Come ogni altro scrittore, sono considerato un essere umano particolarmente sensibile - e a ragione: la sensibilità è una caratteristica inalienabile di chi fa un lavoro creativo. Scrivo anche per il cinema, insieme a registi e altri sceneggiatori, e una delle qualità principali che bisogna avere in questo lavoro è la facilità a stare insieme agli altri, a starci bene. L’animale che mi porto dentro vive con una persona che fa spesso simpatia, che è allegra, che sa stare in gruppo, sa chiacchierare durante una cena, è comprensiva, è curiosa, sa entrare subito in intimità, perché vuole sapere quali sono i nodi e i pensieri importanti degli altri. L’animale vive dentro una persona che ha molti amici, che la notte non riesce ad addormentarsi se si è scordato di richiamare qualcuno, che sa ascoltare i problemi e cercare una soluzione, che ha cercato di aiutare, per quanto possibile, le persone di talento, sentendolo un compito. C’è però un lato del mio carattere che è nascosto, e che conoscono solo le persone più intime dopo tanto tempo che le frequento (e non tutte). Ma non è nascosto per volontà - non sono io che lo nascondo; è che, evidentemente, viene fuori soltanto alla lunga e in circostanze molto intime o, appunto, di stress consumato in privato; e quindi lo vedono i familiari, gli amici più stretti, le persone con cui lavoro ogni giorno per anni. L’animale che mi porto dentro e che molti non conoscono è uno che vuole continuamente fare a botte, che ai semafori si incazza se qualcuno gli suona il clacson, o gli taglia la strada, ma si incazza nel senso che insulta, ha voglia di litigare, dà cazzotti contro i finestrini e dice: scendi che t’ammazzo. È violento, sbatte il telefono in faccia, urla a due centimetri dalle persone, è arrogante, vuole che le cose vadano come dice lui, che le persone gli chiedano scusa, stinge le mandibole, digrigna i denti, chiude i pugni, per dire: ora t’ammazzo, anche se sa che non bisogna farlo, e neanche dirlo. Questo animale mi fa essere cupo, nervoso; una persona che gli altri giudicano simpatica è anche la stessa persona che, per giorni, può non dire una parola, sta zitto e se qualcuno gli chiede: cos’hai?, lo manda a fanculo. Ma poiché questa cosa, per pudore e per abitudine, si esprime soltanto nell’intimità, è invisibile a molti (fino a quando non succede qualcosa); e ogni volta che qualcuno vi assiste per la prima volta - o la subisce - ne è molto stupito, perché non se l’aspettava. (Nessuno, tranne quell’arbitro, sa che in quella partita in cui sono stato così bravo, la prima cosa che ho fatto è stata sputare in faccia all’avversario. Quindi tutti ricordano solo la concentrazione, la freddezza nei canestri decisivi, l’incoraggiamento ai compagni, la grinta agonistica; ma non sanno che tutto questo era stato preceduto da un gesto sconsiderato, e che quello che ho fatto dopo avrei potuto non farlo - avrei dovuto non farlo, perché dovevano espellermi dopo un minuto). Questa specie di tempesta sta dentro la mia persona che invece ha costruito la sua vita sulla base del saper stare al mondo, ma in realtà non sa stare al mondo o ci sa stare in maniera burrascosa e se la tengo sotto, compressa, non è per assecondarla, ma perché vorrei averla uccisa come speravo da ragazzo. Per tutta la vita ho provato ad uccidere l’animale, ho pensato di averlo finalmente ucciso, e poi mi sono reso conto che veniva fuori da tutte le parti. E poiché ho cercato, se non di ammazzarlo, di chiuderlo a chiave per sempre dentro di me, quando emerge non viene semplicemente fuori, ma esplode. Dall’espressione contorta della mia faccia, dal suono della mia voce esplode un’irascibilità, un’incazzatura, un’incapacità di discutere senza usare toni violenti, senza mettermi ad urlare, che è incontrollabile, impossibile da fermare. Se qualcuno mi fa un torto, non perdono. Se qualcuno fa un errore, lo paga, eppure non c’è niente in me che faccia pensare alla spietatezza; e invece sono così. Molte persone sul lavoro si trovano all’improvviso di fronte alla brutalità, se so ho ragione la brutalità diventa spietata, netta, spiego con precisione i torti ricevuti e anche se mi chiedono scusa insisto, e dico: non si può fare così, non si può agire così e quindi le conseguenze saranno queste. Non arretro di un millimetro anche se so di ferire le persone che si sono accorte di aver sbagliato e mi chiedono scusa; le umilio ancora di più. Tutto questo succede con maggiore nettezza non quando ho ragione, ma quando ho