. Post-rock? Pure. Credi esista un genere chiamato Djent? C’é. Lo scream? Ne abbiamo un paio. Ci trovi anche una canzoncina che sembra Ramaja dal video del Pipppero degli Elio. Che cazzo vuoi d’altro? É una figata, è alternative, non c’è niente di meglio. Con questo disco hanno fatto centro e difficilmente riusciranno a bissarlo. Anche perchè non abbiamo più la pazienza di ascoltare una cosa dall’inizio alla fine e di farci coinvolgere. C’è anche sempre meno gente motivata a farlo, sempre più musicisti da singolo, intenti a lottare contro il tempo e la tentazione di cliccare un video correlato. L’ultimo loro è del 2013. Nel 2015 il tour per i dieci anni di Themata. Speriamo in un futuro. Ora ve lo andate a sentire e mi ringraziate (Direte: Come, non ci dici altro? No. Perchè parlare di musica è una stronzata, la musica va ascoltata). Io lo riascolto per la terza volta di fila, gira troppo bene.
Sarà il disco migliore che ascolterete? No. Perchè vi invoglierà a cercare altra musica altrettanto, se non più, figa. Ed è questo che fa un buon disco, ti lascia la bocca buona e la pancia vuota. Come un Ferrero Rocher. Regia:
Vuoi altro Alternative? Taproot, Seether, Ten Years, Deftones, Seon. Saranno loro a trovare te, entrando nel giro giusto. Non sono Alternative, mi dici? Massì, hai ragione te. Alternative non vuol dire un cazzo in fondo. Esci un po’ fuori a giocare con gli altri bimbi che si picchiano discutendo di musica.
Silversun Pickups: voce del verbo Shoegaze.
Regia, foto:
Per i non addetti ai lavori: questa è una pedaliera per chitarra. É costituita da un sacco di scatolette di metallo con delle manopole, tu ci infili dei cavi in mezzo, attivi gli interruttori (a pedale) e ci attacchi la chitarra. Suoni qualcosa: le corde vibrano, scombussolano il campo magnetico dei microfoni, del segnale elettrico passa per i cavi e viene giù il locale: alcune ragazze svengono, alcuni pogano, altri scapocciano con la birra in mano. Questi pedali costano molto ma si trovano anche usati. Se ne hai tanti da attivare rischi di perdere l’equilibrio e cadere, facendo una figura di merda. Bene, ora che abbiamo chiarito gli aspetti tecnici veniamo all’argomento di oggi: lo Shoegaze e i Silversun Pickups.
Lo Shoegaze è un genere musicale sviluppatosi negli anni ‘90 unendo aspetti di Noise e Rock psichedelico ad una sensibilità pop. Rifiuta la super-produzione degli eighties per tornare a fare un po’ di sano casino analogico. Il nome del genere deriva dal fatto che i chitarristi delle band suonassero con gli occhi incollati a terra, come se si stessero guardando le scarpe (to gaze = fissare, shoe = scarpe... E sti cazzi quanto siamo accademici oggi). Non stavano però guardando il mocassino hipster, quanto piuttosto tenevano d’occhio i pedali di effetti per chitarra da usare. Stavano fermi e con lo sguardo basso: un po’ perchè erano dei depressi cronici ma sopratutto perchè dovevano sconvolgere il loro suono con un milione di modulazioni. Le chitarre dello Shoegaze dovevano suonare enormi, piene di riverbero e a volume esagerato. Qualsiasi nota doveva essere ingigantita, per creare un muro del suono su cui appoggiare quelle melodie cantate quasi sempre in maniera molto morbida. Si creava così un contrasto interessante. Non sto a spiegare oltre, allego brano della band Shoegaze per eccellenza: i My Bloody Valentine. D’obbligo lo scapocciamento lento.
P.s. Di band nel genere ce ne sono un’infinità, più o meno sconosciute. Ho solo voluto inquadrare un po’ la cosa, senza scendere troppo nei dettagli.
