So you know how Diomedes is said to encounter the Messapians during his travels in Italy? Well turns out one of the few Messapian human representations on trozzelle (typical two handed jugs) is of Diomedes' duel against Aeneas. Neat!

seen from United Kingdom

seen from Netherlands
seen from Türkiye

seen from United Kingdom

seen from Netherlands
seen from United States
seen from China
seen from Türkiye

seen from Türkiye

seen from United Kingdom
seen from United Kingdom
seen from Türkiye

seen from Malaysia

seen from United States

seen from United States
seen from Canada
seen from Germany
seen from United States
seen from China
seen from United States
So you know how Diomedes is said to encounter the Messapians during his travels in Italy? Well turns out one of the few Messapian human representations on trozzelle (typical two handed jugs) is of Diomedes' duel against Aeneas. Neat!

Anya is live and ready to show you everything. Watch her strip, dance, and perform exclusive shows just for you. Interact in real-time and make your fantasies come true.
Free to watch • No registration required • HD streaming
Messapian hydria depicting (presumably) Circe's encounter with Odysseus. Oria, Monte Papalucio (VI century).
Muro Leccese, scoperti un nuovo edificio di culto e una necropoli dei Messapi: risalgono alla fine del IV secolo a.C.
ARCHEOLOGIA | Muro Leccese, scoperti un nuovo edificio di culto e una necropoli dei Messapi: risalgono alla fine del IV secolo a.C.
Redazione Si è conclusa da pochi giorni la campagna di scavi archeologici nel sito messapico di Muro Leccese (Lecce), effettuata in regime di concessione ministeriale dal Dipartimento di Beni Culturali dell’Università del Salento, sotto la direzione scientifica del dott. Francesco Meo. Le ricerche si sono concentrate in un nuovo settore di località Palombara, nella parte est dell’antico…
SCAVI / Lastre decorate, altarini e bacini lustrali: da Muro Leccese nuove testimonianze della città messapica
Nuovi ritrovamenti archeologici a Muro Leccese (LE), una delle più grandi città messapiche. Trovata una stanza pavimentata con cinque enormi lastre decorate con motivi geometrici a rilievo, tre altarini e reperti legati a un recinto sacro
Nuovi ritrovamenti archeologici a Muro Leccese (LE), una delle più grandi città messapiche. Trovata una stanza pavimentata con cinque enormi lastre decorate con motivi geometrici a rilievo, tre altarini e reperti legati a un recinto sacro, tra le quali dei bacini lustrali (uno con iscrizione) riccamente decorati nei quali era contenuta l’acqua utilizzata durante i rituali. ©SABAP Brindisi e…
View On WordPress

