Vannacci dalla Gruber: «Non capisco perché l’orientamento sessuale debba dare luogo a diritti».
Si potrebbe rispondergli che ha ragione, ma nel senso opposto: l’orientamento sessuale non dovrebbe dar luogo a diritti speciali, dovrebbe dar luogo agli stessi diritti di tutti gli altri.
Perché il punto non è attribuire privilegi ai gay, alle lesbiche o alle persone bisessuali. Il punto è che, storicamente, quei diritti sono stati pensati, riconosciuti e garantiti esclusivamente agli eterosessuali: sposarsi, assistere il partner in ospedale, prendere decisioni mediche, ereditare senza ostacoli, adottare, ottenere tutele familiari, non essere licenziati o discriminati per ciò che si è.
Dire «non capisco perché l’orientamento sessuale debba dare luogo a diritti» equivale a dire che non si capisce perché il colore della pelle debba dare luogo a diritti. Infatti non deve: è il razzismo ad aver fatto del colore della pelle un criterio per negarli. Allo stesso modo, è l’omofobia ad aver trasformato l’orientamento sessuale in un problema giuridico e politico.
In un mondo davvero indifferente all’orientamento sessuale, lo Stato non chiederebbe chi ami prima di decidere quali diritti riconoscerti. Ma finché esistono cittadini che possono sposare la persona che amano e altri no, che possono costruire una famiglia e altri no, che possono vivere la propria identità senza timore di discriminazioni e altri no, allora l’orientamento sessuale continuerà a entrare nella discussione pubblica. Non perché produca diritti aggiuntivi, ma perché viene ancora usato per sottrarre diritti ordinari.
La vera domanda, quindi, non è perché l’orientamento sessuale debba dar luogo a diritti. È perché, nel 2026, debba ancora dare luogo a esclusioni.
















