Ho svaligiato Sephora, ho comprato un nuovo libro e adesso pranzo all'aria aperta in un parco. Oggi le mie cose belle le ho fatte.
seen from United States
seen from Israel

seen from Russia

seen from United States

seen from United States

seen from Poland
seen from China
seen from United States
seen from China

seen from United States
seen from United States
seen from Türkiye
seen from United States
seen from United States
seen from Australia
seen from Japan

seen from United States

seen from Spain

seen from United States
seen from Croatia
Ho svaligiato Sephora, ho comprato un nuovo libro e adesso pranzo all'aria aperta in un parco. Oggi le mie cose belle le ho fatte.

Anya is live and ready to show you everything. Watch her strip, dance, and perform exclusive shows just for you. Interact in real-time and make your fantasies come true.
Free to watch • No registration required • HD streaming
Ho terminato Cambiare l'acqua ai fiori di Valérie Perrin e mi sento svuotata, come se avessi perso un amico... E pensare che all'inizio non lo valutavo un libro eccezionale, ma all'ultima pagina ho capito che mi ha davvero lasciato qualcosa. Quindi niente, vi consiglio di leggerlo e di non mollarlo, anche se vi sembra noioso e dispersivo. La magia c'è, bisogna solo trovare il punto.
Come ogni altro scrittore, sono considerato un essere umano particolarmente sensibile - e a ragione: la sensibilità è una caratteristica inalienabile di chi fa un lavoro creativo. Scrivo anche per il cinema, insieme a registi e altri sceneggiatori, e una delle qualità principali che bisogna avere in questo lavoro è la facilità a stare insieme agli altri, a starci bene. L’animale che mi porto dentro vive con una persona che fa spesso simpatia, che è allegra, che sa stare in gruppo, sa chiacchierare durante una cena, è comprensiva, è curiosa, sa entrare subito in intimità, perché vuole sapere quali sono i nodi e i pensieri importanti degli altri. L’animale vive dentro una persona che ha molti amici, che la notte non riesce ad addormentarsi se si è scordato di richiamare qualcuno, che sa ascoltare i problemi e cercare una soluzione, che ha cercato di aiutare, per quanto possibile, le persone di talento, sentendolo un compito. C’è però un lato del mio carattere che è nascosto, e che conoscono solo le persone più intime dopo tanto tempo che le frequento (e non tutte). Ma non è nascosto per volontà - non sono io che lo nascondo; è che, evidentemente, viene fuori soltanto alla lunga e in circostanze molto intime o, appunto, di stress consumato in privato; e quindi lo vedono i familiari, gli amici più stretti, le persone con cui lavoro ogni giorno per anni. L’animale che mi porto dentro e che molti non conoscono è uno che vuole continuamente fare a botte, che ai semafori si incazza se qualcuno gli suona il clacson, o gli taglia la strada, ma si incazza nel senso che insulta, ha voglia di litigare, dà cazzotti contro i finestrini e dice: scendi che t’ammazzo. È violento, sbatte il telefono in faccia, urla a due centimetri dalle persone, è arrogante, vuole che le cose vadano come dice lui, che le persone gli chiedano scusa, stinge le mandibole, digrigna i denti, chiude i pugni, per dire: ora t’ammazzo, anche se sa che non bisogna farlo, e neanche dirlo. Questo animale mi fa essere cupo, nervoso; una persona che gli altri giudicano simpatica è anche la stessa persona che, per giorni, può non dire una parola, sta zitto e se qualcuno gli chiede: cos’hai?, lo manda a fanculo. Ma poiché questa cosa, per pudore e per abitudine, si esprime soltanto nell’intimità, è invisibile a molti (fino a quando non succede qualcosa); e ogni volta che qualcuno vi assiste per la prima volta - o la subisce - ne è molto stupito, perché non se l’aspettava. (Nessuno, tranne quell’arbitro, sa che in quella partita in cui sono stato così bravo, la prima cosa che ho fatto è stata sputare in faccia all’avversario. Quindi tutti ricordano solo la concentrazione, la freddezza nei canestri