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Il 25 gennaio 2021 Alessandra Nobile pubblicava qui in Facebook un post che è forse la più bella recensione – sul piano dei contenuti – che un mio libro abbia ricevuta. Non più bella per il giudizio positivo – che comunque, com’è naturale, mi fa piacere – ma più bella per l’esattezza dell’analisi e la semplicità dell’esposizione. Rinnovo quindi, a distanza di qualche anno, la mia gratitudine.
«Riflessioni su “Le ripetizioni” di Giulio Mozzi, Marsilio Editori
«“Le ripetizioni”, il primo romanzo di Giulio Mozzi, già autore di numerose opere di racconti e noto insegnante di scrittura, è un libro complesso e interessantissimo. Credo che questa sia un’opera talmente ricca di significati da essere capace di far risuonare in modo diverso l’immaginario di ciascun lettore. E, come per un prisma, non è possibile coglierne contemporaneamente tutte le facce, ma è auspicabile, a mio parere, cercare di mettere bene a fuoco ciò che ognuno riesce a coglierne.
«Per me che ho la fissa della coppia, che ho il pallino di studiare le dinamiche di coppia, cosa che per anni ho fatto come psicoanalista, il romanzo di Giulio Mozzi è, fondamentalmente, un romanzo che parla d’amore. O meglio, un romanzo che parla delle difficoltà che l’individuo può incontrare, lungo il suo percorso di vita, a far nascere e a rendere concreto il suo sentimento per un’altra persona, e ad avvicinarsi, attraverso quel sentimento, a sé stesso.
«Mario, il protagonista, scrive e edita romanzi, ha fatto della parola, della parola letta e della parola scritta, il suo modo di relazionarsi alla vita. Mario è, come tutti noi, alla ricerca di sé e, come tutti noi, è curioso e allo stesso tempo terrorizzato da quello che potrebbe trovare. La paura più grande di Mario è quella di pronunciarsi, di pronunciarsi in prima persona. Cerca relazioni che lo confermino nella passività, relazioni dove sia l’altro a decidere, a pronunciarsi, ad ordinare, e dove a lui spetti soltanto eseguire, senza farsi troppe domande, anzi, senza farsene alcuna.
«È così la relazione omosessuale con il giovane Santiago, basata su una violenza tale da far inorridire, da far pensare di trovarsi di fronte al male assoluto. Una relazione dove l’importante, che si domini o si sia dominati, è non esserci mai lì, presenti, assieme all’altro.
«Ed è nell’annullamento di sé nell’altro che pare, a un certo punto, aver luogo la vera beatitudine, per Mario: una beatitudine che nasconde il terrore di fare i conti con sé stesso.
«È così anche la relazione con la donna che Mario intende sposare: Viola. Relazione che sembra viaggiare sul tacito accordo, da parte di entrambi, di non entrare in profondità, di non toccare mai, l’un l’altro, le rispettive chiusure, le rispettive paure, e ferite.
«Ma poi c’è Bianca, la donna di cui Mario è innamorato. Bianca che ha avuto una figlia che forse è di Mario, o forse no. Bianca con la quale, negli anni, Mario instaura un continuo tira e molla, senza mai riuscire a raggiungerla davvero. Bianca che è anche lei fragile, molto fragile, che vorrebbe Mario, ma che poi, proprio come lui, si sottrae. Con Bianca, solo con lei, Mario si avvicina più volte alla possibilità di metter mano a sé stesso, di pronunciarsi in prima persona, di “esserci” finalmente, per come lui è, con le sue fragilità, con i suoi limiti, con la sua umanità. Perché Bianca non si accontenta, e chiede a Mario con forza di “esserci” lì assieme a lei, peccato che poi sia lei stessa a scappare. Anche questo è un rapporto difficile, un rapporto dove entrambi sembrano avere lo stesso problema: il terrore di entrare in intimità. Ma è questo terrore che Mario e Bianca, incontrandosi, cominciano a toccare con mano, sfiorando più e più volte la possibilità di percepirlo, e di affrontarlo, insieme. Ed è proprio quando si accosta a quel nucleo incandescente che Mario si spaventa, si blocca, ricomincia, e ripete. Ma anche il ripetere può servire ad avvicinarlo, piano piano, a quel nucleo.