Se adesso, per qualche nuova moda a me sconosciuta, i fighetti fossero andati a recuperare questa band, guardate bene i musicisti qui sopra. Gente del genere a scuola era picchiata da chiunque, anche dai fan dei Nirvana. Per come erano vestiti, per la scogliosi ostentata, il fisico tisico e gli incensini profumati. Mi raccomando allora a non confondere chi della sfiga ha fatto uno stile di vita con chi ne fa una tedenza.
Regia, seconda foto:
Eccoli, giovani, pimpanti e vestiti come i modelli di Piazza Italia. I Silversun Pickups (SSPU) possono oggi essere definiti un gruppo Alternative rock, ma le loro radici sprofondano nello Shoegaze. La band nasce attorno al 2002 a Los Angeles, ed è composta da miss Nikki Monninger e dai gentiluomini Brian Aubert, Christopher Guanlao e Joe Lester. Non vi dico i ruoli per un motivo che vi spiego dopo la canzone. Volume a stecca, eh. (Oggi i contributi audio-visivi ci fanno godere tantissimo).
Insomma, una bella botta. Vi stupirà (o almeno, a me ha subito stupito parecchio) sapere che a cantare non è la dolce Nikki (Basso) quanto l’androgino Brian (Voce e chitarra, nella foto il primo a destra). Quella batteria pestatissima è invece opera di Christopher (il terzo da destra), mentre il tappetone di tastiere (anche loro effettatissime) è fornito da Joe (tutto a sinistra). Ho scoperto e iniziato a venerare i SSPU con questo pezzo, dopo averlo sentito nella colonna sonora di Sucker Punch di Zach Snyder. Qui non c’è il casino uniforme dei Bloody Valentine: la canzone ha una bella struttura definita, con un verso scarno per preparare alla spinta del ritornello. Il riff principale tiene su tutto da solo, prima con il basso poi con la chitarra che va ad unirsi. Sfido a tenere la testa ferma.
“And when you see yourself in a crowded room do your fingers itch, are you pistol whipped?”
Ovvero “In una stanza affollata senti prudere le mani, ti senti frustato?” (pistol whipped è intraducibile letteralmente, provate voi). Ovvero il disagio, ovvero il ritornello. Quando si parlava prima di chitarre ruggenti e muro del suono. La melodia del cantato potrebbe benissimo appartenere ad un pezzo pop, ma la voce di Aubert rende il tutto più interessante. Quel suo sospirato diventerà il marchio di fabbrica della band, che estrapola questa meravigliosa Panic Switch dal loro secondo album Swoon.
Dopo la classica gavetta delle band americane (parliamoci chiaro: erano amici di amici, si sono beccati a suonare e hanno tirato giù i santi: fine della biografia) rilasciano il loro primo ep dal nome improponibile: Pikul. Il lavoro suona malinconico e sognante. La traccia di apertura, Kissing Families, contiene anche la tenera e piccolissima vocina di Nikki. Il video che accompagna il pezzo è strepitoso. I ragazzi suonano in un salotto, cercando di evitare le infinite cazzate della bassista, che dolcemente stralunata, rischia di ammazzarli uno per uno. Il batterista evita di un pelo una palettata in faccia, Joe rischia di morire attaccato alla 220 per una birra versata su una presa della corrente. Il tutto mentre in cucina della roba va a fuoco e una violoncellista suona avvolta nel fumo dei toast. Il cantante, sfoggia un occhio nero, sicuramente opera della bassista. La ragazza inizia poi a levitare inspiegabilmente, mentre Brian la recupera tirandola per la maglietta (evento al quale sono evidentemente tutti abituati). Per concludere, Nikki si ingarbuglia tra i cavi dei milioni di effetti della band e cadendo fuori dalla finestra si tira dietro tutta la strumentazione, batteria inclusa. A terra se la ride contenta e non puoi volerle male. Tornando ai pezzi: Pikul suona molto vero, la produzione del disco è essenziale. I brani sono semplici e melodici, la band è ancora insicura sull’acceleratore. Spinge tanto nei bridge e ogni tanto crea atmosfera con qualche suono più ricercato o un arrangiamento particolare. I SSPU ci sono e non ci sono. Le canzoni sono già complete, il sound sta arrivando.
