Un bonsai per crescere ha bisogno di cure.
È molto più fragile di un albero normale e il suo essere piccolo no ne sminuisce il valore, anzi lo accresce perché la sua dimensione è il suo valore.
Certo, l’ombra e il riparo per gli uccelli che genera un bonsai è proporzionata al suo essere piccoli. Ma questa dimensione va bene per una pianta che sta in vaso, spesso posta su qualche mensola o su qualche tavolino e che nella maggior parte dei casi non ospita uccelli ma al massimi qualche ragnetto.
A prendersi cura di “Ciccio”, era proprio chi le aveva dato quel buffo nome, Mel, la sua “levatrice” se così può definirsi la proprietaria di una pianta.
Lei, Mel, l’aveva fatto crescere sano, ma quel che conta di più non lo aveva fatto morire.
Mel aveva altri bonsai sulle sue mensole, nelle sue vetrine, sapeva come maneggiarli, come potarli, come parlargli e Ciccio che era un raro Baobab in miniatura, aspettava pazientemente che Mel si occupasse di lui.
Mel un giorno cambiò posto al vaso basso di maiolica che lo conteneva e lo pose davanti alla finestra, così per fargli prendere un po’ di aria e qualche pallido raggio di sole di primavera.
La casa di Mel confinava con l’Orto Botanico della città e lì, proprio lì vicino, c’era il settore africano dove troneggiava un grande e alto baobab: un albero magico proprio come Ciccio, ma grande cento, mille volte di più di lui.
Alla sua vista Ciccio scrollò le foglie, dilatò i suoi vasi linfatici, gonfiò un po’ il tronco e disse perentorio rivolto al suo orgoglio: “Io voglio essere grande come lui! Non voglio essere alto come tutti questo altri alberelli che mi circondano.”
Provò a mandare segnali a Mel, ma il risultato fu che iniziò a dare spazio alle sue radici e a soffrire costretto un quel vaso che ogni giorno diventava sempre più stretto. Mel si accorse che qualcosa non andava e provò a parlargli, o almeno così sembrava a Ciccio, visto che non capiva la voce degli umani. Il tono però lo capiva, era calmo, rassicurante e quando quei suoni rimbalzavano sulla sua corteccia risuonavano caldi dentro di lui e, per la felicità di tutto ciò, ne provocava un abbondante e incontrollato afflusso di clorofilla alle foglie facendole brillare ancora più verdi di prima.
Ma quando Mel non c’era guardava la finestra e il suo malumore, per non poter essere maestoso come un baobab normale, gli faceva cader giù quelle stesse foglie verdi che poco prima luccicavano.
Un ragno che albergava nei pressi dei suoi rami si era accorto del dolore di Ciccio e allora gli disse (lui era un ragno particolare, parlava la lingua delle piante sulle quali abitava):
“Non essere triste, tu sai che se ti misuri con un albero vero perderai sempre, ma guarda che bello che sei rispetto a tutti gli altri bonsai della tua padrona, sono tutti dei ficus, banali ficus, buoni da mettere fra i volumi di una libreria.
Tu invece hai una forma unica, sì forse un po’ grassoccia in fondo, ma hai il sapere delle tue origini africane che dalle tue radici risalgono il tronco e arrivano fino ai rami e alle foglie ricordandogli chi sei.
Tu sei speciale, sei il Re degli alberi!
E infatti stai qui, alla finestra!”
Ciccio risentì vibrare quelle parole dentro il suo tronco come facevano quelle di Mel quando gli accarezzava le foglie e gli parlava.
Ciccio capì che quel risuonare doveva essere un sentimento antico, ancestrale, annidato fra le sue radici sin dalla notte dei tempi. Quello che gli antenati chiamavano amore.
Ciccio guardò l’albero alla finestra e capì che alla fine lui poteva provare lo stesso vigore, la stessa fierezza, la stessa gioia di quel colosso. Non aveva uccelli che fra i rami gli sussurrassero amore, ma aveva un amore: Mel, che come un uccellino si prendeva cura di lui e lo faceva sentire importante.
Perché lui era un essere speciale.
“Il bonsai che voleva essere un albero” T. Gardner ed. Cipresso #97