♠️__La seduzione della mente è molto più fine e diabolica di quella del corpo.🖤🌹

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Il romanzo di Zola interroga profondamente i cristiani. Ben oltre le sue qualità narrative. Molte tesi esplicite, se vogliamo datate. Ma la questione centrale rimane quella della salvezza e dell'intervento divino nella storia collettiva dell'uomo e in quella individuale degli uomini. Da lì non si sfugge, ma soprattutto non ci si può allontanare dalle contraddizioni che la soluzione positivista solleva. Nella recensione di «Lourdes» oggi su “Avvenire”.
Di Zola edizioni Medusa ha pubblicato “Viaggio a Lourdes” e “Il dottor Pascal”, acquistabili sul sito Edizioni Medusa: https://www.medusa-mcedizioni.com
Oggi su “Avvenire” la recensione dell’ultimo libro di Roberto Esposito, Vitam instituere. Genealogia dell’istituzione, dedicato ai processi di istituzionalizzazione della vita... e non solo. Approccio, a mio parere, interessante ma altrettanto discutibile.
Amadriade: Alle volte, non so. Mi chiedo che cosa sarebbe morire. Quest'è l'unica cosa che davvero ci manca. Sappiamo tutto e non sappiamo questa semplice cosa. Vorrei provare, e poi svegliarmi, si capisce.
Satiro: Sentila. Ma morire è proprio questo – non più sapere che sei morta. Ed è questo il diluvio: morire in tanti che non resti più nessuno a saperlo. […]
Amadriade: Strana gente. Loro trattano il destino e l'avvenire, come fosse un passato.
Satiro: Questo vuol dire, la speranza. Dare un nome di ricordo al destino.
Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò

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“ L’errore è di volere una vita immobile. Si vuole che il tempo si fermi, che l’amore sia eterno, che niente muoia mai, per crogiolarsi in una perenne infanzia. Si costruiscono muri per proteggersi e sono quei muri che un giorno diventano una prigione. Ora che vivo con Alice, non costruisco più pareti. Prendo ogni secondo di lei come un regalo. Mi accorgo che si può essere nostalgici del presente. Mi capita di vivere dei momenti così meravigliosi che mi dico: “Ehi! Un giorno tutto questo lo rimpiangerò: non devo mai dimenticarmi di questo istante, per poterci ripensare quando tutto andrà male”. Scopro che per restare innamorati è necessaria una parte inafferrabile in ciascuno. Bisogna rifiutare la piattezza, non nel senso di inventarsi emozioni artificiali e stupide, ma di sapersi stupire di fronte al miracolo di ogni giorno. Essere generosi, e semplici. Si è innamorati il giorno in cui si mette il dentifricio su uno spazzolino che non è il proprio. Soprattutto, ho imparato che per essere felici bisogna essere stati molto infelici. Senza apprendistato del dolore, la felicità non è solida. L’amore che dura tre anni è quello che non si è inerpicato sulle montagne o non ha frequentato i bassifondi, quello che è caduto dal cielo bell’e pronto. L’amore dura soltanto se ne conosciamo il prezzo, e conviene pagare in anticipo, se no si rischia di saldare il conto a posteriori. Non siamo stati preparati alla felicità perché non siamo stati abituati all’infelicità. Siamo cresciuti nella religione della comodità. Bisogna sapere chi si è e chi si ama. Bisogna essere compiuti per vivere una storia incompiuta. Spero che il titolo menzognero di questo libro non vi abbia troppo irritati: certo che l’amore non dura tre anni; sono felice di essermi sbagliato. Non è che questo libro solo perché è pubblicato da Grasset dica necessariamente la verità. Non so cosa il passato mi riserva (come diceva Sagan), ma vado avanti, nel terrore meravigliato, perché non ho altra scelta, vado avanti, meno incurante di un tempo, ma vado avanti comunque, vado avanti nonostante tutto, vado avanti e vi giuro che è bello. Facciamo l’amore nell’acqua traslucida di una cala deserta. Balliamo sotto le verande. Flirtiamo in un vicolo male illuminato bevendo Marqués de Cáceres. Non smettiamo mai di mangiare. È la vita vera, insomma. Quando l’ho chiesta in sposa, Alice ha avuto questa risposta piena di tenerezza, di romanticismo, di finezza, di bellezza, di dolcezza e di poesia: «No». Dopodomani, saranno tre anni che vivo con lei. “
Frédéric Beigbeder, L'amore dura tre anni, traduzione di Annamaria Ferrero, Feltrinelli (collana Economica, n° 8104), 2008; pp. 134-35.
[ Edizione originale: L’amour dure trois ans, Éditions Grasset & Fasquelle, 1997 ]
Alcune di queste tesi appaiono decisamente radicali se non persino spinte. Lo è per esempio l’idea che protestare per il mancato rispetto di una regola sia riprovevole sempre, anche quando la regola in questione è di chiara e immediata utilità, com’erano appunto – lo dice come si è visto lo stesso Fofi – quelle istituite per il contenimento del contagio da SARS-CoV-2. Forse alcuni di noi direbbero che richiamare chi in una epidemia si comporta in modo imprudente o chi inizia a spingere quando in moltissimi ci si trova a passare per un varco stretto non è come protestare con chi ha buttato il mozzicone di sigaretta per strada o ha lasciato aperto il portone del palazzo. Ma ovviamente se l’idea è che a spingere a protestare è sempre il desiderio di sentirsi importanti, una regola vale l’altra. Lascia un po’ perplessi poi naturalmente il parallelo tra le proteste nei confronti di chi per esempio non rispetta la regola del distanziamento sociale e chi nell’Italia fascista ha denunciato vicini ebrei. Questo parallelo e l’interpretazione delle proteste in termini di voluttà di sentirsi importanti riposano entrambi, in terzo luogo, su una concezione del potere che lo vuole interamente al di fuori e al di sopra della società e lo elegge a fonte unica di leggi e regole, come se queste ultime non fossero mai, neppure nella nostra meno autoritaria società, riflesso di esigenze dei cittadini (o di gruppi di questi), ma sempre emanazioni di quello. Di qui forse anche l’idea che i cittadini non abbiano altro modo per capire cosa è meglio fare che farselo dire dalla TV. Chi nelle leggi e regole riconosce al contrario anche il riflesso di domande che salgono dal basso, anziché solo il risultato di comandi che discendono dall’alto, può vedere nelle proteste anche un modo (certo non sempre molto efficace) per richiamare i trasgressori a fare attenzione agli effetti che il loro comportamento produce sugli altri. Davvero a Fofi non è mai capitato di protestare, o pensare di farlo, con chi in treno parla al telefono a voce troppo alta o in macchina non si ferma per lasciar passare i pedoni nemmeno se piove a dirotto? E infine questo potere è al tempo stesso sia straordinariamente desiderabile (pur di averne un po’ gli zelanti giungono a fare cose secondo Fofi umanamente inconcepibili, come denunciare gli ebrei), sia assolutamente negativo: si salva solo la piccola minoranza dei ribelli e disobbedienti che gli resistono. Verrebbe però da chiedere a Fofi di che vivano questi ribelli e disobbedienti. Dopo tutto non è questo potere a garantire che le istituzioni della nostra società (certo non tutte del tipo che vorremmo) in qualche modo funzionino a beneficio anche loro?
Mascherine e distanziamento: le proteste contro i trasgressori delle regole. Una risposta a Fofi