Anya is live and ready to show you everything. Watch her strip, dance, and perform exclusive shows just for you. Interact in real-time and make your fantasies come true.
Free to watch • No registration required • HD streaming
Nuovo post su https://is.gd/M884Gq
Erano Sallentini o Salentini?
di Nazareno Valente
Poi alla fine qualcuno di noi scoprirà che i suoi avi erano più precisamente Calabri, e che con i Sallentini o i Salentini — come dir si voglia — avevano solo comunanza di stirpe. Comunque sia intriga ugualmente il quesito posto dall’amico Armando Polito nel suo recente interessante intervento, “Salentini o Sallentini?”, su quale di questi due termini debba considerarsi corretto.
Premetto che, per me, la forma da preferirsi è Sallentini.
E cercherò di avvalorare questa mia scelta partendo, visto che si tratta di antichità, da lontano.
La prima volta che le fonti narrative antiche citano la nostra terra non ne menzionano la denominazione, ma unicamente la zona geografica dove essa era collocata. È infatti riportato che è quella parte della Iapigia («Ἰηπυγίης») che sta a sud dell’istmo che va dal porto di Brindisi a Taranto («ἐκ Βρεντεσίου λιμένος ἀποταμοίατο μέχρι Τάραντος»)1.
Erodoto — che, mi piace pensare, introdusse questo passo mentre in una serata estiva d’un anno vicino al 440 a.C. declamava le sue “Storie” ai concittadini Turini, tradizionali alleati dei Brindisini — non dà pertanto un nome al nostro popolo né alla nostra terra. Utilizza infatti un più generico toponimo, Iapigia, che caratterizzava una regione ben più vasta, pressappoco coincidente con l’attuale Puglia e quella parte della Lucania che si affaccia sul mare Ionio, e che comprendeva quindi anche la penisola che noi chiamiamo salentina.
Iapigia e Iapigi, risultano rispettivamente il più antico coronimo ed etnico utilizzati per definire la nostra terra ed i nostri antenati. E, cosa meno nota, erano termini utilizzati dalla gente del luogo per definire sé stessi, quando nel II millennio i Greci non avevano fatto ancora capolino in quelle contrade.
Quando i colonizzatori greci alfine arrivarono, causarono una piccola grande rivoluzione nella società iapigia che incominciò a differenziarsi e, nel corso del tempo, finì per formare al proprio interno gruppi etnici con differenti specificità.
Al riguardo la tradizione maggiormente accolta è quella di matrice greca che prevede la ripartizione degli Iapigi in Dauni, Peuceti e Messapi i quali ultimi occupavano la Messapia, i cui confini erano appunto all’incirca delimitati a nord dall’istmo che collega Brindisi a Taranto.
Tale percezione divenne sempre più esplicita in età ellenistica fino a trovare una sua compiuta definizione nella tradizione divulgata da Nicandro di Colofone2 il quale narra come Licaone, che ebbe per figli Iapige, Dauno e Peucezio, raccolto un grosso esercito in gran parte composto da Illiri guidati da Messapo, giunse sulla costa adriatica e scacciò gli Ausoni. Effettuata la conquista, divise l’esercito e il territorio in tre parti, denominati in base al nome di chi li comandava, Dauni, Peucezi e Messapi, e la regione che si protendeva nella parte estrema dell’Italia al di sotto di Taranto e Brindisi fu chiamata Messapia.
In definitiva la ripartizione canonica della regione Iapigia, vale a dire grosso modo dell’attuale Puglia, in Daunia, Peucezia e Messapia, accolta anche da storici del calibro di Polibio3 e da geografi tipo Strabone4, e che soggiace di fatto alla visione egocentrica con cui i Greci erano soliti vedere tutto ciò che era di là dai propri confini.
Era tipico della spocchia greca che le terre ed i popoli fossero ridefiniti con nuovi termini, del tutto diversi da quelli usati dagli indigeni. Così, ad esempio, gli Etruschi diventavano per loro i Tirreni. Allo stesso modo, i nostri progenitori divennero Messapi. Queste operazioni erano poco accettate dalle comunità locali, in genere molto legate alle proprie tradizioni e denominazioni, però prendevano piede e finivano per creare una specie di sudditanza al mondo ellenico, che era appunto l’obiettivo ultimo di chi si poneva di svolgere azione colonizzatrice.