«Emblematici, a questo proposito, sono i pensieri che attraversano Mario, dopo aver fatto l’amore con Bianca, e dopo anni di separazione:
«“Forse un giorno apriremo gli occhi, Bianca, e vivremo nel mondo reale con un sogno dietro gli occhi. Il sogno sarà come una doppia vista che ci farà vedere l’interno delle cose, al di là della bruttezza con la quale gli uomini così spesso ricoprono sé stessi e le cose del mondo. Sarà tutto bellissimo, e non sarà niente di speciale: solo essere vivi, liberi, amanti. Ti offro l’amore che sono in grado di fabbricare con le mie mani. Poi gli viene in mente Viola, il treno da prendere, la chiave da lasciare nella casella della posta. È tutto finito con Bianca, pensa, tutto”.
«L’amore somiglia più a un percorso ad ostacoli che a un prato fiorito. E questo libro sa descriverne gli ostacoli con una lucidità e una maestria che difficilmente ho trovato, altrove. Via le idealizzazioni, via gli inganni, finalmente possiamo vedere fino a che punto un sentimento d’amore possa essere, talvolta, terrorizzante.
«Perché l’amore, in fondo, non è che una forte spinta a metter mano a sé stessi. E non è vero che con l’altro, con l’amato, ci si senta immortali, al contrario. L’amore è un territorio fecondo per mettere mano, piano piano, anche dolorosamente, alla propria fragilità e alla propria mortalità, assieme all’altro che si scopre essere, proprio come noi, fragile e mortale.
«Ma è proprio questo che Mario teme. Mario è già stato innamorato, e ha conosciuto il dolore profondo per la perdita improvvisa di Lucia, la ragazza amata. Mario non ha mai fatto i conti fino in fondo con questa perdita (sempre che sia mai possibile farci i conti davvero, con una perdita). Se Mario dovesse pronunciarsi in prima persona, con Bianca, forse ritroverebbe lo sguardo di Lucia, ma ritroverebbe anche quella parte di sé che ha seppellito tanto tempo prima, assieme a lei. Ritroverebbe, o meglio riscoprirebbe, Mario, soprattutto quell’amore, limitato, mortale, stupendo: quell’amore che lui è in grado, che è sempre stato in grado, di fabbricare con le sue mani. Quell’amore che è, prima di tutto, intimità.
«Il mio Maestro di psicoanalisi, Michele Minolli, nel testo: “Che aspetti ad andartene? L’amore nella cultura iper-moderna”, scriveva:
«“…nella coppia viene anche a crearsi un intimo unico che oltrepassa la dimensione fisica. La conoscenza del partner va oltre l’intimo legato alla sessualità per abbracciare l’intera complessità dell’altro. Non è una conoscenza razionale o verbalizzabile, ma effettiva, concreta e reale. È la conoscenza profonda a creare l’intimo. A volte viene condivisa, ma non è necessario. A volte viene vissuta, ed è tutto quello che conta”.
«Il libro di Giulio Mozzi si chiude con una visione angosciante e terribile che non rivelerò, perché non è bene svelare il finale di un libro. Dico solo che, come ogni visione angosciante e terribile, non va assolutizzata, ma guardata e compresa nel contesto che la circonda. Il capitolo che precede quella visione è, non a caso, una conversazione tra Mario e il suo amico Gas, il Grande Artista Sconosciuto, riguardo ad una delle opere di Gas: Discorso attorno a un sentimento nascente. A proposito di quest’opera, Mario dice: “…a me sembra un quadro bellissimo, ma a parte questo, vedi, è un quadro che mi riempie di felicità, perché mi pare che dica che tu, benché sia stato prigioniero per anni e anni, una possibilità di sentimento ce l’hai, ce l’hai perché dalla tua mente, anzi no, non dalla tua mente, dalle tue mani, è venuta fuori questa presenza meravigliosa qui…”.
