Se nell'opera di René Char la parola della poesia evoca la parola del pensiero in Eraclito, così come ci è stata trasmessa, lo dobbiamo, pare, a questo rapporto con l'origine, rapporto, nell'uno e nell'altro, ben poco fiducioso e stabile, ma lacerato e burrascoso. Senofane, senza dubbio più giovane di Eraclito ma come lui appartenente a coloro che Platone chiamava, con una tenerezza un po' ironica, i Vecchi, era uno di quegli aedi erranti che andavano di paese in paese e vivevano del loro canto; solo, ciò che cantava era già il pensiero, una parola che rifiutava le leggende degli dei, le interrogava spietatamente e s'interrogava, per cui quelli che l'ascoltavano assistevano a uno stranissimo evento: la nascita della filosofia nella poesia.
Nell'esperienza artistica e nella genesi dell'opera d'arte c'è un momento dove questa non è ancora che un'indi-stinta violenza che tende ad aprirsi e a chiudersi, ad esaltarsi in uno spazio che si apre ed a ritirarsi nella profondità della dissimulazione: l'opera è al lora l'intimità in lotta di momenti irri-conciliabili ed inseparabili, comunicazione lacerata tra la misura dell'opera che si fa potere e la dismisura dell'opera che vuole l'impossibilità, tra la forma in cui si coglie e l'illimitato in cui si rifugia, tra l'opera come indizio e l'origine a partire dalla quale non esiste mai opera, dove regna l'inattività eterna. Questa esaltazione antagonista è ciò che fonda la comunicazione e che infine assumerà la forma personificata dell'esigenza di leggere e di scrivere. Il linguaggio del pensiero, e il linguaggio che si dispiega nel canto poetico, sono come le direzioni differenti che questo dialogo originario ha preso, ma nell'uno e nell'altro, ed ogni volta che l'uno e l'altro rinunciano alla loro forma pacificata e risalgono alla sorgente, sembra che ricominci, in maniera più o meno « viva», questa lotta più originale di più indistinte esigenze, e si può dire che ogni opera poetica, nel corso della sua genesi, è ritorno a questa contestazione iniziale e anche, fin ché è opera, che non finisce di essere l'intimità della sua nascita eterna.
Nell'opera di René Char, come nei frammenti di Eraclito, assistiamo attimo per attimo a questa genesi eterna, a questo duro scontro presso l'anteriore, là dove la trasparenza del pensiero monta in superficie attraverso l'oscura immagine che la riveste, dove la stessa parola, subendo una doppia violenza, sembra chiarirsi attraverso il nudo silenzio del pensiero, pare inspessirsi, riempirsi della profondità parlante, incessante, mormorio dove niente si lascia udire. Voce della quercia, linguaggio rigoroso e chiuso dell'aforisma, così ci parla, nell'indistinzione di una parola prima, « madre fantasticamente travestita, la Saggezza dagli occhi pieni di lacrime», che, osservando il fregio di Lascaux, René Char ha identificato nella figura della « Bestia innominabile ». Strana saggezza, troppo antica per Socrate, troppo nuova anche, e da cui, tuttavia, malgrado il disagio che lo portava a respingerla, non lo dobbiamo credere escluso, lui che pretendeva, come garanzia alla parola, solo la presenza di un uomo vivo e che tuttavia, per mantenere la sua parola, è andato incontro alla morte.
Maurice Blanchot, La bestia di Lascaux