L’ultimo post di fuddenuain (ovvero cosa abbiamo imparato in tre anni di start-up)
Tre anni fa, più o meno in questo periodo, c’era una canzone che, come credo molti altri, non potevo evitare di ascoltare in modo compulsivo: Somebody that I used to know di Gotye. Ho sempre pensato che una delle cose più belle della musica è la capacità di riportarti indietro nel tempo, ricordarti un momento preciso, diventarne la colonna sonora. Il momento a cui mi riferisco è di quelli che determinano in modo assoluto un prima e un dopo. Nel mio, anzi nel nostro caso, il prima e il dopo della nascita di fuddenuain. Oggi, dopo tre anni esatti, quell’idea che rappresentò un nuovo inizio dopo la fine burrascosa della nostra precedente esperienza lavorativa, quel progetto ambizioso in cui tanto credevamo, diventare l’agenzia creativa di riferimento per chiunque operasse nel settore enogastronomico, segna con questo ultimo post l’atto finale della sua breve e purtroppo travagliata esistenza. E se c’è una cosa che questa esperienza ci ha lasciato, è senza dubbio l’esperienza stessa; un tesoro che ci sembra doveroso condividere con chi si appresta a intraprendere la nostra stessa strada, quella scoscesa ma allo stesso tempo inebriante del dar vita a una start-up.
Ecco, in ordine sparso, le 11 cose che abbiamo imparato in questi tre anni:
Cercare di realizzare un sogno, un’idea, un progetto, ti fa attingere a delle risorse, in termini di pazienza, resistenza e coraggio, che nemmeno immaginavi di avere. Il problema è che con il passare del tempo, quando le cose iniziano a farsi veramente difficili, i pilastri su cui si poggiano queste risorse, l’entusiasmo e la determinazione, iniziano a mostrare delle crepe. E quelli che un tempo erano impercettibili smottamenti, causati dalla stanchezza e dalle delusioni, diventano un terremoto che rischia di far crollare tutto.
Lavorare per te stesso, senza nessuno che ti dia ordini, che analizzi ogni tua scelta, che ti dica cosa devi fare e quando devi farlo, mette a dura prova la tua maturità e il tuo senso di responsabilità. Non è facile, ma c’è il vantaggio che se in un momento di frustrazione ti viene voglia di mandare a fanculo il capo, puoi stare certo che saprà comprenderti benissimo.
Quando metti su un’impresa ci sarà gente che vorrà lavorare per te, e qualcuno vorrà persino farlo gratis. Starà a te decidere che tipo di imprenditore (e di persona) essere, un avvoltoio che sfrutta le difficoltà degli altri, o un corretto e onesto essere umano. Nel primo caso, è probabile che ti andrà meglio dal punto di vista economico, ma a discapito dell’appagante sensazione di poterti guardare allo specchio senza trovare ombre alle tue spalle. Make your choice.
Fare l’imprenditore è qualcosa di completamente diverso rispetto a qualsiasi altro lavoro tu possa aver fatto prima. Ed è una cosa per la quale o sei tagliato, o non lo sei. Essere stato un lavoratore brillante non ti garantirà di diventare un ottimo imprenditore, e purtroppo non potrai rendertene conto se non quando sarà probabilmente troppo tardi.
Uno dei motivi per cui si mette su un’impresa è la prospettiva di guadagnare più soldi. Ecco, tieni intanto presente che già solo per darle vita hai bisogno di tirarne fuori un po’ per notaio e capitale sociale. Poi, per i primi mesi di attività, quando probabilmente avrai pochi clienti, dovrai tirarne fuori altri per pagare tasse, commercialista, contributi INPS per i soci (esatto, anche se si decide di non darsi uno stipendio perché non ci sono soldi per farlo) e non ho citato altre possibili spese come apparecchiature, cancelleria, affitto, utenze, etc. Poi finalmente arrivano un po’ di clienti, ma con loro ecco anche i fornitori, l’Iva, e tutta una serie di altre spese previste e impreviste. Ma la cosa più divertente in assoluto è che anche quando ormai hai deciso che non fa per te, che ti arrendi perché non ne puoi più di fare tanti sforzi solo per riuscire a malapena a coprire le spese e decidi quindi di chiudere, anche in quel caso ti servono i soldi. E non pochi. Chiedetelo a tutti quegli sciacalli travestiti da commercialisti, burocrati, notai…
Il numero dei soci di un’azienda è inversamente proporzionale alla percentuale di sopravvivenza della stessa. Quanto più aumenta il primo, tanto più diminuisce la seconda.
In un mondo ideale, le persone potrebbero fidarsi tranquillamente degli altri, sicuri che la correttezza sia una qualità apprezzata e rispettata da tutti. Nel mondo reale, purtroppo, viene spesso percepita come un segno di debolezza. La fiducia è qualcosa di enormemente prezioso e come tale va conquistata con il tempo e con l’impegno. Se non le date il giusto valore voi, non potete aspettarvelo dagli altri.
“Il cliente ha sempre ragione” è una delle più grandi idiozie mai partorite dalla mente umana. Ritengo altamente probabile sia stato un cliente con un ego particolarmente dopato a proferire tale oscenità, ma se così non fosse, spero almeno che all’autore di questa frase sia stato dedicato un girone dell’inferno ad hoc.
Il detto “ogni promessa è un debito” assume per chi fa impresa in Italia un nuovo e intrigante significato. Perché le promesse te le fanno gli altri, e sono tante e piuttosto variegate, ma indovina chi è che fa i debiti?
Uno dei rimedi migliori per le delusioni che inevitabilmente arriveranno è, come in molti altri aspetti della vita, l’ironia. Noi, ad esempio, avevamo creato una “lista merde” con tutti gli interlocutori che per i più svariati motivi erano venuti meno agli impegni presi o alla parola data (ben 45 in 3 anni, niente male). Dal super imprenditore emiliano che voleva farci curare il lancio di un progetto da 300 milioni di euro per il quale “è fatta, a giorni stappiamo lo champagne” al ristoratore napoletano che non lesinava i complimenti e le dimostrazioni di affetto finché non ha scoperto che rifare tutta l’immagina coordinata incredibilmente non sarebbe stato gratuito, passando per el hombre de negocios messicano che doveva creare una società di distribuzione per far sbarcare nel nuovo continente i prodotti dei nostri clienti o per il famoso cantante italiano dalla voce inconfondibile che voleva farci curare la comunicazione della sua azienda vinicola, abbiamo esplorato una fauna piuttosto eterogenea di “professionisti” del settore. Senza mai smettere di riderci sopra.
Nel momento in cui le cose dovessero andarti male, potrai dare la colpa alla crisi, al governo, ai mercati, ai competitor, ai clienti, agli altri soci, a Gesù, all’ISIS o alle scie chimiche, ma questo non farà che rendere più gravoso il peso del tuo fallimento. Semplicemente, a volte le cose non vanno come vorresti. Ma se ci hai provato, se ce l’hai messa tutta, allora non hai nulla da rimproverarti.
Ecco, ora avete tutto ciò che vi serve; non ci resta che augurarvi un sincero in bocca al lupo. E se qualcuno, leggendo, ha pensato “capirai che scoperta…”, beh, non potevi farti avanti e dircelo prima?!?
Da fuddenuain è tutto, linea alla regia.









