Anteprima dellâalbum âDiresta/Folkwindâ
Pasquale Di Resta, a.k.a. Diresta, è un musicista colto e raffinato che spazia dalla musica folk-rock europea e americana (in senso lato) al jazz newyorkese e al tropicalismo brasiliano; il tutto tenendo i piedi ben piantati nella musica dello scorso millennio e lo sguardo rivolto verso il futuro.
Il suo nuovo doppio album si muove esattamente su questi versanti spazio-temporali, in bilico tra la musica che câera e la musica che non câè ancora ma potrebbe entrare in ogni casa e in ogni paese, se solo si diffondessero costumi e ambienti musicali diversi da quelli imposti dal mercato asfittico dei nostri giorni.
A pensarci bene, non è un caso che Pasquale abbia scelto di pubblicare il suo album in vinile in una tiratura limitata di 300 copie che lo relegano nella nicchia dei prodotti scarsi e preziosi della Kulturindustrie, in controtendenza con lâepoca attuale della riproducibilitĂ tecnica e della comunicazione liquida che non ha piĂš bisogno del supporto di alcun oggetto fisico, salvo un dispositivo elettronico creato apposta per assorbire tutta la nostra attenzione e il nostro tempo.
La sua scelta è stata, invece, quella di realizzare 300 opere dâarte che non avrebbero potuto avere la stessa resa e la medesima âauraâ neanche nella forma miniaturizzata del 12cm x 12cm di un CD.
Per esprimere il disagio per un presente distratto e lâanelito verso una musica e una vita piĂš ânaturaleâ câera bisogno del vecchio âelleppĂŹâ in vinile, e i brani non potevano limitarsi programmaticamente ai presunti due o tre minuti di attenzione dellâascoltatore medio delle radio, del web e delle radio via web.
Chiarisco che personalmente non sono un nostalgico del vinile. Tuttâaltro. Erano anni che non sentivo piĂš la puntina gracchiare sulla superficie nera dei miei dischi impolverati. Però lo ricordo bene il piacere di entrare in un negozio di dischi e cassette (un tempo ce nâerano tanti in ogni angolo del Paese) per perdersi tra le copertine, scegliere un 33 giri, andare a casa e sfogliare lâalbum prima ancora di mettersi allâascolto; e poi continuare a leggere e guardare anche durante e dopo ogni successivo giro del piatto (senza rovinarsi la vista sugli spazi angusti di un disco compatto o mettersi a scorrere quattro notizie in un sito dedicato, su un banner pubblicitario o sotto un video di Youtube).
Dedicare attenzione alla musica, rileggere e rimuginare i testi, ammirare la copertina e la grafica utilizzata, vedere chi suona cosa, relazionare lâopera al corpus dellâautore, seguire lâordine delle composizioni scelto dallâartista, cercare un nesso tra i brani, ripulire il vinile dalla polvere e metterlo sul piattoâŚ.
Piaceri estetici e sensoriali che stiamo perdendo e che possono essere rivissuti attraverso il vento post-folk di questo album.
âDiresta/Folkwindâ arriva nelle nostre mani in una ricca confezione impreziosita da cinque acquerelli di grande formato realizzati da Gianluca Varone e un ricco booklet di sedici pagine che rievoca la grafica post-vittoriana di tanti album di progressive rock degli anni â70, con tanto di indicazioni degli strumenti usati e degli strumentisti che li usano, dei testi delle canzoni (tutte in inglese e tradotte in italiano dallo stesso Pasquale Di Resta) e graziose illustrazioni in stile Liberty. Tutte cose che non passano per Youtube, iTunes o Spotify.
Ma âDiresta/Folkwindâ è soprattutto un album strumentale suonato senza infingimenti e loop preregistrati, un album dove anche le canzoni si dilatano in arrangiamenti che lasciano uno spazio preponderante alla musica e alla musicalitĂ della parola.
Lâalbum si apre con unâintro composta da Diresta e dal percussionista Antonio Perillo che, in coda, si trasforma in un brano del grande Ennio Morricone, quel âDopo lâesplosioneâ che era una delle colonne portanti piĂš evocative di âGiĂš la Testaâ.
Trasportati dal soffio del vento, sulle note percosse di una kalimba e un glockenspiel e tra le corde di chitarre distorte o suonate con lâarchetto siamo subito trasportati nelle atmosfere e nelle suggestioni di un viaggio sonoro che si conclude in una vecchia America vista con gli occhi di due italiani di Sessa Aurunca, una reinvenzione del folklore che è una delle cifre caratterizzanti dellâalbum (quasi integralmente suonato dallo stesso Diresta e da Antonio Perillo che, di solco in solco, mostrano tutto il range delle loro qualitĂ di polistrumentisti).
Il brano seguente è una canzone postfolk di Pasquale Di Resta che rappresenta uno stato di estasi panistica di fronte allâOceano (il titolo è appunto âOceanâ). La composizione si apre con un arpeggio di chitarra accompagnato da un fischio che starebbe benissimo in una colonna sonora del maestro Morricone e si chiude con una curiosa alternanza di versi italiani e inglesi. Oltre a cantare e fischiare, Diresta suona nel brano un bouzouki e diversi tipi di chitarre acustiche ed elettriche, mentre Perillo tesse un delicato tappeto percussivo con piatti e cajĂłn.
