Diario di una giornata di lavoro.
I. Colloquio della giornata, metà mattina, ma arrivo sempre con circa un'ora d'anticipo ed ho un'ora di strada per raggiungere il mio studio. A metà della seduta, la pazientina scoppia a piangere ed in lacrime, mi confessa che, quando si sente sopraffatta dallo stress, ha crisi di rabbia e si procura male fisico. Le chiedo quando fosse stata l'ultima che ricorda e, mostrandomi l'avambraccio graffiato, mi risponde: "Ieri sera, con le forbici". Silenzio... Le mostro un fazzoletto dicendo: "Piangi, piangi pure..."
II. Colloquio. Nemmeno il tempo di salutare e lasciare andare il primo che ho già la seconda pazientina in sala d'attesa, "pronta" ad affrontare il suo mostro: la matematica. Iniziamo il potenziamento ma, sbagliando un calcolo, scopro con rammarico che si colpevolizza e si definisce stupida. Mi fermo, indago. Emerge subito una figura paterna svalutante e poco supportiva. Capisco che non le sono state date le informazioni necessarie ad elaborare cosa significhi DSA. Decido di spiegarle che il primo fattore discriminante per la diagnosi sia un QI nella norma o, sovente, anche leggermente superiore. Mi guarda con uno sguardo che sorride, quasi l'avessi sollevata di un peso...
Mi dilungo un po', sistemo alcune cartelle, rispondo a qualche mail, confermo un paio di appuntamenti, due chiacchiere di confronto con la collega e sono già le 13:30. Tra mezz'ora il prossimo colloquio e non ho pranzato. Mi sono portata una mela. La mangio mentre scrollo un po' il cellulare.
III. Colloquio, questa volta di restituzione ai genitori, presenti entrambi. Raro, anzi rarissimo ed è piacevole. Li tranquillizzo, sono disorientati, pieni di dubbi, paure e domande che il papà, puntualmente, introduce definendo: "Domanda stupida...". Mi chiedono se posso "aggiustare" il loro bimbo. Spiego che non è "rotto" o non "buono" che non posso ora far loro una diagnosi, ma se anche, un domani, rientrasse nei DSA, non è altro che una sua caratteristica, di un modo di apprendere suo ed unico, ma non per questo sbagliato. Do loro dei consigli, mi metto a loro totale disposizione, mi ringraziano e ci accordiamo per risentirci a settembre. Auguro a loro e al piccolo M. buone vacanze.
Per fortuna ho una breve pausa prima del prossimo, ed anche ultimo, colloquio, di una calda giornata estiva. Ho bisogno di raccogliere le idee e lasciare andare un po' delle lacrime di D., delle insicurezze di F., e delle perplessità dei genitori di M., prima di incontrare M. giovane adulta di 25 anni.
IV. Colloquio. Ha una mamma psichiatrica, mi dice, è schizofrenica in cura, ma a parte i farmaci, non si cura. Un padre attivo nel sociale ma assente in famiglia. Allunga i soldi quando serve, per il resto è più in parrocchia che a casa. I genitori sono separati in casa, ma praticamente vivono su piani diversi. L'abitazione è molto sporca. L'unica a pulire è la mia assistita quando ha voglia o c'è troppo disordine. Mi dice "fumo la Gangia da quando ho 14 anni". Storia di relazioni tossiche (in tutti i sensi), di abbandono, neglect. Riferisce di stati d'ansia e della paura di ricadere in attacchi di panico a causa della recentissima rottura con il suo ultimo partner. Bene, da dove cominciamo? Da te, sopratutto da te!
Sono quasi le 17 quando raggiungo la macchina. Sono in studio dalle 9:30. Mi metto al volante: ho un'ora di strada per rientrare a casa. Una manna quel viaggio, mi serve per decomprimere e lasciare andare, per trattenere solo la ricchezza degli insegnamenti di oggi. Sì, perché quando dico che in seduta non sono io a dare e loro a ricevere, ma che lo scambio è reciproco, piangono commossi. Nessuno ha mai detto loro che sono unici ed hanno tante risorse. Trovare quali, è il mio lavoro.












