Anastasia il Musical Broadway Italia Trailer (2024)
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Anastasia il Musical Broadway Italia Trailer (2024)

Anya is live and ready to show you everything. Watch her strip, dance, and perform exclusive shows just for you. Interact in real-time and make your fantasies come true.
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anastasia italy's rearranged "quartet at the ballet" because everyone should hear it<3 translation of the translation under the cut if anyone's curious!
do not repost outside of tumblr!
some recent anastasia italy pics❄️
since the italian tour of anastasia closes - possibly forever - today AND celebrates 100 performances, here's the neva flows reprise, translation of the translation under the cut
since it's my birthday and i'm seeing anastasia again in a few days here's sofia caselli singing "in my dreams"❄️ translation of the translation below the cut

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anastasia italy highlights shared by the corriere della sera!
UN FIUME, UNA PIAZZA ED UN PONTE SUL BLU, E UNA VOCE SUSSURRA “CI VEDIAMO A TEATRO”
Se c’è una cosa, di me, che posso affermare con certezza, è che cerco di vivere la vita il più possibile sottovento: il mondo esterno deve rilevare la mia presenza soltanto lo stretto necessario. A volte, però, nel mio cervello, da qualche parte in mezzo alle citazioni dei Simpson, iniziano a ribollire idee molto fuori dal mio ordinario, per dar seguito alle quali devo necessariamente rendermi partecipe del consorzio umano. Sono idee così rare, ma così attraenti, da doverle assecondare per forza, anche se ciò significa uscire dalla comfort zone e dai pantaloni della tuta.
Lo scorso dicembre, dopo aver visto in Ancona il musical “Anastasia”, sono uscita dal teatro illuminata sulla via di Damasco, o quantomeno sulla via del parcheggio. Posto che in ogni caso mi sembrava un sacrilegio, un’eresia e una bestemmia l’idea di morire avendo ascoltato Sogni miei una sola volta nella vita, appena quattro giorni dopo avevo già comprato il biglietto per il bis a Bologna: poltrona supergold in seconda fila, perché ho uno stipendio e nessuna paura di usarlo. D’altronde, pure Anya canta “forse un giorno tornerò, il mio cuore lo sente”. Anche se in realtà io pensavo più alla sora Lella e al suo “ma famme magnà, ma che me frega”, che di solito è la frase con cui giustifico tutti i miei propositi economicamente più dissoluti.
Poi, a cascata, un crescendo di idee via via più ambiziose: e se facessi un disegno commemorativo dello spettacolo? E se me lo facessi autografare da Sofia Caselli e Cristian Catto, gli interpreti di Anya e Dimitri? E se ne facessi anche un altro da regalare a lei in persona?
Armata di matite e animata da un inusitato fuoco sacro, sebbene una vocina nel retro del mio cervello mi ripetesse “boh, ma magari invece t’arrestano, ti ricordo che hai dei trascorsi con la polizia di Bologna”, mi sono messa a disegnare. E al di là della riuscita del piano, aver avuto per un mese un progetto e un obiettivo da portare avanti è stato galvanizzante, in un’altrimenti paludosa esistenza di routine e miseria su quest’atomo opaco del male che è il mondo.
E, per quanto sia inelegante dirselo da soli, mi sono venuti bene. In realtà del ritratto ci sono stati due tentativi preliminari (con un medium diverso, i pastelli morbidi anziché le matite colorate, e ispirati a un’altra reference), accantonati con disdoro quando mi sono resa conto che nemmeno avendo fiducia nel processo avrei mai potuto dargli un senso; neanche di striscio, neanche per sbaglio: se mi fossi presentata con quelli, allora sì che mi sarei fatta arrestare. Considerato, peraltro, che a darmi supporto logistico e morale c’era l’amica a causa della quale anni fa i poliziotti mi presero le generalità, non mi sembrava un’ipotesi così peregrina l’idea di pernottare nella più vicina casa circondariale.