Il terzo brano è una bellissima versione della ballata tradizionale inglese âScarborough Fairâ arrangiata da Diresta e Perillo in un avvolgente manto psichedelico istoriato con grappoli di note di chitarra elettrica e postmoderne chitarre synth. La versione cantata da Diresta è quella del 1965 del folk singer inglese Martin Carthy, da cui presero spunto anche Simon & Garfunkel per la loro celebre rielaborazione del â66. Un incanto. Uno di quei brani che appena si concludono ti fanno venire voglia di alzarti dalla poltrona, riportare indietro la puntina e riascoltare tutti i 6 minuti e 56 secondi della ballata.
âMorning Sweeterâ è un inno alla giovinezza con un testo tratto dal corpus poetico del grande William Blake (1757-1827), il piĂš (post)moderno dei poeti romantici inglesi, un visionario che la sapeva lunga su quello che sarebbe accaduto allâuomo dopo le cosiddette rivoluzioni industriali.
Segue un breve e intenso intermezzo musicale, âFuneral Partyâ, suonato dal solo Diresta con una chitarra elettrica che sembra rubata a Ry Cooder. In coda, quattro note di armonica (da âCâera una volta il Westâ) suonate da Franco de Gemini con sottofondo ventoso (il tessuto connettivo del primo vinile di Diresta/FolkWIND) ci riportano allâamato Morricone.
Si conclude cosĂŹ il Wind Album e siamo pronti per cambiare il vinile sul piatto e passare al secondo disco, il Train Album, che si apre con âFeed your Headâ, una rielaborazione di âWhite Rabbitâ. Il manifesto del rock psichedelico dei Jefferson Airplane viene riletto qui in versione strumentale, fatto salvo per il distico conclusivo:
Remember what the dormouse said:
âFeed your head, feed your head!â
Ed ecco affiorare unâaltra chiave di lettura del doppio album di Pasquale Di Resta: âNutri la tua mente, nutri la tua mente!â, contro lâalienazione e il conformismo del presente, aggiungo io.
Lâarrangiamento di Perillo & Diresta con percussioni indiane, un âdan moiâ vietnamita (una sorta di scacciapensieri orientale) e una chitarra distorta con riverberi ed effetti wah wah accentua lâeffetto acido del brano senza perdere lâandamento ritmico spagnoleggiante originale, sospeso tra il Bolero di Ravel e gli Sketches spagnoli di Miles Davis & Gil Evans.
âMoonchildâ, la celebre ballata che era la penultima traccia di âIn the Court of the Crimson Kingâ (1969), viene rivisitata in un delicato arrangiamento che accentua le caratteristiche evocative e sognanti del brano ed è impreziosita da un lungo assolo di chitarra elettrica.
Nello stesso spirito acido, cullante e onirico, ascoltiamo di seguito una meravigliosa versione strumentale di âValentinsongâ, morbida ballad dei Landberk (band svedese di rock progressive attiva negli anni â90, ma molto legata allo spirito progressive degli anni 70-80 Ă la King Crimson). La sapiente unione di ritmica acustica e chitarra elettrica mi fanno ripensare ancora una volta al maestro Morricone, che sento essere una sorta di nume tutelare dellâalbum, anche in questo disco piĂš TRAINante che WINDy.
In âJerusalem/Linesâ, unica traccia dellâalbum in cui non suona Perillo, câè Paolo Scotti alla batteria, sue le ariose rotonditĂ nellâaccompagnare la seconda parte della composizione. Il brano mette insieme due capisaldi della poesia romantica inglese: âJerusalemâ di William Blake (musicata da Hubert Parry nel 1916) e âLines Written In Early Springâ di William Wordsworth (con musica originale di Pasquale Di Resta).
Ă il brano piĂš cantato del doppio elleppĂŹ, un manifesto di battaglia per ricostruire una Gerusalemme âgreen and pleasantâ e priva di oscuri e satanici mulini, un inno romantico alla congiunzione dellâuomo con la Natura e uno squarcio di dolore per âquello che lâuomo ha fatto allâuomoâ.
Lâultimo brano è una ripresa di âFuneral Partyâ (lâintermezzo che concludeva il lato B del primo disco) riarrangiato con tonalitĂ jazzy e scherzose. Un delizioso divertissement in cui Diresta e Perillo, alternandosi ad ukulele, banjo, kazoo, flicorno baritono, piatti e grancassa, dopo tanto romantico Sehnsucht, tanto struggimento, tanta nostalgia, tanta gioia interiore e tanta meditazione sulla natura, sul tempo e sui tempi, ci lasciano con il sorriso sghembo di questa scanzonata funeral band fatta di due musicisti che sembrano tanti e che si allontanano in fila indiana verso nuovi lidi e nuove avventure umane e musicali.