In questo modo si sono perse memorie e termini antichi, dando luogo anche ad aspetti per certi versi ridicoli: mentre i nostri antenati sarebbero andati su tutte le furie a sentirsi definire con un etnico diverso da quello da loro scelto, noi ne andiamo quasi orgogliosi. I Toscani si guarderebbero bene dal dirsi discendenti dei Tirreni, mentre sono fieri d’essere stati Etruschi. Noi, invece, gonfiamo il petto a dirci Messapi e, magari, neppure sappiamo che non era l’etnico natio, avendo di fatto assorbito, senza averne cognizione, questa forma forzata di integrazione culturale che ha eclissato le nostre origini.
Probabilmente molti di noi neppure sanno quali erano i coronimi e gli etnici coniati dai nostri antenati.
Ebbene, chi volesse scoprirli, ricorra a Strabone che, per nostra fortuna, ce ne ha lasciato memoria. Il geografo pontico ci fa infatti sapere che la denominazione geografica di Messapia è di origine greca («Μεσσαπίαν καλοῦσιν οἱ Ἕλληνες»), mentre la gente del luogo («ἐπιχώριοι» epicórioi) ripartisce la Messapia nel territorio dei Salentini («Σαλεντῖνοi») e in quello dei Calabri («Καλαβροὶ»). Successivamente6 ci fa sapere che gli indigeni chiamano la propria terra Calabria («Καλαβρία»).
In definitiva, i nostri progenitori non usavano le denominazioni greche, Messapia e Messapi, ma quelle da loro ideate, vale a dire Calabria, per definire la terra che noi chiamiamo Salento, e Calabri e Salentini, per indicare le genti che la popolavano. Quindi, di fatto, un solo coronimo, Calabria, e due etnici, Calabri e Salentini.
In merito a questa ripartizione dei popoli che l’abitavano, lo stesso Strabone specifica, sia pure in modo generico, che la terra dei Salentinoi è attorno a Capo Iapigio («τὸ περὶ τὴν ἄκραν τὴν Ἰαπυγίαν»7) — lasciandoci così intendere che gli insediamenti Salentinoi sono limitati attorno al Capo di Santa Maria di Leuca — e che il resto della regione è abitato dai Calabroì. Grazie all’apporto di altri geografi e storici dell’antichità si viene a conoscenza di altri particolari che consentono di definire con una qual certa precisione quali erano in epoca classica gli stanziamenti di questi popoli consanguinei8.
Senza dilungarci, riassumiamo le conclusioni cui si è pervenuti.
Località Calabre: Ostuni, Carovigno, Caelia (forse Ceglie Messapico), Brindisi, Scamnum (forse Mesagne), Oria, Manduria, Valesio, Lecce, Rudiae, Statio Miltopes (forse San Cataldo), Fratuentum, Portus Tarentinus, Otranto.
Località Salentine: Soleto, Vaste, Castrum Minervae (probabilmente Castro), Vereto, Capo di Santa Maria di Leuca, Ugento, Alezio, Gallipoli, Nardò, Senum.
Sin qui abbiamo consultato solo autori di lingua greca i quali ribadiscono quanto già è a nostra conoscenza, vale a dire che le fonti elleniche utilizzavano in maniera esclusiva il termine Salentini.
Le fonti latine incominciano ad interessarsi della nostra terra, solo quando essa entrò nell’orbita romana e, a differenza delle fonti letterarie greche – che, come visto, privilegiavano termini di propria ideazione – facevano in maniera quasi esclusiva uso della terminologia indigena.
Di fatto il mondo latino accantonò i termini di matrice greca per divulgare solo quelli d’origine autoctona.
Era questo un approccio del tutto diverso da quello attuato dai colonizzatori greci. Un approccio che aveva una chiara impronta politica: far comprendere ai popoli conquistati che non si volevano deprimere i loro usi, i loro costumi e le loro più antiche tradizioni che, anzi, s’intendevano valorizzare.