«Possiamo pensare che più ci avviciniamo a quel sentimento nascente, a quel contatto pieno con noi stessi, e più abbiamo paura: ed è lì che arrivano le visioni angoscianti, per distoglierci nuovamente da quel contatto. Credo che la vita sia una continua danza, fatta di passi avanti e passi indietro su questa strada. E che l’amore, terreno privilegiato per un contatto profondo con sé stessi, sia uno dei modi per aiutarci ad avanzare su questa strada, nonostante la paura.
«La bellezza di questo libro, però, è esser fatto di tanti significati, di tante strade. Io ho scelto di percorrerne una: quella che più mi si confà.
«P.S. Queste mie piccole riflessioni le ho fatte con i libri di due Maestri tra le mani: in una mano il libro: “Le ripetizioni” di Giulio Mozzi, nell’altra il libro di Michele Minolli: “Che aspetti ad andartene? L’amore nella cultura iper-moderna”».
Libri – i migliori manuali di Scrittura Creativa #2
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Immaginare le storie, un corso con Valentina Durante e Giulio Mozzi.
Immaginare le storie, un corso con Valentina Durante e Giulio Mozzi.
Buongiorno! Oggi desidero condividere l’esperienza vissuta con la Bottega di Narrazione, un’organizzazione di corsi e laboratori di scrittura creativa dal vivo e online; chiaramente, data la situazione, il mio era un laboratorio online svolto in orario serale. In pratica, ogni lunedì ci siamo trovati per tre ore per ascoltare le riflessioni dei due scrittori e poi confrontarci insieme; ogni sera…
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[Le ripetizioni][Giulio Mozzi]
Giulio Mozzi in questo suo romanzo guida il protagonista, e chi legge, attraverso avventure in parte reali e in parte del tutto immaginarie, portandoli a sfiorare le vite strane e misteriose di personaggi senza nome.
Mario è un uomo che inventa storie, modifica la realtà, non è interessato alla verità, né sulle cose né sulle persone. Mario sfugge, per indolenza, all’obbligo di capire che tutti ci lega e tutti ci frustra. Vuole sposare Viola ignorandone la doppia, forse tripla vita. Anni prima è stato lasciato da Bianca, subito prima che nascesse Agnese, che forse è sua figlia o forse no. Tuttavia, se Bianca,…
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Profili fake, maschere, mascherine, mascherate. Da Fernando Pessoa (il guru) a Mariella Prestante e Monica Rossi… Vite sfacciatamente senza faccia
“È forse l’ultimo giorno della mia vita. Ho salutato il sole, alzando la mano destra, ma non l’ho salutato, dicendo addio. Solo un cenno al vederlo ancora, niente altro”
Con questi quattro versi, più un frammento di conversazione verbale tra un uomo e i posteri che un messaggio in forma di poesia, Fernando Pessoa dà voce ad Alberto Caeiro, uno dei suoi tanti eteronimi, nel giorno della sua morte, morte che il poeta di Lisbona aveva posto nel 1915. Tale sorta di alter ego, definito “maestro”, nato nel 1889 a Lisbona, come lui, aveva trascorso tutta la vita in campagna, senza professione né istruzione, un’anima pura, insomma, incorrotta dai dogmi della civiltà del pensiero occidentale. Piace qui ricordare come Pessoa, ben prima di tanti scrittori contemporanei, sia stato uno scrittore che dentro di sé portava un baule pieno di gente, come lo definì il suo traduttore Antonio Tabucchi.