Carnavas è il primo disco vero e proprio della band. Il suono è finalmente completo: ora le chitarre sono distorte e raddoppiate in registrazione. La composizione dei pezzi non delude mai e la tracklist funziona dall’inizio alla fine. I Silversun non sono una band cattiva o particolarmente pestata, in questo disco però iniziano a tirare fuori i maroni. A pezzi più calmi si alternano brani energici, che con il passare degli anni prenderanno il sopravvento nella scaletta della band. Well Thought Out Twinkles è l’esempio di questo. La stessa band l’ha definito un punto di svolta verso un’ottica più rock e meno soft. I punti di forza, nel complesso: sono i riff, le dinamiche in continuo cambio durante i pezzi e la batteria isterica (sento una certa influenza del Dave Grohl dietro le pelli durante il periodo Nevermind). Oltre tutto questo la voce di Aubert, unica nel suo genere. O ti piace o la trovi fastidiosa. Rispetto a Pikul urla di meno ed è più intonato. Molti dicono sia l’album più bello della band, io mi permetto di dissentire.
Swoon è il disco con cui ho scoperto i SSPU. Lo ascoltavo in ripetizione, tutto il giorno: a casa, nelle cuffie, sempre. Rispetto a Carnavas non è nè più bello nè più brutto. Io lo preferisco perchè più incisivo. Ogni pezzo sa perfettamente dove deve andare. La composizione dei brani è matura, i ragazzi ormai conoscono i loro punti di forza. Gli arrangiamenti sono una buona rinfrescata al suono della band, esempio: gli archi in The Royal We. Christopher Guanlao suona la batteria con un gusto quasi chitarristico: rullate ben piazzate, piatti a riempire i vuoti delle corde degli altri due. Joe Lester si sente distintamente, i pezzi più melodici richiedono una tastiera ben presente e nella semplicità risulta efficace. It’s Nice To Know You Work Alone, insieme con Surrounded (Or Spiraling) rappresentano quell’unione perfetta di muro del suono, melodia e trasporto emotivo. É un dischio che invecchia benissimo, nonostante sia uscito 7 anni fa, rimane innovativo e qualcosa di difficilmente imitabile. La band ha ormai abbandonato ogni traccia di incertezza Grunge o simile degli inizi e fa musica: completa, affascinante, rabbiosa ma anche dolcemente malinconica, quando serve. C’era il rischio potesse essere il classico tipo di lavoro dopo il quale una band non ha più niente da dire per un po’.
Nell’attesa del terzo album, rilasciano un altro ep, dal titolo Seasick. Solo tre pezzi. Eppure con quei tre pezzi i SSPU fanno la sintesi della loro essenza. Quando voglio far conoscere a qualcuno il gruppo, dico loro di ascoltare questo ep. I brani contenuti sono in realtà degli scarti di Swoon, che però suonano in maniera impressionante. Quello che probabilmente li ha esclusi dall’album è stato il fatto di suonare troppo bene. Sembra io abbia appena detto la cazzata del secolo, ma a posteriori si ha quell’impressione. Se Swoon avesse avuto questi tre pezzi non avrebbe suonato bene da capo a coda e viceversa. Sarebbe stato un bell’album con tre pezzi veramente belli. Invece così è un lavoro uniforme, sensato da ascoltare per intero e dal sound costante. Seasick, la title-track, è un crescendo emozionante di arpeggi di chitarra: inizia in sordina per arrivare ad esplodere con la band al completo, un ostinato di piano elettrico nell’ultimo ritornello, forse un po’ troppo basso di volume. Verso la fine rallenta ancora, per farci atterrare senza rimbalzi sulla pista. Broken Bottles è probabilmente il mio pezzo preferito della loro intera carriera. É da ascoltare facendo head-banging, aggrappandosi alla propria birra e cantando a squarcia-gola:
Dear God, can I cut in line? Dear God, am I wasting my time?
