testo autobiografico - esperienza extracorporea)
Ricordo perfettamente quel momento, anche se avevo solo otto anni. Era il compleanno di mia nonna ed era una giornata d'estate quasi come le altre, finché non sono caduta dalla bici e ho sbattuto forte la testa. Ma ciò che è successo dopo non è spiegabile con le parole che usiamo tutti i giorni. So solo che non era un sogno. Non poteva esserlo.
Mi sono trovata sospesa nel nulla. Non c’era luce, non c’erano suoni, non c’erano pareti o confini. Solo buio. Eppure non faceva paura. Era come essere una fiamma azzurra sospesa nell’aria. Ero lì, cosciente di me, ma completamente priva di corpo. Non avevo le mani, le gambe, nemmeno gli occhi. Eppure... vedevo. Non con gli occhi fisici, ma con qualcosa di più profondo, come se stessi “percependo” con l’essenza stessa del mio essere.
Provavo a muovere le mani, ma non le avevo. Sentivo però l'intento, il desiderio di farlo, come se il ricordo del corpo fosse ancora dentro di me. E in quel momento ho capito: le mani, le braccia, ogni parte del corpo, non sono altro che delle estensioni. Servono per toccare il mondo, per interagire con la materia, ma non definiscono chi siamo.
La cosa che mi ha colpita di più però non è stata l’assenza del corpo, ma la presenza assoluta della mia coscienza. Io ero. Ero viva, consapevole, presente. Senza tempo. Come se tutto si fosse fermato o, forse, come se il tempo non esistesse affatto. In quell’istante ho avuto la netta sensazione che il tempo, così come lo conosciamo, sia solo una delle tante linee che attraversano un universo molto più vasto, fatto di infinite realtà, mondi, dimensioni. E io ero finita in uno spazio intermedio, tra una linea temporale e l’altra.
Ma non avevo paura. Non sapevo dove fossi, né come tornare alla mia vita, alla mia linea del “presente”. Eppure dentro di me c’era una fiducia inspiegabile, profonda, quasi primordiale. Come se sapessi che qualcosa, o qualcuno, mi avrebbe riportata indietro. Come se tutto avesse un ordine, anche quando sembra il caos. Non c’era bisogno di lottare o di capire: bastava affidarsi.
E così, in un modo che ancora oggi non riesco a spiegare, sono tornata. Ma quella sensazione non mi ha mai lasciata del tutto. Da allora, una parte di me è rimasta consapevole che esiste molto più di ciò che possiamo vedere e toccare. Che siamo qualcosa di eterno, che attraversa i mondi, le vite, le forme.
E che, forse, morire... non è davvero la fine.