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Leggendo l’articolo su Pangea, “Il Muhammad Alì dell’agone letterario”, di Francesco Consiglio, sui profili fake e sulla figura gianesca, bifronte definizione di Mozzi 1 e Mozzi 2 – come se Mozzi nella sua vita avesse avuto, alla stregua di un Picasso, un periodo rosa, blu o che altro –, ho sorriso ancora una volta, naturale rapporto di causa ed effetto, al volpesco genio di Mozzi. Che poi Mozzi, o chiunque altro, esprima se stesso, come scrittore, attraverso i personaggi di Mariella Prestante, Bissolati, Dalcielo, Meliconi, Sorgato, trovo che non ci sia nulla di male. C’è poi da fare luce su quella che Francesco Consiglio ha definito “L’arte sibillina delle identità contraffatte”. Premetto che ho trovato molto bella la sua metafora a proposito di Mozzi incassatore come il robusto Muhammad Alì davanti a George Foreman nel combattimento disputato il 30 ottobre 1974 a Kinshasa. Occorre dire una cosa importante, ovvero che la scelta del Mozzi creatore di identità fittizie, diversamente dallo scrittore, nonché consulente editoriale, insegnante e talent scout, non è e non può essere mai una scelta per capriccio o d’invenzione in un bel giorno di sole, e che se il pugile Mozzi in quel caso incassa bene, sotto le vesti di Mariella Prestante colpisce.
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Chiaramente è lo strumento Facebook che ha dato il senso, ludico, promozionale o meno, di costruire dei dialoghi tra i vari avventori del web e Mariella Prestante di cui, dopo alcune poesie uscite insieme a vari racconti sul volume Fiction 2.0, è stato pubblicato il libro dal titolo Estremi amori, postume querele. Mozzi si è sostanzialmente reinventato attraverso i pettegolezzi erotici della Prestante, gli sberleffi, le trovate istrioniche e le recensioni impossibili, di libri altrettanto impossibili, del buffo Bissolati, come le raffinate descrizioni di Carlo Dalcielo e così via, che altro non sono che un gioco malizioso per la gioia o lo spaesamento del lettore, tutt’altro che gratuita malignità. Qui casca il morto: il caso di Monica Rossi e di altri profili falsi dentro la cosiddetta bolla social. Chi si nasconde dietro un profilo fake, se non lo fa a scopo letterario, lo fa spesso per il proprio tornaconto.
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Diciamo che nascondersi ha un margine di legittimità. Chi non ha mai desiderato di sparire almeno un centinaio di volte, specie in piena adolescenza, per un ceffone di nostro padre o per un senso di vergogna? Chi non ha mai desiderato essere altro? Il fatto è che divenire uomo è una questione del tutto privata, un rinascere dal proprio ieri che si situa tra sacro e profano, tra l’orgoglio e la ripugnanza della scoperta del proprio seme. Presto si mastica la vita, questa vita di cui, a fatica, si digeriscono le maschere. Frequentano ogni genere di esistenza le maschere, ogni genere di teatro, soprattutto ci frequentano, ci ammaliano. Le maschere, in quanto maschere, hanno una loro parte nel copione da recitare, non rendono conto a nessuno, se non a se stesse. A esse si attribuisce spesso una virtù inammissibile altrove, un presunto coraggio, il coraggio di nascondersi. Bisogna sfatare una buona volta il mito che chi si nasconde è un eroe, a meno che questo oscuramento non sia frutto del più nobile raziocinio o di una libertà necessaria. A proposito di anonimato necessario, ricordiamo come Giovanni Raboni, nella sua raccolta di stroncature in quarant’anni di attività critica letteraria dal titolo Meglio star zitti?, uscito lo scorso anno negli Oscar Mondadori, ci racconti i problemi di Milan Kundera in patria con il regime, di come i suoi libri non potessero essere né pubblicati né venduti, né tantomeno alcuna rivista o giornale potesse ospitare i suoi articoli o citare il suo nome. Ciò non gli impedì di cercare di procurarsi da sopravvivere, tenendo, sotto falso nome, una rubrica di astrologia in un settimanale il cui direttore rischiava, così facendo, di perdere il posto.
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Ci sono maschere e maschere, insomma: di terracotta che, cadendo, si sfaldano e maschere nobili e di grande potere, come la maschera d’oro di Agamennone. Nel mezzo ci sono le maschere di Pulcinella, le maschere di carnevale che almeno una volta nella vita bisogna indossare, per capire quel filo sottile che passa tra la verità e la menzogna, tra il gioco e la disillusione. Già in queste ultime riflessioni mi si para davanti la più necessaria delle domande: che cosa induce un uomo a mascherarsi dietro un nome di donna? La mia risposta a caldo è per una strana tendenza a una sorta di voyeurismo innato. La seconda, decisamente più meditata, è per pura e semplice adulazione, desiderio di far colpo sull’altro sesso, stabilire un contatto diretto ed essere trattato da pari a pari. Che poi, stiamo intesi, mica siamo tutti rincoglioniti o rincoglionite da abboccare all’amo. Chiaro che il gioco ha una sua componente importante, sempre che quella componente incontri la nostra ironia. Che sarà mai un profilo fake con un nome di donna che si prende la briga di offendere?