Bellissimo. Lacrimoni. Da segnalare il siparietto creatosi tra i fan della band nei commenti su youtube: il buon Brian, forse troppo preso dal pathos del pezzo, canta “Broken Bottles” così da far intuire “Broken Butt-holes” (Culi sfondati, ndt). Una di quelle cose che non riesci più a non sentire. Ribbons & Detours è un viaggio da fare con gli occhi chiusi. Chitarra e voce. Cassa elettronica appena accennata. Tappetoni. Tappetoni di tastiera ovunque. Seasick sarà solo un EP ma è 10/10.
Nella foto sopra: Brian è imbarazzato per i troppi complimenti che sto facendo alla band. Allora nel nome della migliore tradizione dei blog di musica dico qualcosa di spietato: Brian è stempiato. Inoltre senza la barba è inguardabile. Bom, fine delle critiche.
Neck of the Woods è l’ultima fatica della band. É probabilmente il disco più aggrssivo, in termini di suono ma sopratutto per l’mmediatezza dei pezzi. Sono più diretti, meno complessi rispetto agli album precedenti. Prende una direzione nuova, inserisce dell’elettronica, sperimenta in un campo dove non siamo abituati a sentirli sperimentare. Ma pochi cazzi, sono sempre loro. Rispetto agli altri lavori forse è un po’ meno coeso, ha tante sfaccettature. C’è da dire che i pezzi pestati, pestano come non mai: es. Mean Spirits. Bloody Mary è melodicamente azzeccatissima ed entra in testa immediatamente. Dots and Dashes ha molto di elettronica, però filtrata attraverso l’intera band. Potrebbe ricordare la ripetitività rassicurante dei Placebo?. É un bellissimo disco, forse meno fascinoso degli altri perchè più semplice, ma questo non può essere una colpa. Ascoltandolo, il fan medio ha già rivalutato Swoon mettendolo al pari di Carnavas, mentre prima Swoon era inascoltabile. Insomma, solito discorso. Diamo al disco un altro anno, lasciamo esca il prossimo e lo ingloberemo tra gli album di diritto dei Silversun Pickups.
In concomitanza con una raccolta di singoli esce Cannibal, nuovo inedito. Diverso da quello a cui ci avevano abituati, con più Elettronica e ancora meno Shoegaze ma con un tiro infinito. Bello anche il video, senza senso ma molto wide screen e ci piace.
CONCLUDENDO: Amo alla follia questa band, adoro come le loro canzoni possano essere ascoltate come sottofondo durante la giornata e comunque lasciarti qualcosa. Trovo fantastico sopratutto il loro impegno nella costruzione del sound e nella composizione di dischi così solidi. Spero di aver fatto scattare un po’ di curiosità in chi leggerà queste righe. Curiosità per una band che qua in Italia è molto sconosciuta. Vari social network dicono che i SSPU siano tornati in studio e abbiano anche già finito di lavorare e stiano provando. Dopo la pausa maternità di Nikki e il best of e tutto questo silenzio ho di nuovo bisogno di vedere i quattro sul palco a pestar pedali e far muovere teste.
Grazie per la lettura e a presto!
Le Signore della Canzone - Pt.3
Avete mai visto Game of Thrones? Io no. Comunque, la prossima cantante, da quanto ho capito ha dato la musica ad un promo della quarta stagione dello show. Come l’ho scoperta io?
Sono le 4,30 di notte: le birrette del discount post-film iniziano a fare il loro effetto. Lo sguardo è vitreo, la mente annebbiata. Youtube fornisce la colonna sonora. Tra i video correlati della non-allegrissima playlist compare questa anteprima. E che non ci clicchi sopra?
