Non è Vannacci, è la rottura: il tradimento europeista di Meloni
Seconda di tre parti. Nella prima — «Vannacci, le regole cambiate in corsa: lo sgambetto del «Melonellum»» — ho mostrato come il centrodestra abbia cambiato la legge elettorale contro Futuro Nazionale, favorendo Azione. Ora andiamo alla radice: perché quella mossa rivela il vero baricentro del governo.
Non è Vannacci, è la rottura
Futuro Nazionale cresce di 1,2 punti in un solo mese, e Vannacci segna l'aumento di gradimento più marcato tra tutti i leader. Numeri che dicono qualcosa che va oltre la persona del generale, e vale la pena essere espliciti su questo. La simpatia che esprimo non è per l'uomo, né per un programma che condivido solo in parte. La riconoscerei a chiunque riuscisse a imprimere uno scossone al cul-de-sac in cui ci stiamo cacciando — a un movimento come AfD in Germania, o a qualunque altra forza che si ponga criticamente contro la guerra in Ucraina e contro la corsa al riarmo. Ciò che merita rispetto è la funzione di rottura, non l'etichetta che la porta.
La posizione bellicista è la più falsa e la più distaccata dalla realtà che la politica europea esprima oggi. Lo è in modo doppio: perché costruisce e inasprisce un conflitto presentandolo come difesa, e perché lo fa pretendendo di leggere il futuro — l'aggressione russa ai Baltici «dal 2027», la guerra come orizzonte ineluttabile attorno a cui ridisegnare bilanci e società. Una classe dirigente che organizza la vita di un continente attorno a una guerra che dichiara inevitabile non sta interpretando la realtà: la sta forzando. E forzare la realtà è il contrario esatto del compito di chi governa, che dovrebbe leggere i tempi degli uomini e accompagnarli, non plasmarli a tavolino contro la loro naturale predisposizione.
La persona ha un destino che non è materiale disponibile, manipolabile, riprogrammabile secondo una tabella di marcia: è intangibile, e proprio per questo fonda un limite a ogni potere. Chi non ne tiene conto, chi tratta l'uomo e i popoli come variabili da riconfigurare — sul riarmo, sull'identità, sulla salute, sul clima, sui costumi — si pone in una posizione di pericolosità oggettiva, perché ha smarrito la misura di ciò che gli è dato governare. È qui che si riconosce oggi la classe politica cosiddetta "europeista", in deriva cronica. Chi vota un'alternativa di rottura, nella maggior parte dei casi, non possiede una controproposta tecnica su ciascun dossier. Avverte però, con nettezza, di essere governato da decisioni prese altrove, in nome di una necessità che non ammette discussione. Quel voto è la forma elettorale di un'obiezione di metodo — e, prima ancora, di un'obiezione ontologica.
Il vero tradimento non è a destra di Meloni, ma dentro Meloni
Il governo Meloni si presenta come sovranista, ma sul terreno che conta di più — la guerra e il riarmo — ha scelto una linea di fatto allineata all'Unione e agli altri leader europei. La premier partecipa con regolarità alle videoconferenze della Coalizione dei Volenterosi a guida Macron-Starmer: c'era il 24 febbraio 2026 per il quarto anniversario dell'invasione, accanto a Zelensky e con la sedia americana vuota; c'era ad agosto 2025 alla vigilia del vertice di Washington, quando il governo italiano ha fatto scudo europeo attorno a Kiev. La linea italiana, in quelle riunioni, è quella europeista, e segue le posizioni di Francia, Regno Unito e Germania: mantenere la pressione collettiva sulla Russia, sostenere le sanzioni, accompagnare il sostegno a Kiev. È il campo del riarmo continentale, non quello della distensione che pure l'amministrazione americana, su Mosca, prova a perseguire. Ed è esattamente la linea che Vannacci imputa all'alleanza dominante, presentando Futuro Nazionale come la vera destra contro un centrodestra corresponsabile delle stesse politiche europee, green e di spesa.
