Nacqui Settimino.
Gracile, leggero come un pulcino che non ha ancora finito di nutrirsi del suo uovo.
Sono sempre stato il piĂą basso dei miei compagni di giochi e di scuola. Mia madre e mio padre ormai non speravano piĂą in una febbre improvvisa che mi avrebbe fatto superare il metro e mezzo a cui ero condannato.
Un nano. Ma senza esserlo.
Giunto il momento di cercare lavoro, l’unica cosa che potevo fare in città , senza ripiegare sulla condanna a vita dentro il giallo di una miniera di zolfo, a sudare sangue, era quella di puntare sulla mia destrezza. Da ragazzino ero diventato bravissimo nel saltare da un muretto all’altro scavalcando ostacoli e arrampicandomi per scale improbabili, nate per essere tali o improvvisate, aiutato anche dal mio peso settimino che mi faceva spiccare balzi gatti, quasi come se volassi.
All’età di quattordici anni, infatti, fui assunto al Monte di Pietà . Anche se di Monte si parlava, le uniche montagne che si scalavano erano quelle fatte di tessuti, materassi, lenzuola, coperte, tovaglie e vestiti, che la povera gente impegnava lì in cambio di qualche soldo per poter continuare a mangiare qualcosa o, sempre più spesso, per racimolare il necessario per fare il grande salto, a bordo di una nave, verso il Nuovo Mondo.
Si entrava la mattina con il buio e si usciva la sera che giĂ il sole era tramontato: vivevo, pallido, in un completo stato di penombra per il maggior tempo della mia vita.
All’interno di un vecchio palazzo nobiliare a cui era stato tolto il pavimento che separava il piano nobile da quello della servitù, in questo modo si era creato un enorme magazzino suddiviso nelle varie stanze altissime con alle pareti enormi impalcature e scale e scaffali numerati. Il tutto in legno di risulta, così da essere rapido da montare come un’impalcatura ed economico soprattutto.
Ma era tutto così fragile che per arrampicarsi bisognava essere come me: bassi, leggeri ed agili, senza paura per le altezze soprattutto.
Avevamo una speciale indennitĂ , noi che ci occupavamo di riporre gli effetti, gli affetti e i ricordi di quella povera gente che al cappio dello strozzino aveva preferito affidare a noi i suoi averi, poveri, ma preziosi.
Eravamo gli “uomini scimmia”. Così fra i dipendenti di quel Palazzo, venivamo chiamati.
Questo quello che eravamo.
Ma un giorno qualcosa andò storto.
“La paura degli uomini scimmia” P.Branciforte ed.Pietraperzia #91