Ribadisco, sono le 4,30 di notte. Guardo il video di Feral Love restando attaccato allo schermo. C’è della gente strana, maschere da coniglio, moncherini. Un po’ mi prendo male, è normale. La canzone è un lento crescendo, rotto a metà da uno slide di chitarra, così freddo da far accapponare la pelle. Suoni ambient, elettronica oscura e martellante e una voce che risuona come in una cattedrale. Una donna dagli occhi completamenti neri come quelli di un corvo e l’outfit degno di Ozzy Osbourne.
Chelsea Wolfe. Classe 1983. Eccola in una foto dove sembra la cugina Goth di Lana del Rey. Visto? Quando non si veste come Burzum è anche molto carina. Personalmente, la trovo carina anche quando si veste come Burzum, ma quelli sono problemi miei.
Questa Lupacchiotta ne ha fatta di strada e di dischi: Mistake in parting (2006), da lei definito “vergognosamente brutto” (Acoltatelo e ditemi quanti album altrettanto brutti vorreste sentire dopo), The Grime and The Glow (2010), Apocalypsis (2011), Unknown Rooms: A Collection of Acoustic Songs (2012) e Pain is Beauty (2013) di cui la copertina sopra. Perchè la discografia integrale? Perchè è interessante: il primo disco non centra una mazza con gli altri. É cantautoriale, morbido, malinconico ed anche dolce. La voce di Wolfy è un tocco di classe. Ora decisa, ora sottile. Il disco è ben prodotto. Per qualche inspiegabile motivo, a Chelsea fa cagare. Nonostante avrebbe potuto benissimo proseguire per quella strada (la gente adora quel disco, io per primo) decide di cambiare rotta.
E deo gratias. Dal disco successivo inizia la sperimentazione. La chitarra si distorce verso il noise, la batteria scandisce lenta il tempo di canzoni strascicate e contorte. Tutto il disco suona sporco, grezzo, analogico e volendo anche sbagliato. Apocalypsis si distanzia ancora di più dalle origini. La prima traccia strumentale, con versi, rumori e colpi, suona satanica anche senza suonarla al contrario. Da ascoltare con tutte le luci accese. Scopri così come questa Lupetta all’apparenza innocua abbia tra le sue influenze anche un bel po’ di black metal, doom e qualcosa di più classico (come i Black Sabbath). Divisa insomma tra due anime: la voce angelica e l’attitudine da darkettona.
La quadra si trova con Pain is Beauty. Ben mixato e prodotto. Pulito, ma pieno di bassi e di oscurità, di riverberi e di mascara. Dentro c’è anche qualcosa di New wave, che ci piace. La voce di Chelsea sembrerebbe essersi stabilita su un timbro brillante, mai troppo spinto sulle dinamiche. Affascina e rassicura quando la musica si fa particolarmente inquietante.
É forte la ragazza. Sta sviluppando una certa estetica dell’inquietante, sia nei brani che nei video. Unisce elementi di “attrazione e repulsione“, come avevo sentito fare per un survival horror di qualche anno fa (Silent Hill 2). Tutto il fascino di questa artista così particolare, unito ad un carattere timido e gentile come sembra trasparire dalle interviste. Ciliegina sulla torta: il teaser di un album (Abyss) annunciato per il 7 agosto 2015, che si preannuncia come una sintesi di tutto quello che c’è stato, più la solita evoluzione. Gigantesco primo singolo estratto Iron Moon:
Eccoci arrivati dunque alla fine di questa mia Top 3. Non in ordine di preferenza quanto appunto dalla più accessibile alla più sperimentale. Dalla più luminosa alla più oscura. Grazie per la lettura! Nella speranza di aver fatto scoprire a qualcuno qualcosa di nuovo concludo con le menzioni d’onore: Kat Frankie australiana trapiantata a Berlino
Imogen Heap si quella di Hide&Seek. Polistrumentista della madonna e talento indiscusso dell’alternative Inglese
Fiona Apple sopravvissuta agli anni ‘90 e giunta fino a noi un po’ acciaccata, ma con gli stessi occhioni e la stessa voce
Pt.1 http://ginka-writing-stuff.tumblr.com/post/118146238041/le-signore-della-canzone-pt-1
Pt.2 http://ginka-writing-stuff.tumblr.com/post/118146433211/le-signore-della-canzone-pt-2
Le Signore della Canzone - Pt.2
Sull’onda dell’entusiasmo per l’uscita e il passaggio in radio di What kind of Man, sono andato a cercare tra le mie conoscenze musicali altre colleghe della Signorina Welch. É stato così che una vecchia amica è riaffiorata alla mia memoria.