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L’esperimento carcerario di Stanford del 1971 ha ampiamente dimostrato quel sottile confine tra bene e male che è in ognuno di noi. Non c’è più tempo per i sentimentalismi. Non parliamo poi del consenso. Comincio a diffidare di chi ha sempre consenso, a meno che non abbia una storia chiara alle spalle. Questa storia dei profili falsi puzza di Dottor Jekyll e Mr. Hyde, di disturbo bipolare con picchi vertiginosi di autostima. Ma cuori e like per un profilo falso, che non ha neanche le carte in regola per farci divertire, come ce l’ha invece Mozzi, qualcuno prima o poi, per questo fenomeno, dovrà darci una spiegazione. Non si può negare la genialata di Mozzi nel creare quei profili, e forse non è lecito entrare troppo a fondo nella polemica – che già ha destato qualche clamore –, in parte voluta da Francesco Consiglio, nel momento in cui esprimeva il suo libero dissenso nei confronti di questi personaggi d’invenzione in carne e ossa. La cosa non gli ha impedito di esporsi agli attacchi dei suoi difensori, dove ognuno ha avuto il suo singolare ben che dire, con la propria personale arringa. Ogni testa, si sa, è un tribunale. Chiaro che se si risponde a una provocazione solo per irridere, e con denti da iena ridens, allora è inutile. Le attenzioni, di fatto, dal caso Monica Rossi si sono spostate su Mozzi. Diciamo pure che negli anni se l’è meritate ampiamente. Faccio il nome di Mariella Prestante, questa poetessa “ridotta ormai a un magro scheletro”. Interessante è il modo in cui Mariella trovi la maggiore quanto libera espressione nell’ambito della bolla social, più che nell’ambito della carta stampata. Mariella Prestante era ed è – beh, dell’esistere c’è anche da dubitare, in quanto morta o presunta, tanto da costringere Mozzi ancora una volta a farci divertire sul suo conto, rinominandola su Facebook “Mariella Prestante rediviva” – un personaggio che Facebook ha il merito di avere fatto conoscere ai più, laddove si è potuta esprimere, attraverso sboccati sonetti poetici, in odor di vita e di morte, ma a conti fatti, un personaggio “virtuale”. Chiaro che questo si può sempre smentire, ritenerla viva a tutti gli effetti, ma, dopo averne visto e ascoltato un reading on line, posso dire che ho sentito più presente il creatore rispetto alla sua creatura, per usare un termine che riecheggia il Frankenstein di Mary Shelley. Di contro, la bolla dei social comporta tutti i rischi del caso. Ricordo quello scrittore che in un particolare momento di sconforto scrisse senza pudore un post in cui dichiarava di odiare i suoi fan. In fondo, quale artista non odia i suoi sostenitori, che s’innamorano del feticcio costruito o meno, che spesso travisano l’autenticità dell’artista, il background dell’opera, gli anni di lavoro, come i tifosi che ignorano i sacrifici muscolari del calciatore, i problemi psicofisici legati agli infortuni. Eppure, quell’artista ci ha messo la faccia, il calciatore ci ha messo le gambe, entrambi ci hanno messo, più o meno, la testa, in senso fisico o cerebrale, ma quanto basta davvero a liquidarne in un solo giorno l’operato?
