Non incazzatevi coi vostri genitori se vogliono relegarvi in un posto fisso quando invece siete aquile.
Le vostre nemesi servono solo a testare la vostra determinazione.
Un genitore che rompe le palle perché crede che senza un posto fisso morirai di stenti sotto un ponte, è un genitore che non crede nelle capacità del figlio. E non ci crede perché lui per primo pensa di sé che non riuscirebbe in un’impresa di creazione personale (e professionale).
Per questo educa il figlio (anche inconsciamente) al terrore del fallimento, alla “sicurezza” del concorso e agli standard delle scimmie di sistema.
Per questo un figlio anziché avere la certezza di farcela, mette in dubbio se stesso e vive in guerra. Prima dentro di sé, poi con padre e madre.
Se inizi a capirlo cancelli certe convinzioni dalla tua testa. Cominci a guardare le sfide come trampolini.
Invece di lottare contro tuo padre, decidi di mostrargli quanto sei in gamba. Non per ripicca, ma perché lo sei, e basta. Invece di litigare ti metti a lavoro. Non importa se all’inizio dovrai fare trenta cose in un giorno. Avrai costantemente una zecca nel culo che ti dice che stai sbagliando, ma tu segui il tuo obiettivo (non nelle fantasie). Allenati agli insulti grazie a lui, perché quando arrivi in alto ne ricevi tanti.
Dimostra a te stesso che queste puttanate sono solo spinte che ti dicono di studiare, di prepararti, formarti, vedi tu come e dove, ma di certo ti incitano a vedere di che pasta sei fatto.
Lo stato cronico di scontentezza deriva solo dalla tua ostinazione a fingerti ciò che non sei. Ti costringi a seguire parametri non tuoi. Non capisci dove sta la differenza tra ciò devi risolvere e quello che invece devi abbandonare.
“Tratta la parola impossibile come motivazione”.
Le tue sfide sono le tue ombre. I genitori sono trampolini per superarle. Ma il salto spetta solo a te. Che tu lo faccia rovesciato, libero, carpiato, all’Esistenza poco importa.
Esci dalla guerra, scopri che ruolo hai in questa vita, e tuffati.