Valerio Magrelli, da “Nature e venature”, 1987, in “Le cavie, Poesie 1980-2018”, Einaudi, Torino 2018.
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Valerio Magrelli, da “Nature e venature”, 1987, in “Le cavie, Poesie 1980-2018”, Einaudi, Torino 2018.

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C’è silenzio tra una pagina e l’altra. La lunga distesa della terra fino al bosco dove l’ombra raccolta si sottrae al giorno, dove le notti spuntano separate e preziose come frutta sui rami. In questo delirio luminoso e geografico io non so ancora se essere il paese che attraverso o il viaggio che vi compio.
Valerio Magrelli, da Ora serrata retinae (Feltrinelli Poesia, 1980).
(Ecco, la voce del sangue)
Amo i gesti imprecisi, uno che inciampa, l’altro che fa urtare il bicchiere, quello che non ricorda, chi è distratto, la sentinella che non sa arrestare il battito breve delle palpebre, mi stanno a cuore perché vedo in loro il tremore, il tintinnio familiare del meccanismo rotto. L’oggetto intatto tace, non ha voce ma solo movimento. Qui invece ha ceduto il congegno, il gioco delle parti, un pezzo si separa, si annuncia. Dentro qualcosa balla.
Valerio Magrelli, da “Nature e venature”, Mondadori, 1987.
Ti guardo, cerco di guardarti dentro, come se mi sporgessi su un abisso. Mi affaccio al parapetto e guardo giù in fondo al tuo silenzio, mentre leggi in una lontananza irraggiungibile. Vorrei stare con te lì in basso, invece resto inchiodato a questo ponticello atterrito e remoto, separato, legato alla vertigine che amo, se amore è la distanza che ci chiama e insieme la paura di varcarla.
Valerio Magrelli.

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Quali linee ci uniscono a questo Walhalla zoomorfo che attraversa le ere per sbocciare tra i giochi dei bambini, con i suoi eroi prostrati, abnormi, corazzati da coltri epiteliali, propaggini ortopediche, appendici caudali? Bestie, ma nulla di bestiale resta negli occhi dove passa disarmata la pena di una specie destinata all'estinzione. Il grande silenzio del sangue pesa su questi orfani del futuro e li fa tristi animali da congedo, belve della malinconia, creature agoniche. Dietro la loro fissità di totem la goccia nera dello sguardo reca una stremata dolcezza liminare, una passiva potenza inesplicata, una violenza senza genealogia. E dunque non ruggire, Tyrannosaurus Rex, ma lascia, fra il pietrame della corteccia cerebrale, sul ticchettante châssis della gabbia toracica, dall'albero frondoso e ventilato del tuo sistema nervoso centrale, lascia brillare inerme la pupilla lontana e irrevocata dell'infanzia.
Valerio Magrelli