*
C’è poi il profilo fake, ovvero l’identità d’invenzione non esplicita, che del deridere e prendersi gioco di buona parte della categoria “scrittori” ha dato prova il profilo Monica Rossi. Non lo dico a mo’ di provocazione, non so chi sia, né potrei mai conoscere Monica Rossi. Odiare è, a prescindere, un sentimento umano, ma sarebbe, però, anche ora di dire che non si può fare di tutta l’erba un fascio. Il punto è che la bolla social ci ha permesso tutto, di potere accedere a territori di una bellezza e di un orrore inauditi, consentendoci di costruire un mondo a compartimenti stagni, una realtà virtuale, o meglio, una reale virtualità, come in Matrix. È questo un caravanserraglio in cui rischiamo ogni giorno di trascorrere sempre più tempo, dove poter sempre tornare e riaggiornare il nostro punto di vista su cose e fatti. Per altri è un’aula giudiziaria dove dare adito ad accuse e pettegolezzi gratuiti alle spalle di altri, contro coloro che ci mettono la faccia. Sarebbe inopportuno, non conoscendo la verità su Monica Rossi, chiedersi quando porrà fine al suo personaggio costei, o meglio costui. Sta di fatto che il sunnominato o la sunnominata, quando vuole, spara a zero sulla categoria “scrittori”, – che abbiano talento o meno questi scrittori sono persone e hanno tutto il diritto di dimostrare il loro valore con il tempo – ma non affronta il suo interlocutore, il suo sfidante, in maniera diretta, come un pugile autentico. Egli usa una maschera, sproloquia e fa il nome di Tizio e di Caio, senza alcuna remora.
*
Per alcuni Monica Rossi sarà la Tootsie della letteratura italiana, per altri sarà verità fatta persona, l’Eletto magari, o per chi, come me, adesso ne scrive, tutto e l’infuori di tutto. Non ci resta che rimanere nella vana attesa che si riveli, prima o poi, il mistero secretato dai profili fake, né più né meno che volti nascosti da maschere, le maschere evocate dai versi del Quaderno di quattro anni di Eugenio Montale.
“Chissà se un giorno butteremo le maschere che portiamo sul volto senza saperlo. Per questo è tanto difficile identificare gli uomini che incontriamo.”
Alessandro Corso
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“Il Muhammad Alì dell’agone letterario”. Discorso su Giulio Mozzi 1 e Giulio Mozzi 2, ovvero: l’arte sibillina delle identità contraffatte
Esistono due Giulio Mozzi. Uno è lo scrittore, classe 1960, consulente editoriale e insegnante di scrittura creativa. Lo chiamerò il Mozzi 1. Nel suo sito, vibrisse.wordpress.com, potete trovare foto della fermata dell’autobus davanti casa sua, foto del suo stendino per la biancheria, foto dei suoi piatti da cucina, foto dello studio, foto di lui assieme a Kenzaburō Ōe, uno scrittore giapponese premio Nobel per la letteratura nel 1994.
Su Mozzi 1 molto è stato scritto, soprattutto da Giulio Mozzi, ed è difficile aggiungere qualcosa di originale. Io ci provo dicendo che è il Muhammad Alì dell’agone letterario, un incontrista.
Il combattimento tra Alì e George Foreman, disputato il 30 ottobre 1974 a Kinshasa, nello Zaire, è stato raccontato in un libro di Norman Mailer, The Fight. Alì si fece malmenare per sette riprese dall’avversario, poi capì che Foreman era cotto e lo mise al tappeto con un gancio sinistro e un micidiale diretto al viso.
Riuscite a capire dove voglio andare a parare? In quel ring di lotta libera che è la narrativa – rubo questa frase a Murakami Haruki – Giulio Mozzi è un campione del livello di Alì: non attacca mai direttamente, ma è molto abile nel portare colpi d’incontro.
*
Alcuni anni fa, credo fosse il 2012, quando si è accorto che sul sito di una libreria online c’erano un sacco di lettori che lo perculavano, dicendo peste e corna dei suoi libri, Mozzi ha pensato bene di scrivere un articolo dal titolo: “Le dieci peggiori cose scritte in Ibs a proposito dei libri di Giulio Mozzi”. E lo ha pubblicato sul suo blog.
Idea furbissima, degna di un grande incontrista.
Se un lettore scrive, a proposito del Ricettario di scrittura creativa: “Quasi 500 pagine di spazzatura inutile”, e Mozzi pubblica il commento sul suo sito, quelle parole feroci diventano il vaffanculo che rimbalza sui suoi critici trasformandosi in sberleffo.