Alla fine, a disegni ultimati, mi restava giusto da capire, per andare dove dovevo andare, per dove dovessi andare, perché disturbare la gente fuori dai teatri non è la mia principale occupazione e quindi che ne sapevo io del dovecomequando. Ho fatto, al riguardo, un gran lavoro di intelligence: ho contattato su Instagram un paio di persone che li avevano già incontrati, ricavandone dritte preziose (cercare l’uscita artisti), e ho studiato sia l’ubicazione dell’Europauditorium su Google Maps, sia la sua planimetria navigabile in 3D. (a volte mi domando dove sarei potuta arrivare nella vita se avessi applicato questa determinazione a, beh, tutti gli altri aspetti della mia esistenza). La cosa ironica è che, nonostante tutti i miei encomiabili sforzi da recluta del KGB, se non fosse stata Sofia Caselli in persona a dirmi dove andare, starei ancora qui a chiedermelo.
Quando ho pubblicato i disegni su Instagram, col tag strategico e anticipando l’idea dell’autografo sperando di non apparire megalomane, il suo like, lo ammetto, rientrava nella sceneggiatura del film mentale che mi ero girata; il commento pure, ma già mi pareva tanta roba;
ai repost nelle storie confesso di aver vacillato;
quando poi mi ha scritto in privato, seee, ciaone proprio.
Ovviamente i messaggi diretti li tengo per me, perché c’è una cosina a cui sono affezionata che si chiama Costituzione che tutela la segretezza della corrispondenza ma, parafrasando per capirci, dopo averla ringraziata per i complimenti (lei che fa i complimenti a me, roba da matti), averle dato le scansioni e le foto originali tramite Google Drive (avendomene chiesta copia!) e averle detto che il ritratto avrei avuto piacere a regalarglielo se avessi potuto beccarla dopo lo spettacolo, mi ha detto che neanche lei sapeva di preciso da dove sarebbero usciti ma che l’avrebbe scoperto quella sera stessa, e che ci saremmo aggiornate.
Il giorno dopo, con l’adamantina convinzione di non scriverle per prima non volendo essere invadente, sussultavo a ogni ding del telefono. Ci ha pensato lei stessa a togliermi dall’imbarazzo e dagli evidenti complessi mentali che mi affliggono, scrivendomi per darmi le indicazioni e allegando persino una foto del posto. Google Street View scansate.
Ho portato lo sketchbook a teatro come immagino un medico trasporti con sé un organo da trapiantare: pronta a difenderlo a costo della vita, mia e di tutti gli altri spettatori. Ciò comunque non mi ha impedito di godermi per la seconda volta uno spettacolo strepitoso, che già io e i miei amici avevamo amato in ogni aspetto: su tutti le interpretazioni, e poi le canzoni (sebbene con i testi modificati rispetto al cartone; tuttavia credo che Viaggio nel passato mi piaccia di più in questa versione: “Cuore dimmi sì, dammi tu il coraggio / ora che il futuro è qui / mi hanno detto che scegli tu il tuo viaggio / ma non sempre va così”, cioè, che je voi dì a un verso del genere?), i costumi, le scenografie, i momenti e tempi comici — la scena in cui Vlad chiede di fermarsi perché Anya è stanca e non può proseguire e Anya che correndo li sorpassa come Steve Rogers sorpassa Sam Wilson ha fatto sonoramente spisciare entrambi i teatri in cui ho visto lo spettacolo.
Dopo la curtain call, mentre il resto del pubblico sciamava fuori verso il parcheggio, io e la mia amica, in missione per conto di Dio mio, abbiamo zampettato con aria finta blasé fino al punto di ritrovo. E in breve mi sono scoperta sopravento in una maniera che il mio piano, così accuratamente ideato, non era arrivato a contemplare: cioè i due performer che mi chiedono di vedere il disegno, e il primo che si congeda dicendo “Un giorno disegneranno anche me” e l’altro che “Io l’ho già visto perché me l’ha fatto vedere Sofia”. Ecco, questa cosa, da umile disegnatrice nella vigna del Signore, mi ha fatto sbarellare: sapere che li ha mostrati ai colleghi dietro le quinte.