Questa volta non centra nessun Kebabbaro. Parliamo di Dark Souls. Vi ricordate dell’RPG più bastardo degli ultimi anni? Sempre al passo con i tempi, anche per quanto riguarda il gaming, lo giocai con più di un anno di ritardo. Dopo un miliardo di morti e altrettante incazzature, lasciai felicemente perdere, convinto che fosse un capolavoro videoludico a cui io non sarei mai riuscito a star dietro, causa pippaggine. Il mio amico Sandro, diversamente, lo finisce con tutte le classi disponibili e lo esplora in lungo e in largo. Proprio quando il suo fuoco di passione sta però per placarsi, il destino beffardo e la From Software ci offrono Dark Souls 2. Io, lui e millemila altri disperati torniamo sotto le armi. Ma ecco che dove meno te l’aspetti, ti becchi la cantautrice.
Nadine Shah, Inglese di origini Pakistane. Pianista e cantante. Cosa centra questa bella signorina con un videogame Brutto e Cattivo come Dark Souls? Nel 2013 al Tokio Game Show viene presentato un trailer del gioco montato sulle note di Aching Bones. L’abbinamento è stranamente efficace: mostri, spade e grotte oscure. E un bel po’ di morte. Terminata la visione ho come unico obbiettivo trovare il nome dell’autrice del brano e internet non delude.
Il tutto risulta ipnotico ed inquietante. L’intera canzone è basata su un accordo dissonante ripetuto all’infinito. Nadine sembra cantare un mantra, o evocare chissà cosa ad un sabba. Mi sono bombardato le orecchie con questa canzone fino a non poterne più. Aching Bones suona abbastanza solitaria nel repertorio della cantante, che non ha ancora replicato un sound altrettanto inquieto. I restanti pezzi di Nadine Shah (ha all’attivo solo due album, di cui l’ultimo Fast Food del 2015) non sono così immediati, anche grazie al suo timbro vocale piuttosto particolare. Nadine Shah è una cantante soul, lontanissima dal divismo, immersa nelle sue composizioni. Tutto ruota attorno alla sua voce, anche a costo di annullarsi nella semplicità. L’impressione che ho ascoltandola, è che la ripetività dei pezzi voglia indurre una sorta di Trance in chi li ascolta. Le canzoni non brillano in composizione, quanto piuttosto in atmosfera ed esecuzione. Il primo disco Love Your Dum and Mad è una fetta di cuore della cantante. Ispirato dalla perdita di due amici della Shah, l’album parla di ossesioni, gelosie, ansie e più in generale di disordine mentale. 50 minuti che si lasciano ascoltare tutti di fila, mentre i pezzi ci trascinano in un universo malinconico e grigio.
Non è qualcosa che ascolti così a cuor leggero. Però merita: per il sentimento, la sincerità e l’unicità di una voce come quella di Nadine. Forse tutta questa oscurità e introspezione la limitano un po’, ma di certo non si tratta di una manovra commerciale. Lei canta quello che vuole cantare, senza neanche fare troppo caso al pubblico. É musica terapeutica, per l’esecutrice quanto per l’ascoltatore.
Il filo conduttore tra Nadine Shah, Florence Welch e la terza Signora della Canzone che dobbiamo ancora conoscere è quello di avere tutte un nuovo album previsto per il 2015.