E poi sentite questa, a proposito di Fiction: “Mozzi vorrebbe scrivere grandi racconti, ma il risultato è quello di un Crippa che vuole fare le giocate di Maradona”.
E quest’altra, a proposito di La felicità terrena: “Insopportabile. Illeggibile. Unica cosa decente le 3/4 pagine dell’ultimo racconto che descrivono i film porno che l’autore guardava da adolescente, scritte però con un linguaggio da prete, inconsistente e smorto”.
Se lo dicessero di me, mezza Italia si convincerebbe che sono un pessimo scrittore. Invece Mozzi veste i panni del pappagallo digitale, ripete quegli insulti e li riduce a macchietta, uno stridulo garrito che si perde nell’aria.
E al quel punto, chi ha più voglia di chiedersi se il Ricettario di scrittura creativa è “essenzialmente un libro per imitatori, perfetto per i Toto Cutugno della letteratura”, come scrive un certo Filippetto, utente di Ibs?
Il messaggio che passa è: Mozzi è ironico, saggio, non si arrabbia per le critiche, anzi: ci scherza su.
*
Io sono sicuro che se ci fosse stato lui, sul ring di Kinshasa, e intendo: se Giulio Mozzi fosse stato Foreman, non solo avrebbe evitato di mulinare braccia e gambe come se volesse spaccare l’aria, stancandosi inutilmente, ma si sarebbe assestato due ceffoni sul naso. Sì, avete letto bene: sul proprio naso. E allora anche Alì, il pugile più famoso di tutti i tempi, il più grande, avrebbe capito l’inutilità di quel correre, schivare, incassare, picchiare e fare in modo che i colpi facciano male il più possibile. E si sarebbe arreso a Giulio Mozzi.
(Malignità: Siccome Mozzi è furbo, furbissimo, mi è venuto il dubbio che alcune di quelle recensioni se le sia inventate lui).
Questo è il Mozzi 1, mi piace. E poi è certamente un talent scout, uno dei migliori che abbiamo in Italia. Se sei un aspirante scrittore e scrivi a Giulio Mozzi, lui risponde. Se hai messo nero su bianco un bel mucchietto di parole come sterchi di coniglio e le spedisci a Giulio Mozzi, lui ti legge.
*
Poi, ahinoi, esiste il lato oscuro di Giulio Mozzi, il dark Mozzi, il Mozzi 2, il sulfureo, il cattivo maestro, il creatore, insieme all’amico padovano Bruno Lorini, di identità fittizie tipo Mariella Prestante, la poetessa fake che pubblicava i suoi versi su Facebook. Al termine di un diluvio di post: rime difficili, rime sdrucciole, rime identiche e così via, il 13 agosto 2013 alle 23:55 Mozzi confessò sul suo sito il misfatto con tre versi finali di un sonetto:
Ma fosse solo quella, la mia birichinata, solo quella… Eh sì, ve lo confesso: la Mariella…
E poi scrisse, godendo della superficialità degli ingenui che l’avevano creduta vera: “È così di moda! Siamo nell’internet, nel mondo delle identità mutanti!”.
*
Mozzi è un recidivo, avendo già creato, in un’era non digitale, tristi figuri quali Ennio Bissolati, Carlo Dalcielo, Giovanna Meliconi, Lucio Sorgato.
Perciò ogni volta che su Facebook salta fuori un profilo fake che si mette a parlare di letteratura, il primo indiziato è Giulio Mozzi.
Al momento in cui scrivo, il fake più popolare tra gli appassionati di letteratura è un tale che si fa chiamare Monica Rossi e si presenta come editor ricchissimo e potente. Posseduto dal demonio della banalità, scrive post sul mondo editoriale e rovescia vagonate di insulti su chiunque osa contraddirlo. Non posso credere sia Mozzi. Troppo grezzo l’uno, troppo fine l’altro. Dai sonetti di Mariella Prestante allo “Stai zitto coglione” di Monica Rossi corre un abisso culturale e psicologico. Per me Monica Rossi è un Giulio minore: un editor che ha perso il lavoro, uno scrittore rifiutato o un editore marginalizzato. O tutti e tre insieme: un team di cattivi imitatori.