Era il modo usuale d’agire dei Romani che concedevano ampio spazio gestionale alle città sottomesse, lasciandole libere di fare al proprio interno ciò che ritenevano meglio. Di là dai confini cittadini, però, non avevano più alcun potere, nel senso che non potevano avere una propria politica estera. Anche il dissidio più banale tra comunità vicine doveva essere infatti composto da un’autorità romana. E lo stesso avveniva per qualsiasi attività contrattuale, salvo gentile concessione di Roma.
Non fu pertanto a caso che, l’apparato augusteo, nel delineare un possibile scenario geografico delle popolazioni italiche, utilizzò in maniera diffusa i vocaboli indigeni.
La nostra terra fu quindi conosciuta nel mondo antico con il nome di Calabria9, che era il coronimo di derivazione locale creato dai nostri antenati, ed i popoli che vi abitavano venivano chiamati Calabri10 e Sallentini, anch’esse voci di origine autoctona.
In effetti occorre ricordare che quest’ultimo termine era privilegiato dagli storici e dai letterati latini che l’usavano in prevalenza anche per definire chi in effetti era più propriamente Calabro11. Sicché i Brindisini venivano, a volte, detti Sallentini, sebbene fossero in realtà Calabri.
In definitiva il termine in origine era di matrice indigena. E, nella traslitterazione in lingua greca, era stato reso con una lambda — corrispondente alla “l” latina — (Σαλεντῖνοi, Salentinoi), mentre in quella latina con una doppia lettera “l” (Sallentini).
Pertanto, constatato che il vocabolo è autoctono, il quesito può essere posto in questi termini: quale di queste due trascrizioni è più corrispondente alla voce originaria?
Già per il fatto stesso che i Romani, a differenza dei Greci più propensi a filtrare ed a modificare ogni cosa secondo il proprio metro di giudizio e le proprie convinzioni, fossero in genere rispettosi delle tradizioni dei popoli con cui venivano a contatto, indurrebbe a credere che la forma più fedele al termine originario sia quella latina. E quindi con una doppia “l”.
Si aggiungono poi due ulteriori considerazioni che avvalorano ancor più questa ipotesi.
Tra i tanti autori latini che impiegano il termine Sallentini ci sono pure Marco Porcio Catone12 e Cicerone13. Il primo un tradizionalista per antonomasia; il secondo un attento divulgatore delle forme linguistiche in uso. Entrambi pertanto, sia pure per motivi diversi, poco disposti ad impiegare un termine in maniera palesemente scorretta.
Ma quel che più conta è che quando il vocabolo s’impose veniva veicolato per lo più in forma orale, non certo in forma scritta.
Ora la doppia consonante viene espressa con un suono che, pur essendo singolo, è reso in modo più continuato e più lungo. Tuttavia, per chi ascolta, fare l’analisi dei suoni in determinate circostanze non è un’operazione del tutto banale, e questo a maggior ragione avviene quando gli interlocutori si esprimono in linguaggi diversi e magari la parola che si ascolta presenta delle difficoltà. Una di queste è insita nel suono allungato che si deve riconoscere per comprendere che si ha a che fare con una consonante doppia. Si pensi ad esempio ai Veneti, portati nel loro dialetto a non usare quasi mai le doppie, e che hanno qualche difficoltà a percepirne l’utilizzo anche nella lingua italiana che adoperano usualmente.
Un qualcosa del genere avviene anche per i Greci moderni che pronunciano le doppie in modo un po’ più prolungato ma mai continuato come facciamo noi. Per cui le consonanti doppie — e tra queste anche la lettera lambda (λ), come già detto corrispondente alla lettera latina “l” — sono da loro espresse come se fossero singole. Di conseguenza, ad esempio, il termine Ελλάδα (Elláda) lo pronunciano Eláda.
Ora è vero che non sappiamo se questa abitudine dei greci moderni possa essere attribuita pari pari a quelli del tempo antico, tuttavia non pare insensato ipotizzare che il Sallentini, pronunciato dai nostri avi, sia stato riportato oralmente dai Greci senza far sentire la doppia e di conseguenza traslitterato in lingua greca con una sola lambda. In pratica il termine originario Sallentini – contenente una doppia “l” – divenne traslitterato in greco Σαλεντῖνοi (Salentinoi), con una sola lettera lambda.
