Lunedì citazionista #137
podcast di battiti di domenica 8 gennaio
Che salverei der Natale? Tutte, ma proprio tutte le puntate di Battiti del periodo. Quella citata è l’ultima.
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Lunedì citazionista #137
podcast di battiti di domenica 8 gennaio
Che salverei der Natale? Tutte, ma proprio tutte le puntate di Battiti del periodo. Quella citata è l’ultima.

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Lunedì citazionista #136
Everything is only an impression.
Anno nuovo, vita boh. Oggi è il mood è questo. Anyway, la citazione arriva - o penso che arrivi, non ricordo di ricordare bene - da un corto visto a un festival.
Il corto si chiama La parfaite e l’autrice è Hanako Murakami; come segnalato dal link è visibile a questo indirizzo inserendo la password “rosefluo”.
Lunedì citazionista 135
Sugli alti luoghi della mia città sono stati eletti alcuni idoli con culti molto feticistici. Questi idoli si chiamano: memoria e legalità. Comincio dalla memoria.
I feticci della legalità e della memoria inizia così. Non credo sia un articolo, dovrebbe essere un estratto di una pubblicazione degli Asini. Poco importa, meglio concentrarsi sulle sue riflessioni. L’autore è Luca Rastello.
Lunedì citazionista #134
Ormai siam quel che siamo. O sono. In ogni caso un susseguirsi - nella migliore delle ipotesi - di lunedì.
Una volta constatato tutto ciò, diamo a Cesare quel che è di Cesare: l’immagine di questo lunedì è una tavola di Igort da Quaderni giapponesi.
[Da quando ho preso un ereader inizio molti libri e finisco soltanto fumetti]
Lunedì citazionsita #133
«E io che colpa ne avrei?» «E tu come fai a non averne colpa?» «Tu non hai idea di quello che mi hanno fatto.» «Non me ne importa niente di quello che ti hanno fatto. Mi importa di quello che hai fatto a me. Di quello che hai fatto a tutti gli altri.»
Dave Eggers, da I vostri padri, dove sono? E i profeti, vivono forse per sempre?

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Lunedì citazionista #132
Arrivo un po’ in ritardo, non tanto perché ho visto Bella e perduta la settimana scorsa, ma piuttosto per colpa di Miguel Gomes e delle sue Arabian Nights.
Senza dilungarmi molto, qui c’è un’intervista a Pietro Marcello e il suo film è al cinema.
Lunedì citazionista #131
Avrei voluto postare una tavola di Gipi, dall’ultimo dei suoi fumetti che ho letto. Poi non avevo a disposizione una foto o una scansione decente con scarso impegno.
Quindi?, quindi Powell, residuo del ClubToClub del fine settimana.
Lunedì citazionista #130
NM: Ciao Gigi, ti scrivo dalla redazione di Napoli Monitor. Stiamo chiedendo ad alcuni personaggi pubblici di scrivere un breve endorsement in vista delle prossime amministrative. Un intervento per capire quale sia per loro il candidato ideale per palazzo San Giacomo. Ti andrebbe di partecipare? Grazie, a presto.
GD: Non ho capito.
NM: In primavera ci sono le elezioni per il sindaco di Napoli. Ti va di scrivere un breve editoriale per il nostro giornale in cui ci parli dei problemi della città e di chi ti sembra in grado di risolverli?
GD: Editoriale?
NM: Un articolo.
GD: Va bene una cosa sulla Terra dei Fuochi?
NM: Facciamo che ti intervistiamo noi? Che dici?
Il principio del terzo episodio di “A ciascuno il suo endorsement” di Napoli Monitor: l’imperdibile intervista a Gigi.
apa - mixtape & ascolti
apa from carlito mutante on 8tracks Radio.
Il mixtape si può scaricare da qui.
Il primo pezzo è dei Finland, che nonostante il nome sono norvegesi.
Sempre norvegese è la Hubro, l’etichetta cha ha fatto uscire il loro primo album Rainy Omen. Generalmente pubblica cose interessanti, tipo Erland Dahlen.
[il video, apparentemente montato da un criminale, è dei Big Beats Big Times]
Erland Dahlen è grossomodo un mostro, suona batteria, campanacci, seghe e altri aggeggi come il “Blossom Bells” costruitogli da Pete Engelhart. Blossom bells è anche il nome de suol disco.
Meno jazz, decisamente meno jazz, i Battles e il loro La Di Da Di (we like to party).
[i Battles accompagnati da Matias Aguayo, uno con la passione per la cucina]
Non lo sapevo mica che uno dei chitarristi dei Battles faceva parte dei Don Caballero. E di chitarra in chitarra si arriva a Daniel Bachman.
[embeddare un video con tumblr è diventato una paranoia]
In questi giorni di pioggia e di torrenti, River giustamente non è mancato.
Nella loro presentazione su bandcamp tirano fuori acidi e tropici. D’altronde nei Romperayo c’è Eblis (no, non siamo ai livelli dei Meridian Brothers).
