Come reagisci, quando i tuoi due PEGGIORI NEMICI di sempre ti vogliono alla festa — e per di più per fare la festa ai tuoi attuali soci?
(Uno lo fottevi corrompendo i giudici, l’altro lo fottevi corrompendogli i senatori… io al tuo posto non avrei dubbi: ANDREI. Sarebbe la soddisfazione di una vita e il coronamento di una carriera intera.)
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«Non è un tabù». Romano Prodi ha ragione: per il centrosinistra, per il Pd, Berlusconi non è un tabù, è un totem. Non è una novità, una conversione sulla via del Quirinale, una rivoluzione: è, finalmente, il coraggio della verità. Se l’Italia di oggi è così lo si deve al fatto che Berlusconi ha vinto. E non solo perché i governi Prodi e gli altri del Centrosinistra non hanno mai torto un capello al suo monumentale conflitto di interessi: molto più profondamente perché ne hanno introiettato i ‘valori’, la bussola, la visione politica. Quando qualche storico in vena di automortificazione studierà, con sufficiente distanza e distacco, l’Italia di Prodi e Berlusconi constaterà che un’unica cultura di fondo la dominava: ed era quella del centrodestra. Privatizzazioni, precarizzazione del lavoro (riforma Treu, governo Prodi), diseguaglianze in crescita, erosione del diritto allo studio, disparità di genere, ingiustizia fiscale, securitarismo autoritario (il pacchetto Maroni che accoglie in toto il pacchetto Prodi), europeismo puramente economico all’insegna dell’austerità, regionalismo disgregante: e, su tutto, il disprezzo per il Parlamento e per la democrazia rappresentativa, con elezioni dirette, primarie e crescente personalismo. Non una di queste derive ha visto mancare la spinta della parte di Prodi: spesso, anzi, determinante. Il Prodi che alla fine comunque vota ‘sì’ al referendum costituzionale renziano, il Prodi che sillaba (pochi mesi fa) che «al Pd serve un padre» e che per fermare «la tendenza nazionalista e autoritaria dei populisti» è necessario che il nuovo segretario «tragga forza dal suo popolo è lo stesso Prodi che ora riduce la questione Berlusconi a una saga personale di nemici-amici, dichiarando: «Due ragazzi come noi che per una volta giocano insieme è una bella cosa, no?». Alla fine, è questa la cifra: il potere, il potere personale. Che è più forte delle vistose differenze di vite (l’austero professore bolognese, il magnate-magnaccia milanese), e che permette di dimenticare tutto: P2, mafia, corruzione, evasione fiscale, distruzione del pluralismo informativo… Tutto lavato via, da un sorriso tra questi «ragazzi» che marciano verso il secolo di vita. La “memoria del pesce rosso” non fallisce mai. Ma il punto avvilente, misero, squallido di questa cosa è che l’endorsement prodiano non è finalizzato al “bene del Paese per fermare i populisti-sovranisti” bensì a quella poltrona già sfuggitagli una volta: il Quirinale. Per avere la quale il Professore è disposto anche a cotanta ingoiata di rospo.