Mi pare, in definitiva, che ci sia più d’un motivo per credere che la forma latina sia quella più corrispondente al termine originario. E che, quindi, “Sallentini” sia l’interprete più fedele dell’antica espressione coniata dai nostri avi.
Note
1 ERODOTO (V secolo a.C.), Storie, IV 99, 5.
2 NICANDRO DI COLOFONE (II secolo a.C.), conservato presso ANTONINO LIBERALE (…), Metamorfosi XXXI, fr. 47 Schneider.
3 POLIBIO (III secolo a.C. – II secolo A.C.), Le Storie, III 88, 3.
4 STRABONE (I secolo a.C. – I secolo d.C.), Geografia, VI 3, 1.
5 Ibidem, VI 3, 1.
6 Ibidem, VI 3, 5.
7 Ibidem, VI 3, 1.
8 N. VALENTE, La penisola salentina nelle fonti narrative antiche, in Il delfino e la mezzaluna. Studi della Fondazione Terra d’Otranto, anno V, nn. 6 – 7, Nardò 2018.
9 L’aspetto un po’ curioso è che molti cronisti brindisini – al pari dei redattori di Wikipedia – ritengono tuttora che Calabria è denominazione d’invenzione romana.
10 Altro aspetto curioso è che molti cronisti e storici brindisini affermano che i nostri progenitori erano Calabresi. Questo è l’etnico degli abitanti della Calabria attuale; gli abitanti della Calabria di epoca romana erano detti Calabri. Il termine Calabresi, infatti, neppure faceva parte del latino classico.
11 Per una più ampia analisi, si veda: VALENTE, La penisola salentina nelle fonti narrative antiche, pp. 104 e 105. Consultabile al link https://www.academia.edu/35875669/La_penisola_salentina_nelle_fonti_narrative_antiche
12 CATONE (III secolo a.C. – II secolo a.C.), De Agricultura, VI 1.
13 CICERONE (II secolo a.C. – I secolo a.C.), Pro Sesto Roscio Amerino, 132.
Si è svolta nello scorso mese di settembre la seconda campagna di scavi presso il sito archeologico di località Li Schiavoni, nel territorio di Nardò. Le indagini, condotte sotto la direzione scientifica di Giovanna Cera (Università del Salento) e in concessione con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Brindisi, Lecce e Taranto, sono state in parte finanziate dal Comune di Nardò e hanno visto la partecipazione degli studenti del Dipartimento di Beni Culturali dell’ateneo salentino.
Posto a circa 4 km a nord-est di Porto Cesareo, il sito (un esteso pianoro soprelevato dal quale si domina gran parte del litorale ionico da Porto Cesareo a Torre Lapillo) presenta
#gallery-0-4 { margin: auto; } #gallery-0-4 .gallery-item { float: left; margin-top: 10px; text-align: center; width: 50%; } #gallery-0-4 img { border: 2px solid #cfcfcf; } #gallery-0-4 .gallery-caption { margin-left: 0; } /* see gallery_shortcode() in wp-includes/media.php */
. Il tracciato delle mura antiche, in parte visibili sotto al muretto a secco moderno che circonda l’area, raggiunge una lunghezza di circa 650 metri e delimita una superficie di 3 ettari. L’esistenza del fossato che fiancheggia parte del circuito murario sul lato orientale (e ben evidente nelle immagini aeree) denota la vocazione difensiva dell’insediamento. Vocazione sottolineata anche dalla scelta del luogo, arretrato rispetto alla costa e protetto naturalmente grazie alla posizione dominante, a controllo del territorio. Le attività di scavo si sono concentrate all’interno di un terreno agricolo di proprietà privata e sono state finalizzate a comprendere le modalità e le fasi di occupazione del sito e a intercettare i resti delle mura di cinta. L’apertura di un saggio a ridosso del muretto a secco che delimita il pianoro ha permesso di documentare le caratteristiche delle fortificazioni, forse realizzate in due fasi successive. È venuta in luce una poderosa struttura, caratterizzata da due paramenti esterni realizzati a grandi blocchi di forma irregolare e da un riempimento interno di notevole spessore, costituito da pietre calcare e tufacee, coppi e frammenti ceramici. I materiali recuperati dai livelli associati a queste strutture sembrerebbero attestare un’assidua frequentazione dell’area per lo più nell’ambito dell’epoca arcaica e classica, pur comprendendo residui di probabile orizzonte protostorico, dell’Età del Ferro e anche più recenti reperti di età ellenistica, probabilmente ultimo periodo di utilizzo dell’opera difensiva.
