Sono io a ringraziare te, un po’ per gli stessi motivi, perché ad onor del vero mi sono abbastanza disabituato (ahimé) all’educazione, e soprattutto alla gentilezza (che sono due cose diverse). In te ho riscontrato entrambe. Specialmente in questo mondo virtuale così anonimo (ma non tanto meno opprimente rispetto a quello reale, perché comunque ne siamo dipendenti), sembra che tutti si sentano in diritto di trattare a pesci in faccia chiunque altro, in virtù di chissà quale decalogo del cattivo senso. Comprendo (ma non giustifico) che per alcuni, se non per molti o moltissimi, la rete virtuale sia un luogo adibito allo sfogo della propria frustrazione, ma non va bene. O quantomeno, a me non sta bene. Ma il problema, come abbiamo sottolineato, è più grande, e più diffuso. Si è persa quella spensieratezza contagiosa che mette in moto sentimenti positivi, genuini, autentici. Siamo “tutti” incattiviti, inaciditi, arroganti, insofferenti a qualsiasi cosa. Probabilmente viviamo i sacrifici in maniera diversa rispetto a chi c’era prima. Meno indefessa, sempre per quella sorta di ansia sociale e contestuale della velocità, della frenesia, della paura che tutto svanisca prima ancora di essersi realizzato. Non mi spenderò sulla classica retorica dei reel di Instagram o Tik Tok, quella è solo una conseguenza secondo me, non una causa. Credo che siamo semplicemente “tutti” contagiati dalla marea di cattive notizie pubblicate o comunicate ovunque. Ne siamo imbevuti, ne siamo ostaggio. Siamo vittime di un sistema che ci vuole tristi e depressi, soli, rassegnati, affranti. Ché così siamo più manipolabili, più influenzabili e condizionabili, e banalmente spendiamo di più (per dirne una). Perché la tristezza acuta (o nei casi peggiori la depressione) genera insoddisfazione, un senso di inutilità, che si cerca di colmare acquistando le cose più inutili, o spendendo in modi quantomeno discutibili. Anche il boom di OnlyFans (ad esempio) è frutto di questa logica malata di perenne inadeguatezza, di un tentennamento morale, umorale, affettivo e sentimentale che ci spinge verso il consumo. Consumo di cibo, di cianfrusaglie, di abbigliamento, accessori. E di corpi. Questo mercato delle relazioni umane genera instabilità, incertezza, fragilità. Dovremmo essere semplicemente più aperti alla verità, al buon senso, all’essere noi stessi sempre. Ma appare assai difficile, in una realtà in cui si recita e finge tutto il giorno o quasi. Vorrei conoscere le persone nel profondo, nel loro cuore e senza maschere. Nude, senza paletti, senza corazze, senza difese che scattano in automatico. Senza risposte maleducate, o atteggiamenti che mirano solo a generare scandalo o fastidio. Ripartire dalle basi, dalle cose semplici, dall’instaurare dei legami che si autoalimentano giorno dopo giorno, a poco a poco, con costanza. Penso a una ragazza umile, coi piedi per terra, gentile, che non si aspetta sempre il peggio dal prossimo e che al contempo si mostra al meglio per ciò che è e basta. Senza sotterfugi, senza copioni, senza impedimenti all’essenza del tempo che passa. E sì, c’entra anche questo. Perché i vari “filler alle labbra” e ritocchi vari non sono naturali, e sono l’ennesimo segnale di un tempo in cui non si accettano non solo gli altri, ma nemmeno se stessi. E l’infelicità a cui accennavo, non può che aumentare. Siamo sempre più puntini sparsi qua e là, nel mondo, isolati nella nostra personale sofferenza. Le radici che erano i legami del passato, appaiono sempre più lontani. Ma, spero, mai definitivamente e completamente persi. Sarebbe troppo triste. Ho preso spunto dal tuo gradito messaggio, per provare a sviluppare di più l’argomento, spero che non ti dispiaccia. Qualora così fosse, tu fammelo sapere e cancellerò il post (anche se sarebbe un peccato). Per la cronaca, anche se non conta molto, mi ha parecchio colpito la comparazione tra riflessi delle onde del mare, e smagliature. Anche proprio visivamente, fotograficamente. Mi sembrava giusto attribuirti anche questa nota lieta. Ti auguro una buona serata. Quando vuoi, sei la benvenuta nel mio blog.