Non mi piace lavorare.
Credo di essere arrivata a questa conclusione. Lavorando, ho sempre avuto la sensazione di star buttando via la mia vita (altro che stare rinchiusa in casa per il coronavirus), è il lavoro che uccide l’uomo. Non mi piace l’idea di dover compiere ripetutamente le stesse azioni per poter ricevere una retribuzione. E non mi piace nemmeno l’idea di far dipendere le mie azioni dalla volontà di qualcun altro, che può deliberatamente giudicare dell’efficacia del mio lavoro come preferisce e la cui opinione socialmente varrebbe più della mia. Forse il problema principale è che non mi piace com’è strutturata questa società capitalista e il suo convertire tutto in denaro. Forse fare volontariato sarebbe meglio: la soddisfazione di aiutare il prossimo. Però rimane il problema dell’interazione con colleghi e capo, perché nel 90% dei casi, almeno con una persona, non si ragiona sulla stessa lunghezza d’onda.
Tuttavia, non disdegno affatto il lavoro e lo sforzo fisico. Anzi, credo di aver preferito di gran lunga fare la cameriera, tornare a casa distrutta, che stare seduta su una scrivania davanti un pc cercando di tradurre quello che il cliente mi stesse dicendo. Lo sforzo fisico ti lascia la soddisfazione di aver fatto qualcosa, come se fossi stata utile a qualcuno. Stare seduta alla scrivania, no. Il lavoro ti toglie tempo per te, ti toglie il tempo per pensare.
Credo di essermi licenziata e di essere tornata all’università anche per questo. Non mi è piaciuto lavorare. Certo, ho fatto pochissimi lavori e di conseguenza ho avuto pochissima esperienza di come possano essere i vari ambienti lavorativi, infatti continuo a pensare “mai dire mai”. Tuttavia, se dovessi pensare a quale tipo di lavoro puntare dopo la laurea magistrale, continuo a non averne minimamente idea. Forse il motivo per cui non ho mai avuto un “lavoro dei miei sogni” è proprio perché lavorare non mi piace.
In questi giorni mi lamentavo con la mia coinquilina che vorrei tanto leggere i libri che ho sulla mia mensolina, ma non posso perché ho tantissimo materiale e almeno 3 libri interi da leggere per gli esami (oltre a lezioni online, cose da studiare ed esercitazioni da fare). Poi ho cominciato a leggere nel pomeriggio uno di quei libri ed era davvero interessante, mi ha preso. Mi sono sentita una scema: insomma mi lamento perché mi obbligano a leggere? Ma quale cosa migliore può esistere sulla Terra? Non leggere per il piacere di farlo, ma essere obbligati a farlo. E mi lamento anche? Ahahahahahah.
Mi sono ricordata di quando io e la mia migliore amica in triennale eravamo felici quando c’erano tanti classici da leggere. Ad entrambe piace molto leggere, ma siamo entrambe molto pigre e, sebbene potremmo leggere molto molto di più (per piacere), ci rendiamo conto che lo facciamo sempre troppo poco.
L’università, non solo al contrario del lavoro ti obbliga a leggere, ti obbliga anche a pensare. Se non hai un pensiero nell’ambiente universitario sei un fallito, ci stai andando a vuoto.
È un peccato non si possa frequentare per sempre l’università (infatti spesso penso di voler fare almeno altre 3-4 triennali) ed è un peccato che si debba pagare l’università, ma senza le tasse l’università non si reggerebbe e allora ho ragione a dire che quello che non mi va giù è questa società del denaro. E non mi è mai andata giù, è dalle superiori che penso che un baratto ben strutturato sia molto meglio della moneta. La moneta ci ha uccisi. Altro che “Dio è morto” come diceva Nietzsche, Dio è vivo ed è il denaro, che banalità. Siamo noi i morti.
Chissà che cavolo dovrò mettermi a fare per sopravvivere dopo la laurea.