Questa scelta la Meloni l'ha intrapresa da subito, non oggi. Il primo formato dei «volenterosi» si riunisce a Lancaster House il 2 marzo 2025, poche settimane dopo il discorso di JD Vance alla Conferenza di Monaco — il momento in cui molti sovranisti, me compreso, custodivano ancora la speranza che l'America di Trump rompesse con l'establishment liberale europeo. Già allora, mentre Vance segnalava una direzione diversa, l'Italia sedeva nella stanza europeista. Non è incoerenza occasionale: è una postura sostanziale, mascherata da opportunismo tattico. Lo si vede nel distinguo che la premier coltiva con cura — il no all'invio di truppe italiane in Ucraina, ribadito a ogni vertice, e la scelta di collegarsi da remoto coordinandosi con Berlino — che le consente di apparire prudente senza mai uscire dal perimetro.
La riprova è arrivata a giugno 2026, e va letta senza sconti in nessuna direzione. Sull'Iran, la Meloni ha negato agli Stati Uniti l'uso delle basi italiane per colpire Teheran, replicando a Trump che «l'Italia è una nazione sovrana»: un gesto sovranista, autentico, che ha provocato lo scontro pubblico più duro tra i due. Ma proprio questo episodio illumina il meccanismo: quando le conviene si smarca, quando le conviene resta. Su Iran fa la sovranista; su Russia, riarmo e sanzioni resta dentro il campo europeista. Non è una bussola, è un opportunismo che cambia rotta a seconda del vento elettorale e mediatico, e che nella sostanza non ha mai abbandonato la linea di Bruxelles. Per chi l'ha votata in nome di una rottura con il pensiero unico, questo è il tradimento più profondo, perché è il più silenzioso.
Il "MES militare": la sovranità che si firma in prestito
La prova materiale di questa adesione ha un nome tecnico: SAFE, Security Action for Europe, il primo pilastro del piano ReArm Europe poi ribattezzato Readiness 2030. È uno strumento da 150 miliardi che la Commissione raccoglie sui mercati e gira agli Stati sotto forma di prestiti — non trasferimenti a fondo perduto, ma debito da restituire in 45 anni, con dieci anni di tolleranza iniziale. L'Italia vi ha aderito già a fine luglio 2025, nonostante le riserve dello stesso ministro Giorgetti, con un massimale assegnato di 14,9 miliardi. È debito che si contrae per armarsi, presentato come un risparmio di bilancio.
SAFE : le plan de financement de la guerre en europe
Adopté par le Conseil de l’Union européenne le 27 mai 2025, SAFE (Security Action for Europe) est le nouvel instrument financier de l’UE conçu pour fournir un soutien financier aux États membres afin d’accélérer la préparation… pic.twitter.com/MRMNR67nwS
— Réseau International (@reseau_internat) June 30, 2026
Il meccanismo merita una lettura politica, non solo contabile, perché è qui che la dipendenza finanziaria diventa vincolo. Chi accede a SAFE accetta tre lacci: il principio dello «spendere europeo», che impone almeno il 65 per cento dei componenti da industrie dell'Unione, dello Spazio economico europeo o dell'Ucraina, comprimendo al 35 per cento l'apporto esterno; l'obbligo, in linea di principio, di acquistare in cooperazione con almeno un altro Stato; e un monitoraggio di Bruxelles che, come ha osservato il senatore Claudio Borghi, accompagnerebbe l'Italia per circa quarant'anni. Non a caso i critici lo hanno definito un «MES militare»: come il Meccanismo europeo di stabilità, offre condizioni apparentemente favorevoli — tassi agevolati, esenzione IVA — in cambio di una sorveglianza di lungo periodo e di un indirizzo predeterminato della spesa. Si firma un prestito, e con esso si firma la rinuncia a decidere da soli come e dove armarsi.
Vi è un dettaglio che svela la natura del legame. A giugno 2026 l'Italia non aveva ancora firmato l'accordo esecutivo, e ragionava se ridurre la richiesta, dirottando parte delle risorse sulla sicurezza energetica grazie a una deroga concessa da Bruxelles. È la fotografia di uno Stato che non negozia da pari, ma chiede flessibilità entro un perimetro disegnato altrove. L'adesione pratica alla linea UE non rafforza la sovranità italiana: la impoverisce, trasformando una scelta strategica in una concessione amministrativa. E un governo che si dichiara sovranista mentre contrae debito vincolato per allinearsi a un programma di riarmo deciso a Bruxelles esercita, ancora una volta, una sovranità soltanto dichiarata.
