Anch'io esisto.
Fin dalla mia infanzia, sono stato pervaso da una sensazione che solo oggi, con la consapevolezza di un individuo più maturo, riesco a esprimere con chiarezza.
Osservavo le persone attorno a me, gli alberi mossi dal vento, il cielo che cambiava colore al tramonto, pensando con stupore: "Tra tutte quelle vite, anch'io sono qui. Anch'io esisto. È incredibile!".
All'epoca non riuscivo a comprendere appieno il significato di quella sensazione, né dove mi avrebbe condotto.
Col tempo, tuttavia, percorrendo - talvolta inconsapevolmente - le orme dei grandi pensatori che mi hanno preceduto, un'immagine più chiara ha cominciato a delinearsi nella mia mente, suggerendomi che nulla avrebbe potuto esistere senza la mia presenza e, di conseguenza, il mio atto di percezione.
Sentivo che se io non avessi potuto esistere senza l'universo, neanche l'universo avrebbe potuto esistere senza di me, perché io e l'universo siamo la stessa sostanza.
A quel punto, la causa della mia esistenza apparve più nitida, e cominciai a domandarmi se la mia presenza non fosse, in qualche modo, il risultato dell'impossibilità della mia assenza.
Da questa intuizione, un'idea mi prese per mano, suggerendomi che siamo fondamentalmente legati all'esistenza, sia nel ciclo della vita che in quello della morte.
Perché tutto ciò accade? Una domanda che non trova una risposta razionale, ma che esprime solo presenza: la stessa presenza che nega l'assenza e attraverso cui l'universo trova modo di manifestarsi e osservarsi.
Qualcuno una volta disse: "La coscienza è il modo in cui l'universo prende atto di sé stesso". E io oggi dico: "In quel riconoscimento, per un istante, anch'io esisto".
Cogito Ergo Iperuranio