decisivi, l’incoraggiamento ai compagni, la grinta agonistica; ma non sanno che tutto questo era stato preceduto da un gesto sconsiderato, e che quello che ho fatto dopo avrei potuto non farlo - avrei dovuto non farlo, perché dovevano espellermi dopo un minuto). Questa specie di tempesta sta dentro la mia persona che invece ha costruito la sua vita sulla base del saper stare al mondo, ma in realtà non sa stare al mondo o ci sa stare in maniera burrascosa e se la tengo sotto, compressa, non è per assecondarla, ma perché vorrei averla uccisa come speravo da ragazzo. Per tutta la vita ho provato ad uccidere l’animale, ho pensato di averlo finalmente ucciso, e poi mi sono reso conto che veniva fuori da tutte le parti. E poiché ho cercato, se non di ammazzarlo, di chiuderlo a chiave per sempre dentro di me, quando emerge non viene semplicemente fuori, ma esplode. Dall’espressione contorta della mia faccia, dal suono della mia voce esplode un’irascibilità, un’incazzatura, un’incapacità di discutere senza usare toni violenti, senza mettermi ad urlare, che è incontrollabile, impossibile da fermare. Se qualcuno mi fa un torto, non perdono. Se qualcuno fa un errore, lo paga, eppure non c’è niente in me che faccia pensare alla spietatezza; e invece sono così. Molte persone sul lavoro si trovano all’improvviso di fronte alla brutalità, se so ho ragione la brutalità diventa spietata, netta, spiego con precisione i torti ricevuti e anche se mi chiedono scusa insisto, e dico: non si può fare così, non si può agire così e quindi le conseguenze saranno queste. Non arretro di un millimetro anche se so di ferire le persone che si sono accorte di aver sbagliato e mi chiedono scusa; le umilio ancora di più. Tutto questo succede con maggiore nettezza non quando ho ragione, ma quando ho torto. Quando ho fatto qualcosa di sbagliato, la mia reazione è ancora più violenta: con l’incazzatura, con l’arroganza, voglio combattere la ragione degli altri, voglio sconfiggere le persone che mi stanno dicendo qualcosa che non mi piace, col fatto che sono più forte di loro, spesso anche dialetticamente, ma soprattutto perché urlo, vicinissimo, le minaccio, alzo la mano e dico ti ammazzo e poi mi giro dall’altra parte e do un calcio alla sedia e la faccio volare. Tutto ciò fa in modo che le mie ragioni vengano imposte grazie al timore della mia reazione. I miei figli mi considerano affidabile, comprensivo e perfino un ottimo padre, ma sono proprio loro ad aver subito alcuni episodi di violenza. Devo dire che qualche volta, quando era bambina, ho anche picchiato mia figlia, e mi ricordo una volta, che lei non dimentica più perché non era piccolissima, per un’incazzatura l’ho trascinata in camera sua per i capelli. Ma non è la violenza fisica il tratto caratteristico dell’animale, perché la violenza fisica col tempo ho imparato a trattenerla, so che non posso usarla, ma non usarla mi fa tirare fuori una violenza psicologica, verbale e gestuale,e una rabbia repressa che finisce per rivolgersi ad altro per sfogarsi; quindi non verso le persone, ma verso oggetti, mobili, pareti. Le mie case sono segnate da calci alle porte, cazzotti contro i mobili, muri sfregiati dalle cose che ho tirato; ho buttato a terra librerie intere, ho lanciato piatti e telefoni contro le pareti. A un certo punto divento una belva che fa paura, faccio paura a mia moglie, ai miei figli (...). E poiché ancora conservo un barlume di consapevolezza, pur minacciando di ammazzare, mi accanisco su qualcosa di inanimato: Nella mia vita ho rotto televisori, specchi, piatti, telefoni, ho strappato vestiti, ho dato calci o pugni contro pareti o letti o mobili. Non tanto mio figlio, perché essendo piccolo la violenza l’ha subita parzialmente, ma mia figlia l’ha subita tantissimo per tutta la vita. L’ha subita mia moglie. Anche alcuni amici a cui sono legato da anni hanno subito questa violenza e sanno che discutere con me porta uno spavento perché voglio avere ragione e se non ho ragione mi incazzo, sono violento, minaccioso. Una