L'ossessione, il rischio e il contrappeso che è caduto
Il quadro continentale rende questa adesione più grave, non meno. Il piano Readiness 2030 mobilita oltre 800 miliardi di spesa per la difesa attorno a una narrazione precisa: l'intelligence di più Paesi avverte che la Russia sarebbe pronta ad attaccare un Paese baltico a partire dal 2027, e su questa ipotesi si costruisce l'urgenza di armarsi, integrare gli eserciti, prepararsi. Una società intera viene riorientata attorno a una guerra futura presentata come certa, e questo è precisamente il rovesciamento che denuncio: non la realtà che impone la politica, ma una politica che fabbrica la realtà di cui ha bisogno per legittimarsi. L'ossessione anti-russa non è analisi, è dispositivo.
In questo scenario, la Meloni ha abbracciato l'Unione senza esercitare giudizio, e il termine di paragone più eloquente è appena scomparso. Il 12 aprile 2026 Viktor Orbán ha perso le elezioni dopo sedici anni, battuto da Péter Magyar e dal suo Tisza con una maggioranza dei due terzi. Si può pensare ciò che si vuole del modello orbaniano, ma su un punto Orbán esercitava una funzione che oggi manca: poneva veti, frenava i 90 miliardi di aiuti a Kiev, costringeva il consenso a misurarsi con un'obiezione interna. Con la sua caduta, il contrappeso sovranista anti-UE nel Consiglio europeo è stato smantellato, e Bruxelles ha salutato apertamente il ritorno dell'Ungheria «nel cuore dell'Europa», cioè nel solco dell'aiuto a Kiev e delle sanzioni a Mosca. La Meloni, che avrebbe potuto raccogliere quella funzione di contrappeso, ha scelto invece di restare nel perimetro — congratulandosi con il vincitore e ringraziando «l'amico Viktor» con la freddezza di chi volta pagina. Ha preferito la burocrazia dell'Unione al proprio popolo, e con essa il rischio del militarismo alla fatica della distensione.
L'economia reale come metro
Il dato che più di ogni altro misura la distanza tra questa politica e la realtà è quello economico. L'ISTAT, a giugno, fotografa un'inversione rispetto a maggio: la fiducia dei consumatori scende da 93,4 a 92,4, mentre quella delle imprese risale da 94,2 a 95,2. La Banca d'Italia, nelle proiezioni del 12 giugno, conferma una crescita del PIL allo 0,5 per cento per il 2026 — 0,6 con la revisione ISTAT del primo trimestre — la lima allo 0,4 per il 2027 e alza l'inflazione al 3,1 per cento, oltre la media dell'area euro. Via Nazionale avverte che la spesa delle famiglie si indebolirà «significativamente» nella seconda metà dell'anno. È il ritratto di una ripresa più psicologica che strutturale, esposta a ogni scossa esterna, dal prezzo dell'energia alla crisi mediorientale, con uno scenario severo che costerebbe fino a 2,4 punti di prodotto nel triennio.
Questo conta perché smaschera la priorità. Un Paese che cresce dello 0,5 per cento, con l'inflazione che erode i salari e la fiducia delle famiglie in calo, è un Paese in cui la sensibilità materiale — energia, stipendi, tasse, sicurezza industriale — pesa più di qualsiasi tabella di marcia europea. Indebitarsi per quarant'anni a fini di riarmo, mentre le famiglie tagliano, non è realismo: è la scelta di una classe dirigente che antepone la propria agenda alla condizione concreta del popolo che dice di rappresentare. La differenza, per chi vive di salario e non di vertici, è tutta qui.
Continua domani. La terza e ultima parte — «Nessuna luna di miele: il Destino e la libertà di un giudizio» — esce tra ventiquattro ore.