Burn mi era piaciuto e Lest we forget what we came here to do non mi sta dispiacendo affatto. Seb Rochford (Polar Bear) è un altro di quei batteristi...
Un altro che sforna musica con una certa regolarità e spesso in compagnia è Colin Stetson. Il brano inserito nel mixtape proviene dal 2° volume del suo New History Warfare, ma io ci sono arrivato attraverso l’ultima uscita dei Late Night Tales curata da Nils Frahm.
[toh, è uscito anche in 7′‘ con questa copertina e secondo discogs il mix è di Ben Frost. Due volte a cavallo]
Symbols follow di Mutamassik inizia così, in mezzo a proclami di fede ruvida. Il disco è uscito per la Discrepant (stessa etichetta dei Romperayo). Il brano nel mixtape è meno massiccio, eh.
L’ultima volta che ho preso il treno per un viaggio di quelli facili facili, gli stessi viaggi che prevedono cambi a Paola, mi son messo a leggere quest’articolo sui Boards of Canada.
Tornato sull’isola mi sono reimpossessato dei loro album, e, sì, Tomorrow’s harvest adesso me lo porto spesso appresso (ss).
In un altro viaggio, più umano e in auto, ho sentito Max Richter alla radio. Il pezzo che trasmettevano doveva essere November da Memoryhouse. Il mix invece si chiude con un brano tratto da Sleep (’azz, esiste anche una versione di otto ore, the real buonanotte).
Buona notte, buoni ascolti.
Lunedì citazionista #129
La violenza sonora del rap è figlia di uno scontro di stili e dei nodi di associazioni che il pubblico collega a questi stili6, con l’MC a fare da maligno vigile urbano che orchestra incidenti.
6. Questi «nodi di associazione» li chiamiamo «pavlov» - unità di misura che indica tutto ciò che proviamo o pensiamo mentre ascoltiamo musica che abbiamo già sentito. I pavlov possono formarsi in tante maniere diverse quante sono quelle in cui possiamo appassionarci a qualcosa. Scopare sulle note di un certo disco ti farà amare quel disco per sempre (a meno che, ovviamente, la donna con cui sei stato quella volta in seguito non ti spezzi il cuore in migliaia di pezzetti, nel qual caso tu prenderai a pavlovizzare - sì, è anche un verbo - quel disco con il dolore e l’odio fino alla fine dei tempi). Da un punto di vista estetico, non dovrebbe accadere di pavlovizzare, ma l’esperienza ci dice che accade. Così capita che ci siano almeno due ragazzi di Boston ancora in vita al momento in cui scriviamo che, per esempio, non possono ascoltare, in nessun contesto, il lato A di In My Tribe dei 10.000 Maniacs senza provare delle sensazioni più intense di qualsiasi effetto ragionevolmente attribuibile ai Maniacs.
Le note. Quanto piacevano le note a David Foster Wallace?
Questa appena citata si trova in Il rap spiegato ai bianchi, scritto insieme a Mark Costello alla fine degli anni ottanta.
Non è facilissimo scrivere di musica, anzi direi che in pochi ci riescono. Certo, le parti brillanti non mancano e il libro, considerando il fenomeno di cui parla, è abbastanza vecchio, ciò non toglie che DFW per me non è tra quelli che ci riescono, o perlomeno non in questo libro.
Allora? Allora que siga el hype:

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MALPARIDO
Amigo guerrillero, ¡desmovilícese!
La pubblicità, la voce fuori campo di uno spot, recitava queste parole nel bel mezzo di una semifinale della Libertadores. Cúcuta – Boca Juniors.
[non ho trovato la pubblicità che cito - mi sarò inventato tutto? - magari questo video rende un po’ l’idea]
No, non ero in Colombia, ma in Argentina ed evidentemente la partita si giocava in Colombia (difficilmente la televisione argentina avrebbe trasmesso un simile messaggio, non che... lasciamo perdere). Il Boca perse quell'incontro, però alla fine vinse l'edizione della Coppa Libertadores.
Ecco, quando ho saputo che il 23 marzo 2016 verrà firmata la pace tra il governo colombiano e le Farc, ho pensato all'invito rivolto all'amigo guerrillero (e anche a quel pecho frio di Juan Roman Riquelme che passeggiava in campo con la remera del Boca).
Strano posto la Colombia e strane associazioni le mie, finisco per ricordare, oltre al Cúcuta (certo), la cumbia, Carlos Valderrama e Gabriel García Márquez.
Da qualche giorno spunta fuori anche Pablo Emilio Escobar Gaviria: ebbene sì, mi sono sparato tutta la prima stagione di Narcos.
La serie, prodotta da Netflix e diretta da José Padilha (il regista di Tropa de élite, film vincintore dell'Orso d'oro: eh???), ha qualche problema, tra cui non necessariamente un finale già scritto (poi se uno (chi?, io?) non sa che la serie non è costituita da un'unica stagione, beh, questo problema non sussiste. Ne emergono altri, ahimè).