Quando poi è uscito Cristian Catto io ero così concentrata sul dovermi ricordare di dare il ritratto (e le stampe) a Sofia che per un istante mi sono dimenticata che puntavo anche al suo autografo. Sono tornata presente a me stessa appena in tempo, così scongiurando quella notte lo svegliarmi di soprassalto come Kronk col contadino alla locanda che non ha pagato il conto. Ho balbettato qualcosa mentre mi passava davanti (e con lui mi stava passando davanti ben metà del mio piano diabolico), e lui mi ha riconosciuta come “la ragazza che ha fatto il disegno, è bellissimo, grazie! Così è ancora più figo”. Cioè, ma di cosa stiamo parlandoooooo?
È stato carinissimo davvero, ma non mi aspettavo niente di meno perché le persone con cui avevo parlato su Instagram mi avevano detto che erano tutti tanto gentili e tanto disponibili. Ne abbiamo approfittato per toglierci il dubbio che attanagliava la mia amica, violinista di professione, cioè se effettivamente ci fosse (e dove) l’orchestra dal vivo. Cristian ci ha spiegato che ovviamente portarsene una intera dietro non è fattibile, per un tour e un allestimento di quelle dimensioni, ma che comunque ci sono cinque elementi che suonano live, di lato del palco. Insight teatrali di un certo calibro, e scusate se è poco.
E poi lei, la granduchessa in persona, Sofia Caselli.
Ora, Sofia, se possibile, è quasi più carina di quanto è brava, e chiunque abbia avuto la fortuna di vederla esibirsi saprà che è tutto dire. Per questo ci ho tenuto a ribadirle che è stata di una gentilezza unica, non tanto per l’apprezzamento verso la mia “arte”, ma anche per avermi dato corda in quel modo, perché è andata ben oltre quanto fosse tenuta a fare (e, badate, non era tenuta a fare alcunché).
Mi si conceda un glorioso momento sbarello: sentire, con le mie very orecchie, la stessa voce che solo poco prima sul palco ha aperto a tutti le porte del Paradiso dire cose come “Meraviglioso, è una cosa stupenda, sei bravissima”, è stata una botta di autostima che mi basterà fino al momento in cui sarò trapassata e remota e avrò fatto disperdere le mie ceneri davanti all’uscita artisti dell’Europauditorium.
Ma il glitch vero e definitivo è stato quel “Me lo firmi tu, per favore? Devo ricordarmelo nei secoli dei secoli”. Ho pensato “cioè, si sta ribaltando la situazione” e ho scarabocchiato sul ritratto un Ale 2026, che a ripensarci sembra che mi dovessi candidare a sindaco in qualche elezione amministrativa ma oh, questo è.
(comunque, né lei né Cristian hanno diritto a essere contemporaneamente così bravi e talentuosi e così carini e coccolosi, pertanto spero che di quando in quando parcheggino la macchina in divieto di sosta per riequilibrare l'universo)
Ribaditi i complimenti, avendoci chiesto se ci fosse piaciuto lo spettacolo, e con la sottolineatura che diversamente da Ancona, che stavo sulla piccionaia, stavolta almeno ho potuto vedere le espressioni facciali e, mannaggia a loro, sono bravi pure in quel campo, ci siamo congedate. Io, con il fermo proposito di avere quella serata come mio unico argomento di conversazione per i mesi a venire.
Il giorno dopo, sul Frecciarossa di ritorno, mentre origliavo la conversazione di una comitiva di sciure dirette a San Benedetto del Tronto per intraprendere il cammino della Sirena Mitì, un ulteriore e inaspettato tag nelle storie, causa di un ultimo, notevole, scompenso oculistico-cardiaco-maxillofacciale (insomma, occhi a cuoricino e sorriso ebete).
Sebbene sia già tornata a vivere sottovento, sbracata sul divano coi pantaloni della tuta e le pantofole di Homer Simpson, com'è nel naturale ordine delle cose (almeno fino alla prossima idea folle), sia messo a verbale che per una sera ho navigato col maestrale. Ed è stato grandioso.