volta, eravamo per strada, mia moglie era incinta e litigavamo e io ho cominciato ad urlare e lei voleva andare via per l’imbarazzo (però lei vuole sempre andare via, comunque, anche nei giorni di serenità), la trattenevo per un braccio e a quel punto ha chiesto aiuto a dei passanti - non perché le avessi fatto male, anche se dicevo aspetta, parliamo, fammi finire, e la tiravo; ma perché aveva paura di me. Tante volta mia moglie e mia figlia si alleano perché hanno paura di me. Tanta paura. La vedo nei loro occhi, mi fa tenerezza, ma fa tenerezza solo a una parte di me, quella che loro sperano ritornerà presto a prevalere. Ma intanto l’animale non riesce a fermarsi, non riesce a non aggredire quella paura, a fare ancora più paura. Hanno paura di me come le donne hanno paura degli uomini che le picchiano senza fermarsi. Hanno paura di me con le proporzioni di chi non ha subito una violenza fisica, ma è sempre sul punto di riceverla. E fanno bene: perché la mia incapacità di controllo, l’idea di far paura, mi dà un’euforia di cui poi mi pento, mi vergogno, ma che sul momento mi fa diventare potente, mi sembra di poter schiacciare gli altri, le loro ragioni e le loro forze e distruggere qualsiasi cosa. E soprattutto sento che la loro paura le rende debolissime e io mi sento fortissimo e capace di ottenere tutto ciò che voglio, di far andare le cose come voglio che vadano. Ecco, quella paura che vedo negli occhi degli altri, senza che io ci pensi perché in quel momento non penso a niente, mi dà un senso di euforia spaventoso ma che però costituisce la parte più intima di me, proprio perché l’animale è ficcato dentro e non esce mai e cerco di tenerlo a bada, e quando esce esplode, e chi lo vede si spaventa.; e si spaventa di più perché sta dentro un uomo che non ha le caratteristiche esteriori dell’animale. Infatti una delle ragioni per cui fa paura è che quando scompare, sembra non possa riapparire più. In seguito il mio modo di stare al mondo fa dimenticare l’animale, e ogni volta si può avere la speranza che sia morto, sia stato abbandonato per sempre. E invece ritorna. Sempre. E quindi, alla fine, l’unica maniera per averci a che fare, per me, è conviverci.
Francesco Piccolo, “L’animale che mi porto dentro”
Alter Ego, Susanne Winnacker
Non avrei mai pensato di leggere un urban fantasy (credo sia questo il genere!), soprattutto non tutto d’un fiato! Sto parlando di “Alter Ego” di Susanne Winnacker, libro che a quanto pare mi ha presa e coinvolta più di quanto pensassi! Dovete sapere, prima di tutto, che dovrebbe esserci un seguito (dovrebbe essere una trilogia) ma non ho trovato libri in italiano che seguitino questo primo libro. Ed è un peccato perché lo comprerei subito! Adesso veniamo alla storia del libro. Tessa è una Mutante e come tutti i Mutanti ha una Capacità tutta sua: può prendere le sembianze di chiunque tocchi. Grazie a questa sua capacità è entrata a far parte dell’AFE (Agenzia Forze Eccezionali), un ramo dell’FBI. Vive lì, insieme agli altri Mutanti, per poter allenare la propria Capacità. Grazie alla sua Capacità, Tessa avrà il suo primo incarico: dovrà prendere le sembianze di Madison, l’ultima vittima di un serial killer. Tra vari sotterfugi, l’AFE farà credere tutti che Tessa/Madison si sia ripresa dal coma ma con una grave perdita di memoria. Tessa dovrà scovare il serial killer, capire se è un umano o un Mutante, stare sempre attenta a non sbagliare a fare o dire qualcosa, dovrà dubitare di tutti… persino della famiglia di Madison. Farà affidamento al suo istinto, oltre la sua Capacità, e farà affidamento anche su Alec. Caro bellissimo dolce Alec. Riuscirà Tessa ad acciuffare il killer? Il libro è scorrevolissimo e riesce a catturare l’attenzione del lettore sin da subito, descrizione precise ma non troppo da dare noia. Io spero che uscirà in Italia in seguito perché ne sono davvero entusiasta, credo che questo libro mi abbia fatto avvicinare al genere tanto da cercare altri libri urban fantasy!

