Il Cantiere
Mio padre era un uomo di poche parole e molti mattoni. Maestro di muro, come si diceva una volta, quando quella parola significava ancora qualcosa. Rettitudine, precisione, la cazzuola dritta come una sentenza. E quando gli dissi che invece del geometra volevo dipingere, raccontare storie, fare fumetti... mi guardò. Quel tipo di sguardo che non ha bisogno di voce. Poi disse solo: "Lunedì sei in cantiere."
Albino, colline bergamasche, sole di luglio. Cantiere di una villetta. Bepi, Giòann (Giovanni), Piero e Sandro detto ol Sandrù a completare la squadra.
Sandrù era grosso come un armadio a quattro ante. Portava la maglietta tagliata alle spalle anche a novembre, aveva le mani che sembravano badili da muratore, e di fatto lo erano, solo che erano attaccate direttamente al corpo senza il manico. Piero invece era il tipo che, come dici una cosa, lui ci pensa sopra tre minuti e poi risponde quello che non c'entra niente. Un bravissimo ragazzo, Piero. Solo che era un po' mattocchio, il suo ruolo era quello del manovale. Dì più non poteva aspirare.
Quella mattina c'era la betoniera nuova. Una di quelle betoniere seriose, arancione, con la pancia grande, che gira e gira e dentro ci finisce tutto: sabbia, cemento, acqua, e se non stai attento anche i tuoi sogni di libertà e ribellione.
Bepi la fa partire. La betoniera comincia a girare. Bene. Tutto bene.
Mentre Piero pala sabbia, versa acqua e aggiunge cemento e calce.
Poi succede una cosa. Succede che Sandrù, che portava una salopette da lavoro, si avvicina troppo per controllare l'impasto. La salopette era quella roba con le bretelle, capite? Con le clip di metallo. E la clip di metallo, quella di destra, si aggancia alla bocca della betoniera nel momento esatto in cui la bocca gira.
Sandrù comincia a girare con la betoniera.
Lentamente, ma gira.
Anche se in alcuni momenti ho creduto che fosse la betoniera a girare su Sandrù talmente era grosso.
Bepi lo vede. Giòann lo vede. Si guardano. C'è quel mezzo secondo in cui la vita ti mette davanti una scelta e tu non sai ancora se stai per fare una cosa eroica o una cosa stupida.
Giòann, mentre corre verso l'interruttore urla a Piero: "Ciapèl per ol cùl! Ciapèl per ol cùl!"
Che in bergamasco significa: prendilo per il culo, ovvero, afferralo tra le gambe e il bacino, tiragli via la salopette, è l'unico modo.
Piero sente "ciapèl per ol cùl."
Piero ci pensa su tre secondi.
Poi comincia a ridere e gridare: "Ol Sandrù al gira, ol Sandrù al gira, al somea öna röda, con i bale in aria" (Sandro gira e sembra una ruota, con la palle in aria). Il tutto indicandolo con il dito.
Si piega in due, Piero. Le lacrime. Si tiene la pancia. "Ciapèl per ol cùl! Ahahahah!" (Prendilo per il culo) Come se Giòann avesse detto di prenderlo in giro.
Nel frattempo Sandrù ha già fatto un giro e mezzo ed è orientato verso est come una bussola impazzita.
Bepi spegne la betoniera. Sandrù si ferma. È lì, fermo, con la clip ancora agganciata, la salopette stirata da una parte, un'espressione sul viso che non si descrive a parole ma che io ho ancora in testa più di quarant'anni dopo. Però ne sono ancora terrorizzato.
Silenzio.
Poi Sandrù guarda Piero che ride ancora.
"Grigne de cos'è sömiòt?" (Cosa hai da ridere scimmietta)
"Niente, niente," fa Piero, asciugandosi gli occhi. Piero guarda Sandrù e capisce che è il caso di dileguarsi, se ci tiene a rimanere integro, con la scusa che doveva andare a prendere le cariole.
Sandrù voleva spaccargli il casco in testa, ma non lo aveva, il casco, perché lo aveva dimenticato sul furgone come tutte le mattine.
Mio padre aveva assistito a tutto questo da tre metri di distanza, con la cazzuola in mano, senza muoversi. Alla fine si avvicinò alla betoniera, controllò l'impasto, disse: "È ancora buono." E riprese a lavorare.
Io ero lì con il pennello in mano, quello che avevo portato pensando di essere chissà chi.
Mio padre mi guardò il pennello. Poi guardò me.
"Quello," disse, "mettilo via. Oggi porti i secchi."
E così imparai la prima cosa vera sull'arte: che prima di raccontare le storie degli altri, devi portare qualche secchio. Per capire la fatica di chi vuoi raccontare.


