*
Cosa vogliono fare Giulio Mozzi e i suoi epigoni con queste identità fasulle? Rimarrei deluso se tutto si risolvesse nella pubblicazione di un libro di (o su) Mariella Prestante, Monica o Giuseppina Vattelappesca. Libri che leggerebbero in pochi e mi farebbero sconsolatamente dire: “Tanto traffico per niente”.
Non sarà sto gran casotto: tutto fumo e niente arrosto. Eppure, lasciatemelo pensare: Mozzi 2 non mi piace. Lo considero responsabile di avere avallato l’idea che la menzogna sul web è inoffensiva.
*
Giorni fa, nel profilo fake della fu Angelica Lili Lorean, ho letto il messaggio di un utente: “Io sono estremamente favorevole all’anonimato in rete. Siamo tutti fake qui, più o meno. Chi si scandalizza non ha capito nulla. Tra le cose più vere e reali che ho letto su FB ci sono sicuramente quelle scritte da Monica Rossi e da Angelica”.
Che la gente ami farsi fottere, e di brutto, dagli esperimenti di ingegneria sociale è un fatto incontrovertibile. Le elezioni si vincono sul web. I persuasori occulti sono tutti sul web. I desideri delle masse si condizionano sul web.
Qualcuno mi dirà: “Ma che c’entra tutto questo con il divertimento di uno scrittore?”.
Se parliamo di Mozzi, nulla.
*
Ma riflettete: ogni giorno, in tutto il mondo, migliaia di persone si spacciano per qualcun altro al solo scopo di commettere crimini più o meno orribili. L’human hacking è uno strumento che può influenzare e manipolare il comportamento umano per compiere azioni delittuose o potenzialmente dannose. A volte un fake ha l’obiettivo di ingannare le persone, confidando sulla loro tendenza a fidarsi e rilasciare informazioni senza rendersene conto. L’amico social di un individuo che falsifica la propria identità dovrebbe sempre chiedersi: “Cosa so io di lui e cosa sa lui di me? Chi può nuocere più facilmente all’altro? Chi avrebbe la meglio in uno scontro di intelligenze tra uno che bluffa e uno che è sincero?”.
C’è un detto che tutti i pokeristi conoscono: “Se sei seduto al tavolo di gioco e non riesci a capire chi sia il pollo, il pollo sei tu”.
*
Un’identità nascosta usa molte tecniche per conquistare la fiducia delle persone. Per esempio, inducendo alla compassione per situazioni sfortunate. Oppure, se si accorge che il suo contatto ha un problema, si propone di aiutarlo, anche offrendogli dei soldi. A quel punto l’inconsapevole vittima si fiderà, perché la sua mente è prigioniera di una facile e ingannevole equazione: “Chiunque sia, il tizio mi ha aiutato, quindi è buono”. È la vecchia trappola della caramella. Mai accettarne da uno sconosciuto.
Di nuovo, mi sembra di sentire l’obiezione: “Sì, ma Mozzi cosa c’entra?”.
Io non credo che gli scrittori e gli artisti in genere debbano necessariamente farsi portatori di messaggi etici, però mi piacerebbe che Giulio Mozzi facesse come quei campioni di wrestling che prima di cominciare la loro recita di calci, pugni, sediate e ketchup, dicono ai bambini: “Divertitevi con noi, ma non provate a imitarci o vi farete molto male”.
Francesco Consiglio, quello vero
L'articolo “Il Muhammad Alì dell’agone letterario”. Discorso su Giulio Mozzi 1 e Giulio Mozzi 2, ovvero: l’arte sibillina delle identità contraffatte proviene da Pangea.
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Il mio problema con certa poesia riassunto in tre righe
“- È così... Bisogna liberarsi dal bisogno del senso... Aprire le porte della percezione... Rendersi disponibili a una significazione arcana, alla manifestazione del mistero...” (Giulio Mozzi, Fantasmi e fughe)