Anya is live and ready to show you everything. Watch her strip, dance, and perform exclusive shows just for you. Interact in real-time and make your fantasies come true.
Free to watch • No registration required • HD streaming
da Gek Tessaro, Gigina e Gigetta, Carthusia Edizioni, 2014
Spesso noi si va in gruppetto Io, mia sorella, il pesce e il cagnetto, A far delle gitine di cultura Per alzare del cervello la statura.
Giudizio Sintetico Splendido, una sorella maggiore che prende sul serio la vita, e da vera capogruppo non solo decide di tagliare i capelli alla sorella e simili avvenute raccontate in quattro bellissimi episodi, ma soprattutto è in grado di guidare una squadra come la sua (aiuto) alla scoperta del mondo! Non con dei giri peregrini, ma con un metodo specifico: “il nocciolo della questione è di aver ben chiara la direzione”. Ecco, basta sapere da che parte ci si sta incamminando, dove vogliamo arrivare, cosa desideriamo e cosa abbiamo deciso. Detto niente… Il testo, in rima, è sempre piacevole, soprattutto se siete degli estimatori del genere.
Genere illustrato
Illustrazioni Gek Tessaro
Età di lettura ad alta voce 0-3
Età di lettura indipendente 2-99
pp. 40, prezzo 14,90€
tipologia cartonato, formato 25 x 23,5cm
Valutazione buono
da Kazuo Iwamura, Il bucato della famiglia topini, Babalibri, 2014
Al lavoro! Ciaff, ciaff fa l’acqua: si lava, si frega, si sciacqua!
Giudizio Sintetico Un libro meraviglioso, capace di mettere in pace il cuore. Innanzitutto perché mette il cuore e la mente di chi legge in un luogo pieno di pace, dei luoghi infiniti, meravigliosi, azzurri; e poi perché ci fa conoscere una famiglia piena di pace, serena, numerosa, unita, dove ognuno ha chiaro il suo posto e il suo compito. Non vorreste essere con loro? Io lo vorrei tanto! Davvero una bella giornata, utile, fresca, in compagnia. Se poi volete stare in tema di stagione allora “La famiglia Topini va al mare”, davvero una famiglia piena di avventure cui affezionarsi.
L’edizione Bababum è forse in parte penalizzante per la fruizione delle immagini, anche se il gioco di cercare i dettagli nel piccolo diventa ancora più sfidante, forse non è il formato cui i bimbi sono abituati, ma è un formato che permette di andare in vacanza con la scorta! Comodissima e con una selezione di titoli di qualità.
Trama La mamma Topini sveglia i suoi piccoli e li porta con sé al ruscello a fare il bucato, dove vengono poi raggiunti dal papà e il nonno. Quindi tutti a fare il bagno. Si appendono i vestiti ad asciugare ed è arrivata la sera.
Genere illustrato
Illustrazioni dell’autore
Età di lettura ad alta voce 0-3
Età di lettura indipendente 6-99
pp. 32, prezzo 5,80€
tipologia brossura, formato 15 x 19 cm
Valutazione ottimo