Mentre ero legata con le braccia tese verso l'altro e quasi completamente nuda sentivo ogni sferata lacerarmi la schiena e percepivo il sangue colarmi denso e caldo lungo la colonna vertebrale.
1..2...3 trattenevo il respiro ed ecco un'altra frustata, sono ore che va avanti così.
Per lui era come se la mia schiena fosse una tela su cui dipingere, quella frusta un pennello e il mio sangue i colori. Desidero andare via, scappare. E' uscito, so che quando tornerà farà male tanto male.
Eccolo è entrato con un secchio d'acqua nella mano sinistra, un pacco di sale sotto l'ascella destra e due limoni. Lo vidi versare il sale nell'acqua poi versarci il succo del limone. Capii che le sue intenzioni non sono delle migliori.
Si avvicinò con un ghingo malizioso, prese una spugna e la immerse dentro l'acqua facendola impregnare bene poi la porto vicino la mia nuca e applicò una pressione su di essa, quella miscela mi colava lungo la schiena sentivo quelle lacerazioni friggere come una cotoletta nell'olio bollente.
Poco dopo prese il secchio alle sue estremità si allontanò di poco e me lo gettò tutto di colpo addosso. Urlai. Per la prima volta lo feci, l'acqua era fredda ma al contatto con la mia pelle diveniva bollente.
Iniziai a piangere, un pianto isterico.
-Iplorami di fermarmi, e lo faccio-. Disse con un sogghigno maligno.
-Mai, te l'ho detto io ti salverò anche a costo di farmi uccidere da te-. Mi tirò un calcio nel ventre così forte che non riuscivo più a respirare. -Ti distruggerò fino a quando non smetterai di credere in questi stupidi sogni...-. Sentenziò tirandomi il viso verso di lui e posandomi un bacio sulle labbra. Ptuh. Gli sputai in faccia. Si pulì la guancia coperta mia saliva e mi guardò con la rabbia negli occhi. Mi tirò un pugno in faccia, sentii le sue nocche colpirmi la mascella, fino a farmi girare bruscamente la testa sentendo le ossa del mio collo scrocchiare.
Mi colpi di nuovo, ancora e ancora. Poi prese un secchio d'acqua gelata e me lo versò interamente addosso. Iniziai a tremare prese un asciugamano e iniziò a tamponarmi il corpo, se avesse sfregato mi avrebbe torturata ancora di più. Appena ero pulita, mi sciolse lasciandomi cadere bruscamente distesa sul pavimento, poiché non ce la facevo a reggermi. Si avvicinò, mi prese in braccio e mi riportò in camera. Lì mi mise di nuovo una di quelle camice rosse, prima di abbottonarla mi legò al letto si mise a cavalcioni su di me, si avvicinò alle mie labbra, prese il mio labbro inferiore tra i denti e lo strinse fino a farmi sanguinare, sussultai e percepii qualcosa crescere in mezzo alle sue gambe. Iniziai a tremare, adesso avevo paura. Io ero ancora pura, illibata.
Quando si staccò dalle mie labbra si vedeva il mio sangue sulle sue, ci passo su la lingua poi iniziò baciarmi dalle labbra fino al lobo dell'orecchio sinisto, tornò giù lentamente passando sulla mascella, sul collo, sulle clavicole sporgenti fino all'incavo tra i miei due seni, dove ci passò la lingua umida e calda. Continuò fino al mio ventre, io avevo gli occhi chiusi. Quando arrivò lì, vicino la mia intimità, contrassi i muscoli delle gambe tenendole strette. Iniziai a piangere e lasciai sfuggire dei singhiozzi strozzati. Lui capì e se ne andò, lasciandomi così senza dire una parola, con il fiato spezzato e le gambe tremanti. Poi mi addormentai.
Quando mi svegliai trovai la cena su un vassoio con un biglietto.
"Sono fuori di casa, ti ho lasciato il cellulare quì, se mai ti servisse qualcosa chiamami". Vidi anche delle chiavi le presi e vidi che erano quelle delle manette che mi tengono legata al letto. Mi districai da quel metallo. Perlustrai la casa, vidi che la porta era aperta, sembra quasi che mi stia dando il lascia passare per scappare via. Quindi decisi di andare. Ma non appena varcai la soglia rientrai come se avessi dimenticato qualcosa, fuori era davvero strano. Un vialetto di ghiaia mal illuminato alberi fitti e tutti legati quasi a formare un muro invarcabile, vidi però che c'era una di quella vasca per uccellini ben curata, avanzai di qualche passo bloccando la porta con il catenaccio per evitare che si chiudesse. Sentì una dolce brezza sfiorarmi il viso e ripercuotermi le membra. Vidi un cespuglio di rose con la precisione Violet Carson, mio padre era un botanico. Passavamo intere giornate nella serra a guardare i fiori, fino a quando morì. Ne accarezzai una ferendomi con una spina,... la vidi era fragile e delicata ma sapeva difendersi. Proprio come me, per questo il mio secondo nome è Violet, perché papà mi diceva sempre che in qualunque posto del mondo si può dare vita ad un fiore, in questo caso un ibrido. Continuai a guardarla di quello strano color salmone e quelle sfumature argentate in penobra sembrava che fosse l'unica cosa colorata in quel cumulo di buio e tenebre; quando sentì il rumore di passi sulla ghiaia. Sapevo che era Liam, il suo sguardo su di me lo avrei riconosciuto anche da miglia lontane. Forse è proprio per colpa di papà che sono qui, mi ha lasciata troppo presto. -Ciao, non stavo scappando. Volevo un po' d'aria-. Gli dissi. Lo sentii dietro di me, mi sfiorò le braccia nude con i polpastrelli e mi venne la pelle d'oca, insieme ad un brivido. Lo vidi avvicinarsi alla rosa che stavo accarezzando -E' davvero bella, quasi quanto te-. Mi sussurrò in un orecchio. Il mio respiro accellerò, accentuando ogni espirazione, non sapevo che dire. Poi lo vidi prendere da dentro il terreno una piccola forbice da giardino, afferrare la rosa e tagliarla, poi la prese e mentre stava per entrare mi guardò.