torto. Quando ho fatto qualcosa di sbagliato, la mia reazione è ancora più violenta: con l’incazzatura, con l’arroganza, voglio combattere la ragione degli altri, voglio sconfiggere le persone che mi stanno dicendo qualcosa che non mi piace, col fatto che sono più forte di loro, spesso anche dialetticamente, ma soprattutto perché urlo, vicinissimo, le minaccio, alzo la mano e dico ti ammazzo e poi mi giro dall’altra parte e do un calcio alla sedia e la faccio volare. Tutto ciò fa in modo che le mie ragioni vengano imposte grazie al timore della mia reazione. I miei figli mi considerano affidabile, comprensivo e perfino un ottimo padre, ma sono proprio loro ad aver subito alcuni episodi di violenza. Devo dire che qualche volta, quando era bambina, ho anche picchiato mia figlia, e mi ricordo una volta, che lei non dimentica più perché non era piccolissima, per un’incazzatura l’ho trascinata in camera sua per i capelli. Ma non è la violenza fisica il tratto caratteristico dell’animale, perché la violenza fisica col tempo ho imparato a trattenerla, so che non posso usarla, ma non usarla mi fa tirare fuori una violenza psicologica, verbale e gestuale,e una rabbia repressa che finisce per rivolgersi ad altro per sfogarsi; quindi non verso le persone, ma verso oggetti, mobili, pareti. Le mie case sono segnate da calci alle porte, cazzotti contro i mobili, muri sfregiati dalle cose che ho tirato; ho buttato a terra librerie intere, ho lanciato piatti e telefoni contro le pareti. A un certo punto divento una belva che fa paura, faccio paura a mia moglie, ai miei figli (...). E poiché ancora conservo un barlume di consapevolezza, pur minacciando di ammazzare, mi accanisco su qualcosa di inanimato: Nella mia vita ho rotto televisori, specchi, piatti, telefoni, ho strappato vestiti, ho dato calci o pugni contro pareti o letti o mobili. Non tanto mio figlio, perché essendo piccolo la violenza l’ha subita parzialmente, ma mia figlia l’ha subita tantissimo per tutta la vita. L’ha subita mia moglie. Anche alcuni amici a cui sono legato da anni hanno subito questa violenza e sanno che discutere con me porta uno spavento perché voglio avere ragione e se non ho ragione mi incazzo, sono violento, minaccioso. Una volta, eravamo per strada, mia moglie era incinta e litigavamo e io ho cominciato ad urlare e lei voleva andare via per l’imbarazzo (però lei vuole sempre andare via, comunque, anche nei giorni di serenità), la trattenevo per un braccio e a quel punto ha chiesto aiuto a dei passanti - non perché le avessi fatto male, anche se dicevo aspetta, parliamo, fammi finire, e la tiravo; ma perché aveva paura di me. Tante volta mia moglie e mia figlia si alleano perché hanno paura di me. Tanta paura. La vedo nei loro occhi, mi fa tenerezza, ma fa tenerezza solo a una parte di me, quella che loro sperano ritornerà presto a prevalere. Ma intanto l’animale non riesce a fermarsi, non riesce a non aggredire quella paura, a fare ancora più paura. Hanno paura di me come le donne hanno paura degli uomini che le picchiano senza fermarsi. Hanno paura di me con le proporzioni di chi non ha subito una violenza fisica, ma è sempre sul punto di riceverla. E fanno bene: perché la mia incapacità di controllo, l’idea di far paura, mi dà un’euforia di cui poi mi pento, mi vergogno, ma che sul momento mi fa diventare potente, mi sembra di poter schiacciare gli altri, le loro ragioni e le loro forze e distruggere qualsiasi cosa. E soprattutto sento che la loro paura le rende debolissime e io mi sento fortissimo e capace di ottenere tutto ciò che voglio, di far andare le cose come voglio che vadano. Ecco, quella paura che vedo negli occhi degli altri, senza che io ci pensi perché in quel momento non penso a niente, mi dà un senso di euforia spaventoso ma che però costituisce la parte più intima di me, proprio perché l’animale è ficcato dentro e non esce mai e cerco di tenerlo a bada, e quando esce esplode, e chi lo vede si spaventa.; e si spaventa di più perché sta dentro un uomo che non ha le caratteristiche esteriori dell’animale. Infatti una delle ragioni per cui fa paura è che quando scompare, sembra non possa riapparire più. In seguito il mio modo di stare al mondo fa dimenticare l’animale, e ogni volta si può avere la speranza che sia morto, sia stato abbandonato per sempre. E invece ritorna. Sempre. E quindi, alla fine, l’unica maniera per averci a che fare, per me, è conviverci.
Francesco Piccolo, “L’animale che mi porto dentro”