Narcos ha alcuni difetti di sceneggiatura, forse anche perché la storia di Escobar presenta delle difficoltà diciamo narrative: molto brutalmente la realtà di quelle vicende e di quel personaggio si fottono la fiction.
Era difficile non confezionare (esclusivamente) un biopic su Pablo Escobar (per giunta reso da un impressionante Wagner Moura) e probabilmente non si va tanto lontano da quella forma cinematografica. Per quanto siano stati inseriti altri personaggi e linee narrative, Pablo Escobar si inghiotte tutto e tutti.
Finite le puntate le ho eliminate (plata o plomo?) dall'hard disk, dove però ho trovato un documentario su el Patrón. Ricordavo di avere qualcosa su di lui, ma sinceramente non sapevo bene di cosa si trattasse Pecados de mi padre.
Il padre peccatore del titolo è chiaramente Escobar, le cui vicende sono ricostruite dalla prospettiva del figlio. Il film si sforza di evadere la struttura del documentario storico e più che cercare una ricostruzione storica, Pecados de mi padre si sviluppa intorno a una riconciliazione storica, e probabimente lo fa senza limitarsi alla testimonianza.
Pablo Escobar e il relativo mito rimangono sullo sfondo. Il carnefice difficilmente potrà diventare un personaggio secondario, eppure il film sta dalla parte delle vittime, del suo stesso figlio e dei figli di alcune personalità da lui uccise. D’altronde come sostiene l’autore dell’ultimo lunedì, le vittime sono gli eroi della nostra epoca (no, non si è mai contenti) e sono loro a parlare e ad andare in scena, mentre Escobar riemerge, o meglio riecheggia qui e lì nelle intercettazioni telefoniche e nelle immagini di repertorio.Già, le immagini di repertorio... più o meno le stesse di quelle presenti anche in Narcos, sebbene impiegate con modalità/finalità diverse.
Generalmente di fronte a un documentario abbassiamo il livello di guardia, siamo portati a non mettere in discussione quanto è rappresentato nel e dal film. Si tratta di una forma di complicità bizzarra, qualcuno la chiama fiducia. Esistono documentari che si prendono beffa di queste convenzioni, ci giocano e le mandano in frantumi (the act of killing) o autori che si divertono a mischiare le carte e combinano finzione e realtà (Herzog, tanto per citarne uno). Non credo che Pecados de mi padre abbia intenti simili, non pretende né di decostruire (la realtà?) né di ricostruire (la finzione?), ma rivedendo le immagini dell’Hacienda Napoles più che pensare alla realtà, anzi ai fatti realmente accaduti, mi sono meravigliato. Invece del classico “ma allora è tutto vero!” (che è l’effetto ricercato in Narcos), borbottavo degli “ehm...???”. Certo, non arriverei a sostenere che è come quando vedi una partita in tv e ti ricordano dell’esistenza di un conflitto armato (suggerendoti, amichevolmente, di abbandonarlo), ciononostante un minimo di perplessità sorge.
Lunedì citazionista #128
Il soggetto agisce, l’identità è, e quindi più di tanto non può nuocere. [..] come non vedere quanto anche le identità possano essere omicide? Per di più senza promettere in cambio una trasformazione, ma piuttosto una conservazione. A che vale un’identità se non la si conserva? Chi perora per un’identità perora sempre per lo stato di cose presente, legittimato in nome di un passato nel migliore dei casi costruito, nel peggiore menzognero, in ogni caso spettrale.
Periodo, con qualche taglio, tratto da Stato di minorità di Daniele Giglioli. Calibre sostiene che si trovi a pagina 78, non so se ci sia da fidarsi.
Il libro di Giglioli non ha l’identità al centro del suo discorso - piuttosto l’attenzione è rivolta all’impotenza e i suoi effetti sulla capacità di agire - eppure mi piaceva questo passaggio.
***
Con non poche difficoltà (impotenza?), si riprendono le trasmissioni, provvisti di una nuova grafica acida (buona fortuna con i colori), ci si alza dalla poltrona.
Ah, considerando il contesto citazionista, la frase sulla foto - quella che un pubblicitariodercazzo chiamerebbe payoff - non è mia, ma dei Run the Jewels (Angel Duster):
who the hell do i think i am not
ruidismo, altro giro altro mix
Il download è disponibile qui.
Lunedì citazionista #127
Central Park, 1967 da American Odyssey
Mary Ellen Mark
Lunedì citazionista #126
Stop that pounding heart
Non so né come né perché, ma è diventato “Ferma il tuo cuore in affanno”.
Polemiche a parte, è il titolo dell’ormai penutimo (!) film di Roberto Minervini, trasmesso venerdì scorso dalla Rai (dovrebbe essere visibile in streaming fino a giovedì prossimo: qui il link di Rai replay, qui quello... beh, chi vuol capire...).

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Lunedì citazionista #125
‘nzitai l’aranciu amaru ca muddica
Uno dei versi della canzone Araziu stranu, dall’album Tu prenditi l'amore che vuoi e non chiederlo più di Cesare Basile.
un giorno speciale