La Shah è l’unica ad essere già uscita con il nuovo lavoro (Aprile 2015). La title track Fast Food è un buon passo verso un futuro di crescita artistica. In questo brano e altri la composizione si apre verso arrangiamenti per l’intera band, che non possono che valorizzare di più la voce della cantante. Il disco resta molto legato al precedente, ma è una bella conferma. Nadine ha sicuramente tante cose da dire e sono sicuro riuscirà a trovare il taglio stilistico più adatto. Come se non l’avessi sottolineato abbastanza: la voce. Come Nadine Shah, c’è solo Nadine Shah.
Spero in una bella tattica di promozione da parte della sua casa discografica e di vedere il suo nome tra le grandi di questi anni. Merita almeno quanto Daughter, se non di più. Sottovalutatissima.
Ed eccoci pronti per la terza parte e le menzioni d’onore. Siamo partiti dalla luce di Florence Welch, per attraversare il limbo grigio di Nadine Shah e sprofondare ora nell’oscurità:
Pt.3 http://ginka-writing-stuff.tumblr.com/post/118160445061/le-signore-della-canzone-pt-3

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Le Signore della Canzone - Pt.1
Questa storia inizia dentro un Kebabbaro vicino alla stazione della metro. Io e il mio amico Fabrizio ci troviamo lì dentro per recuperare abbastanza pizze per sfamare tutto il gruppo di gente che ci aspetta a casa. Più un Kebab per me, che a prendere la pizza dal Kebabbaro mi sento in colpa. Il locale lo conosco bene, di solito trasmette M2O sulla tv a schermo piatto appesa al muro. Di solito, ignorando la tecno da due soldi, i video risultano abbastanza godibili e scosciati. Ma quel giorno il destino ha in ballo per me qualcosa di grosso.
Eccola qua: Floriana. All’anagrafe Floriana e la Macchina (Florence + The Machine). In tutta la sua ramata bellezza. Il pezzo trasmesso è What Kind of Man. Il video allegato è la prima parte di una trilogia che ci mostra Floriana fare delle cose molto artistiche, tipo ballare con della gente e picchiarsi con qualcuno. Oltre che sfiorare la morte in un incidente stradale. Insomma, levato il videoclip, il pezzo inizia a martellarmi piacevolmente in testa. Lo canticchio in loop, probabilmente infastidendo il mio amico Fabrizio, che è però una brava persona e mi lascia fare.
Passa del tempo. Ripenso alla mia storia con Floriana e a come quando ai tempi sentì No Light No Light. A dirla tutta non mi colpì granchè, sarà stato il periodo o vai a capire. Dopo 4 anni dall’uscita di quel singolo, ad ogni modo, io la riscopro e mi innamoro. Spulcio ogni cosa che lei e la sua Macchina abbiano prodotto e trovo questa canzone:
Ginka, meglio tardi che mai. Per quanto mi riguarda, questa è La Canzone. L’arrangiamento è semplice senza essere scontato o minimalista. Il testo è diretto, con una melodia cantabilissima. Il crescendo dei fiati si fonde con la voce di Floriana, che se la grida di gusto, tagliente e dinamica. La botta live è notevole, anche grazie alle danze ipnotiche della bella Inglese e all’interazione che cerca di avere con il pubblico. Concludendo, un occhio al video. A me che sono sempre state sulle balle le coreografie e i balletti, qua non ho niente da ridire. Mi piace il set, perfetta la scelta di una chiesa. Mi piacciono loro che senza essere vestite da battone si fanno guardare molto volentieri e accompagnano la canzone con una certa eleganza e bravura. Mi piace l’acuto finale di Floriana, che porca puttana, fa vedere come si possa fare del Pop senza ammosciare tutti e sopratutto, con uno stile personale. Qualche tempo fa, avevo visto i Florence + The Machine inseriti in una top 10 ROCK di MTV. Per una volta mi trovo d’accordo con l’emittente: meglio una sonorità nuova e piena di energia, anche senza una nota distorta, piuttosto che le band flaccide riverberatissime, tristi a caso o fastidiosamente allegre come i Coldplay. Floriana e i suoi saranno pure degli Hippie, ma trovo sappiano tirare fuori le palle, quando serve.