È stata individuata anche un’area di necropoli. Tuttavia l’attività degli scavatori clandestini ha danneggiato per sempre il contesto archeologico e le tombe messe in luce, realizzate in blocchi e lastre di pietra leccese, sono apparse sconvolte e già pesantemente manomesse, impedendo agli archeologi di ricomporre con sicurezza le originarie associazioni di materiali. Degni di particolare interesse, tra questi ultimi, alcuni esemplari di importazione attica, corinzia e coloniale – indizio dei contatti commerciali che gravitavano attorno a questo insediamento – numerosi contenitori o bacini con orlo modanato e pesi da telaio. Le indagini, in ogni caso, sono solo all’inizio e ancora tanto resta da scoprire di questo antico insediamento. A settembre 2018 è in programma la prossima campagna di scavi.
“Gli scavi – rileva il consigliere comunale Paolo Maccagnano – stanno facendo emergere un’interessantissima finestra sulla storia della nostra città e del Salento. È importante capire fino in fondo, grazie a questo lavoro comune con Unisalento e in concessione con la Soprintendenza, cosa nasconde questa porzione di territorio e cosa può rappresentare sul piano archeologico, storico e anche della fruibilità collettiva. Serviranno tempo e risorse, ma è un fronte su cui la nostra amministrazione ha una sensibilità altissima. Riteniamo infatti che le potenzialità storiche e ambientali di questo territorio, in parte ancora sconosciute e in generale valorizzate molto poco sino ad oggi, siano il più efficace motore di sviluppo che abbiamo a disposizione”.
Un abitato fortificato di età messapica e una necropoli a Nardò Si è svolta nello scorso mese di settembre la seconda campagna di scavi presso il sito archeologico di località Li Schiavoni…
🚩Hai voglia di cimentarti in una nuova avventura con ArtBIT - muSEI che suonano? 🎧 Vieni al Museo Diffuso Messapico, sono aperte le iscrizioni per il laboratorio di musica elettronica 🎛 🎺 con Giorgio Distante.
Come⁉️ Attraverso l’utilizzo di dispositivi forniti dall’organizzazione, potrai comporre la tua traccia audio 🎼 con i suoni del #museo. 🏛 🏆 a missione compiuta sarai premiato 🎁 con buoni per l'acquisto di musica 🎧 o libri 📚.
Se vuoi essere parte dell'iniziativa scrivici su [email protected], è gratis e i posti sono limitati! 💌
#swappachetipassa #swapperinvasion
ArtBIT - muSEI che suonano rientra nelle attività del progetto Swapmuseum promosso da 34esimo Fuso e sostenuto da Fondazione CON IL SUD attraverso il Bando “Con il Sud che partecipa”, e nell'ambito del programma "InPuglia365 Estate". Partner di progetto CoolClub.it e Pugliamusei.
Programma: 📌 13 settembre, ore 16 - 19 Workshop "ArtBit" a cura di Giorgio Distante; laboratorio aperto a ragazzi dai 16 ai 30 anni finalizzato all'acquisizione dei suoni del museo e alla composizione di una traccia audio (per prenotarsi al workshop occorre inviare una mail a: [email protected]) 📌 16 settembre, ore 18 - 00.00 Dancing Museum - Performance di danza contemporanea di Erika Schipa e Betti Rollo Silent Disco - Visita del Museo con sonorizzazione a cura di Giorgio Distante Performance/concerto di Giorgio Distante 📌 17 settembre, ore 18 – 00.00 Dancing Museum - Performance di danza contemporanea di Erika Schipa e Betti Rollo Silent Disco - Visita del Museo con sonorizzazione a cura di Giorgio Distante Sabato 16 e domenica 17 settembre, in programma alcune visite guidate gratuite al Museo Diffuso.