-Vai via? O entri?-. Lo guardai con aria interrogativa. -Dove credi possa andare?-. Chiesi con un'aria buffa e al quanto preoccupata. Sorrise sospirando, sai quei sospiri che dai dopo un bacio d'amore, quei sospiri felici, quasi come per dire "E' qui con me, non mi lascia".
-E poi,... non ti ho ancora salvato-. Continuai sorridendo e stringendomi le gambe con la camicia, il freddo mi pungeva sulla parte di pelle nuda tra la coulotte e le calze.
-Vieni dentro fa freddo li,..-. Disse con un ghigno.
Entrai dentro e sentii quel calore che hai quando entri in un luogo pieno d'amore, anche se quella casa era priva d'amore e polverosa... Ma sapevo cosa fare.
Mi strinsi tra le braccia,... -Hai mangiato?-. Mi chiese. -Non ancora...-. Si voltò di scatto quasi arrabbiato. Mi spaventai e mi aggrappai al mobile che era appena dietro le mie spalle.
-Devi.Mangiare-. Disse serio. -Non mi va di mangiare da sola,...-...-e poi stavo aspettando te-.
Dissi con la voce tremante spezzata dai respiri ritmici e veloci. -Non avere paura, non hai motivo per avere paura, adesso-. Mi disse chiudendomi la camicia che era ancora aperta da quando lui, beh insomma da quando lui non l'ha abbottonata.
-Adesso andiamo a mangiare qualcosa, poi ci facciamo una cioccolata calda che questa serata è piena di brividi- disse posandomi un bacio a fior di labbra. Non so perché ma allungai le mani verso di lui e lo strinsi in un abbraccio. Lo sentii irrigidirsi a tale contatto.
-Ti prego, non lasciarmi-. Mi sussurò con una voce appena udibile. Da quella "supplica" capii che qualcosa in lui era ancora in grado di amare, e chiunque abbia il coraggio di amare, può essere salvato. -Devo salvarti ricordi?-...-Non ti lascerò fino a quando non lo avrò fatto, spenderò anche tutta la vita... ma ce la farò-. Gli dissi alzandomi sulle punte stampandogli un bacio sulla guancia.
Poi gli presi il polso e lo costrinsi a correre per seguirmi. -Eviel, dove mi stai portando?-. Chiese quasi sorridendo. -Non lo so-. Dissi io ridendo quasi imbarazzata.
Il suono della sua risata, mi aveva provocato un brivido lungo tutta la colonna vertebrale e qualcosa nel mio petto si contrasse. Era davvero bellissima, i capelli castano chiaro raccolti in quella treccia, gli occhi di una tinta unita blu cobalto, la pelle color pesca con appena qualche lentigine qui e là sparse sulle guance, quelle labbra carnose e sottili allo stesso tempo. Era semplicemente perfetta nelle sue imperfezioni. -Va bene, dopo mi porti in un luogo a te sconosciuto ora fammi mettere questa dentro un vaso con dell'acqua,...-. Le dissi sorridendo. Mi lasciò il polso, ma io le afferrai la mano intrecciando le mie dita alle sue, quasi come a volerle tenerle lì per sempre. Forse lo volevo davvero.Volevo davvero che restasse con me, riusciva a sopportare i miei demoni, riusciva quasi a farci l'amore. Entrammo in camera sua presi un vaso dall'armadio dove tenevo le mie armi da tortura. Andai in bagno lo scacquai per bene e poi ci misi dell'acqua fresca, lo portai in una stanza da letto con un grande finestrone dove si riusciva a vedere il giardino mal curato che era sul retro della casa. Lei entrò, come se fosse una cieca a cui hanno appena ridato la vista. -Liam,..-. Mi chiamò. -Si?..-. Chiesi preoccupato. -Questa è la tua camera?-. -No, non è la stanza di nessuno a dire il vero. Perché?-. Mi guardò con aria spensierata, di chi sta chiedendo qualcosa della quale sa già la risposta. -Può diventare la mia stanza?-. Mi chiese. Mi avvicinai, la afferrai per i fianchi, tirandola a me. -Si, se mi prometti di non scappare-. Mi guardò negli occhi, come se quello che gli avevo appena detto, fosse una sfida. -Liam, te l'ho detto-...-Non ho altro posto dove andare, e poi non riesco ad andare via, c'è qualcosa che mi ferma. Devo salvarti,...-. Ammise sedendosi sul materasso impolverato. -Credi davvero che sia possibile? Salvarmi, intendo-... -E' un sogno, posso ancora credere nei sogni. Ricordi?-. Disse perdendo il suo sguardo nel vuoto. -Non pensi mai che qualcuno lì fuori ti stia cercando?-. La vidi sorridere alla mia domanda -Liam, tutto ciò che ho adesso... sei Tu-.