Metà del merito è quindi della Macchina (Isabella Summers e soci, il complesso che accompagna Florence). Le loro composizioni sanno essere brillanti e ballabili oppure ipnotiche e talvolta malinconiche. Se come me, alle cose ci arrivate dopo anni, non posso che consigliarvi Florence Welch & Co. Forse meriterebbero ancora più riconoscimento di quello che già hanno, ma direi che in fin dei conti non si possono lamentare. Attesissimo il nuovo album 2015. Il primo singolo mi ha convinto, gli altri devo ancora elaborarli. Forse avranno più botta inseriti nella tracklist di tutto il disco Daje Florià!
Ma non è finita! Ho ancora una paio di signorine di cui parlare. Signorine decisamente più dark, ma non per questo meno interessanti.
Pt.2: http://ginka-writing-stuff.tumblr.com/post/118146433211/le-signore-della-canzone-pt-2
Spazio dedicato
“Ai miei tempi l’internet faceva rumore e se scrivevi il tuo vero nome su un forum tua mamma ti picchiava.”
Ma i tempi cambiano. Ora siamo tutti schedati: nome, cognome e foto profilo. Le immagini delle donnine nude si aprono alla velocità della luce e se il modem produce qualche suono, probabilmente sta per esplodere. Meglio, peggio? Ad ognuno la sua personale risposta, gelosamente nascosta come la cronologia di navigazione. Tutto sommato, io continuo a trovare Internet un posto divertente. Se c’è infatti qualcosa che mi fa incazzare, è quando questa rete infinita di computer e cervelli più o meno pensanti vuole essere presa troppo sul serio. Intendiamoci, credo nella rivoluzione della comunicazione e non nego di certo l’innovazione che ha portato nella vita di ognuno di noi. Però, ad essere onesti, siamo sempre noi. Con i nostri piccoli piacere personali, il nostro desiderio di sentirci apprezzati e meno soli. Sicuramente abbiamo ottenuto l’accesso a nuovi punti di vista e ad informazioni, se non attendibili, almeno alternative. Forse ora quello che scriviamo e condividiamo fa un po’ più rumore, stronzata o colpo di genio che sia. Alcuni con Internet riescono a lavorare, offrendo magari qualcosa di diverso dal solito. O qualcosa di esattamente uguale a tutto il resto, ma un po’ più “social”.
Nonostante le cose siano così tanto cambiate da quando per le prime volte aprivo Internet Explorer dal menù Principale di Windows ‘98, per me il web è rimasto quella cosa lì. Un’infinita bacheca di immagini profilo e nomi fittizi. Foto in bassa risoluzione, divertenti o affascinanti. Mp3 compressi fino alla morte. Articoli scritti da utenti coraggiosi, che allora erano gli unici “a capirci qualcosa di computer”. Un mondo tutto da scoprire, abbastanza vicino perchè un ragazzino lo potesse esplorare ma anche una piccola sfida da affrontare. Per trovare qualcosa e non perdersi troppo.E sopratutto un mondo da cui potevi evadere completamente, spegnendo il computer.
Internet non mi ha insegnato a vivere, eppure mi ha permesso di coltivare e far crescere le mie passioni. Musica, libri e cinema. Insomma: Canzoni, Storie e Personaggi. Detto questo, iniziando a scrivere questo blog, voglio riprendermi un po’ di quello spazio dedicato al piacere personale, uno spazio che può essere trovato quasi esclusivamente sul Web.
Iniziamo quindi: Niente post da 150 caratteri, nessuna recensione carica d’odio, nessuna petizione da firmare, nessuna scritta da decifrare per confermare di essere umani e nessun numero di telefono per proteggere il proprio account.
Solo quello che piace a me e che mi sento di raccontare e consigliare.